WASHINGTON, 23 giugno 2008 (IPS) – Nonostante il calo significativo delle violenze, in parte dovuto all'atteggiamento più aggressivo degli Usa nelle operazioni di contro-insurrezione nel 2007, l’Iraq si conferma il principale paese di provenienza dei nuovi rifugiati nel mondo per il terzo anno consecutivo, secondo l’ultimo rapporto annuale del Comitato Usa per i rifugiati e gli immigrati (Uscri) pubblicato la scorsa settimana.

UNHCR/M. Bernard
UNHCR/M. Bernard
L’esodo dello scorso anno è stato assorbito principalmente dalla Siria, che ha accolto circa 500mila iracheni – o quasi la metà di oltre un milione di persone che ha cercato rifugio dopo aver attraversato il confine internazionale nell’arco del 2007. Altre decine di migliaia di iracheni si sono poi diretti verso Libano, Egitto, Yemen, Turchia, e persino Svezia e Germania, che hanno accolto rispettivamente 10mila e 6.700 iracheni durante tutto l’anno.
Secondo il rapporto “World Refugee Survey 2008”, più di due milioni di iracheni vivono oggi fuori dal loro paese d’origine, di cui l’ampia maggioranza in Siria e Giordania.
La Somalia – anch'essa coinvolta nella “guerra globale al terrore” di Washington – è al secondo posto tra i paesi di provenienza di rifugiati durante l’anno, soprattutto a causa dei nuovi scontri nel paese seguiti all’espulsione da parte delle truppe etiopi appoggiate dagli Usa delle forze islamiche – che nel 2006 avevano messo ordine in gran parte di questo paese dell’Africa orientale, perennemente instabile – dalla capitale Mogadiscio, e da gran parte delle aree rurali, secondo il nuovo studio dell’Uscri.
Qui, le continue violenze avrebbero portato alla fuga di oltre un milione di somali, di cui 45mila rifugiatisi in Etiopia, e migliaia fuggiti verso lo Yemen e il Kenya. Ma la maggior parte degli sfollati a causa delle violenze è rimasta nel paese, in quella che qualcuno ha descritto come la crisi umanitaria più grave e più ignorata al mondo.
Il numero totale di rifugiati nel mondo è salito a 14 milioni alla fine del 2007, il numero più alto dall’inizio della guerra al terrore degli Usa alla fine del 2001, un aumento modesto rispetto all’anno precedente, soprattutto per il rientro di circa 200mila afgani dall’Iran e dal Pakistan; di decine di migliaia di congolesi dalla Tanzania e Congo-Brazzaville; oltre a decine di migliaia di abitanti del Burundi dalla Tanzania, e di sudanesi dal Kenya, Sudan e Uganda. Anche 40mila liberiani sono tornati a casa da altri paesi dell’Africa occidentale.
Questo netto aumento riporta alle conclusioni del rapporto annuale dell’Alta Commissione Onu per i rifugiati (Unhcr) pubblicato all’inizio della settimana scorsa, secondo cui il numero di rifugiati nel mondo sarebbe salito da 9,9 milioni d 11,4 milioni nel 2007. Il maggior volume dell’aumento, rispetto a quelle dell’Uscri, è dovuto in parte al cambiamento di metodologia rispetto agli anni precedenti.
Nonostante la continua crescita del numero di rifugiati iracheni, tra i gruppi di rifugiati più numerosi alla fine del 2007, figurano gli afgani, di cui circa 3 milioni rimasti in Pakistan e Iran, e i palestinesi, di cui oltre due milioni vivono in West Bank, Gaza e Libano; un altro milione circa in Giordania e Siria, e un altro mezzo milione in Giordania, Arabia Saudita, Egitto, Nord Africa, e persino Iraq, dove, nonostante le persecuzioni delle milizie sciite dopo l’invasione Usa del 2003, ci sono ancora circa 14mila palestinesi oggi, rispetto agli 85mila prima dell’occupazione.
La maggior parte di questi rifugiati vive “ammassata”, in vasti accampamenti o in insediamenti segregati di almeno 10mila persone per più di cinque anni e, in alcuni casi, decenni. I palestinesi di Gaza, West Bank e Libano vivono in questi campi dal 1949, mentre quelli di Arabia Saudita, Egitto e Kuwait dal 1968. I 2,7 milioni di afgani si trovano invece in Iran e Pakistan dal 1980.
Tra gli altri grandi gruppi di rifugiati nelle stesse condizioni, i somali (418.400 in Kenya, Etiopia e Yemen dal 1992) e i sudanesi (300.700 in Uganda, Kenya, Etiopia, Egitto dal 1984).
Il rapporto dell’Uscri classifica la sfortunata situazione dei palestinesi in Iraq, tra i 10 peggiori posti al mondo quanto a trattamento dei rifugiati. Altri “posti peggiori” per i rifugiati sono il Bangladesh, in particolare la situazione dei rifugiati di Rohingya dalla Birmania; la Cina, soprattutto col rimpatrio forzato dei rifugiati nord-coreani; l’India, con i suoi sistemi nei confronti dei rifugiati tibetani e birmani; e Kenya, Malaysia, Russia, Sudan e Tailandia.
Anche l’Europa è stata inclusa tra “i peggiori”, per le sue politiche sempre più restrittive contro rifugiati e richiedenti asilo.
A parte la West Bank e Gaza, l’ultimo studio ha riscontrato che Giordania, Siria e Libano sono attualmente i paesi che ospitano le popolazioni più numerose di rifugiati rispetto alle dimensioni delle popolazioni indigene. Ogni nove cittadini giordani, uno è rifugiato; in Siria, il rapporto è di 1 a 11, mentre in Libano, 1 a 12.
Anche alcuni dei paesi più poveri al mondo ospitano un numero relativamente alto di rifugiati: il Ciad, tra le cinque nazioni più povere al mondo, ospita 300mila rifugiati, o un rapporto di 1 a 37. La Tanzania, nonostante i recenti rimpatri, ospita oltre 400mila rifugiati, o un rifugiato su 89.
Medio Oriente e Nord Africa sono ai primi posti tra i paesi che ospitano popoli di rifugiati, 6.380,200 in totale, seguiti da Africa sub-sahariana (2.799,500), Asia orientale e Pacifico (934.700), Americhe e Caraibi (787.800) e Europa (527.900).
Nell’insieme, i paesi con un PIL pro capite inferiore a 2mila dollari hanno ospitato quasi due terzi del numero totale di rifugiati.
“Il maltrattamento dei rifugiati non si limita ai paesi poveri o ai regimi non democratici”, osserva il rapporto. “I paesi industriali ricchi utilizzano politiche intese a limitare il numero di rifugiati che entrano nel loro territorio, spiegando di disporre di risorse limitate, che i rifugiati non sarebbero in grado di integrarsi, o che le responsabilità principali sarebbero da attribuire a un altro paese”.
Il rapporto ha classificato l’Europa al livello “D” e gli Stati Uniti al livello “F”, per la loro pratica di “refoulement” (respingimento), o rimpatrio forzato dei rifugiati.

