VOINJAMA, Liberia, 16 gennaio 2009 (IPS) – La vita di violenza di Hajah Kamara è cominciata ancor prima dell’adolescenza: i ribelli, dopo aver trucidato il padre e la madre incinta nella loro casa di Voinjama, la costrinsero a diventare una “moglie” e una combattente nella loro fazione in guerra.

IRIN
“Mi violentarono e mi tatuarono”, racconta Kamara, 22 anni, indicando i segni scuri sul braccio. “Mi sentivo male a combattere, ma quando pensavo a mio padre e a mia madre morti, sentivo di doverli vendicare”.
Durante la brutale guerra civile degli anni ’90 in Liberia, Kamara passò diverse volte da una fazione all’altra: dopo aver combattuto con i guerriglieri della Sierra Leone contro Charles Taylor nella zona di frontiera, fuggì, per poi schierarsi con la violenta “Unità antiterroristica” guidata dal figlio di Taylor, “Chuckie” – accusato nell’ottobre 2008 di crimini di guerra da un tribunale di Miami; si ritrovò infine schierata con le milizie rivali della LURD (Movimento armato liberiani uniti per la riconciliazione e la democrazia) sostenute dalla Guinea, nello scontro finale per la capitale liberiana Monrovia, nel 2003.
“È qui che l’ho trovata, armata, dopo la guerra”, racconta Eric Kolubach, supervisore sul campo della sezione di Voinjama dell’Iniziativa nazionale degli ex-combattenti per la costruzione della pace (NEPI), una Ong locale che si occupa del reinserimento degli ex combattenti nelle loro comunità. “Comandava un gruppo speciale. Una figura di grande rilievo”.
Voinjama è un centro commerciale agricolo della Contea liberiana di Lofa – ad un giorno d’auto dalla capitale Monrovia lungo una impervia strada sterrata immersa nella fitta giungla tropicale – al confine con la Guinea, ricca di minerali, e la Sierra Leone orientale. Voinjama è stata devastata per oltre dieci anni dai guerriglieri sostenuti dai liberiani e dagli stati vicini.
Oggi, la città è bloccata dalla mancanza di progetti di sviluppo a lungo termine, crescente disoccupazione, e profonde tensioni tra i due gruppi etnici dominanti, i Loma e i Mandingo. Si coltivano piccole quantità di riso e di ortaggi, e oggi i liberiani possono facilmente attraversare il confine in Guinea per procurarsi merci più economiche.
La città è al terzo posto in Liberia per la presenza di ex-combattenti. Molti residenti e guerriglieri hanno perso le loro famiglie e amici, e sono psicologicamente traumatizzati.
Oggi, Kamara ha due figli – cui ha dato il nome dei suoi genitori deceduti – ed è in attesa del terzo. Sopravvivono grazie alla sua paga di cuoca, 30 dollari al mese, una cifra molto bassa per gli standard liberiani.
“Non ho problemi con la comunità”, spiega. “Ho chiesto perdono ai miei parenti, voglio dimenticare il passato”.
Tutti questi fattori, uniti alla minaccia di instabilità politica della regione – l’episodio più recente, il golpe militare in Guinea il mese scorso – accrescono la vulnerabilità della Contea di Lofa e compromettono le possibilità di reinserimento degli ex-combattenti impoveriti.
“Fra i motivi più frequenti che comportano il rischio per gli ex-combattenti della Liberia di tornare a combattere, vi sono la povertà e la condizione economica svantaggiata, seguita dalla mancanza di lavoro, di indennità o di formazione”, si legge in uno studio dell’Istituto degli Stati Uniti per la Pace (U.S. Institute of Peace, USIP) del settembre 2008 sugli ex-combattenti a Voinjama.
“Il 68 per cento degli intervistati di Lofa non prende in considerazione l’idea di combattere adesso, o non pensa vi siano circostanze che possano portarli a combattere in futuro… [Ma] quasi un terzo degli intervistati non esclude la possibilità che possa esserci in futuro un motivo per tornare a combattere”.
Inizialmente, dopo la fine della guerra liberiana nel 2003, un sondaggio compiuto tra le fazioni in guerra calcolava il numero dei combattenti intorno ai 40mila. Ma nei mesi successivi, più di 101mila combattenti, compresi donne e bambini, si sono registrati nel corso del processo di Disarmo, Smobilitazione, Riabilitazione e Reinserimento (DDRR), invogliati dai compensi in denaro per la restituzione di armi e munizioni, ma anche dalla formazione professionale, l’offerta di cassette degli attrezzi, e dalla promessa di un lavoro.
Da allora, le critiche al programma DDRR lamentano l’eccessiva saturazione sul mercato di sarti, falegnami e meccanici, ed ex-combattenti che vendono cassette degli attrezzi in cambio di cibo.
Andrea Tamagnini, responsabile italiano dell’Unità di reinserimento, riabilitazione e recupero per la Missione delle Nazioni Unite in Liberia (UNMIL), crede fermamente che sia fondamentale per risolvere il conflitto un programma a breve termine per l’emergenza occupazione, unito ad un piano di sviluppo nazionale sul lungo periodo.
Nel 2006, il governo liberiano e la UNMIL hanno dato il via ad un piano d’emergenza per la creazione di posti di lavoro, reclutando i locali per ristrutturare tratti di strada nel paese in cambio di salari e di cibo. Oggi, l’attenzione nella Contea di Lofa è centrata sull’espansione dell’industria agricola.
“La prova dell’importanza [del progetto stradale] è stata un’inchiesta interna sul reclutamento illegale dopo le crisi in Guinea del 2007”, spiega Tamagnini. “Secondo le informazioni da Lofa, i comandanti giunti dalla Guinea – anche liberiani – e che cercavano persone da reclutare, non hanno trovato nessuno perché la gente stava lavorando sulle strade… Questa è la dimostrazione che se hai un lavoro non vai a combattere”.
Amara Kamara, 37 anni, è un carismatico ex generale della Brigata Alligator delle milizie ULIMO, addestrato negli anni ’90 a Cuba per combattere contro le forze di Taylor. Oggi è responsabile de facto e consulente per gli ex-combattenti a Voinjama.
“Non tornerei a combattere, ma altre persone che non sono impegnate tutto il tempo in una qualche attività, lo farebbero”, osserva Kamara. “Per questo mi appello al governo liberiano perché crei più posti di lavoro – in modo da farci dimenticare il passato. Se non sono occupato e sono un combattente, oggi potrei benissimo fare la stessa cosa che facevo ieri”.

