SVILUPPO-ZIMBABWE: Dio ama solo Mugabe

JOHANNESBURG e PLUMTREE, Zimbabwe sud-occidentale, 8 gennaio 2007 (IPS) – Sikhumbuzo* aveva appena 18 anni quando lasciò lo Zimbabwe per emigrare in Sud Africa. Ha trovato un lavoro, e oggi riesce a mandare a casa circa 150 dollari al mese in denaro e merci, per il sostentamento di un numero di persone che neanche lui conosce.

Seduti in un caffé di Johannesburg, crocevia finanziario del paese, Sikhumbuzo (che oggi ha 25 anni) racconta di una madre e una sorella a Bulawayo, nello Zimbabwe sud-occidentale; ma anche di zie, zii, cugini che vivono parzialmente di quanto lui riesce a mandare.

Centinaia di migliaia di persone si trovano nella posizione di Sikhumbuzo, e l’afflusso di migranti dallo Zimbabwe verso il Sud Africa non accenna a diminuire, dato anche l’aumento delle difficoltà economiche nel paese e il perseverare della crisi politica. La cattiva gestione di un paese che era stato il granaio della regione ha generato iper-inflazione, povertà e disoccupazione diffusa, obbligando i cittadini a guadagnarsi da vivere oltre confine – con il Sud Africa come destinazione principale. Secondo il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, sono quattro milioni gli abitanti dello Zimbabwe che hanno bisogno di aiuti alimentari, circa un terzo della popolazione.

Prima delle elezioni previste per marzo, il governo è stato impegnato nelle consultazioni con le due fazioni del movimento dell’opposizione per il cambiamento democratico (Movement for Democratic Change, MDC), che negli ultimi anni è diventato obiettivo – insieme ad altri – di diverse violazioni dei diritti umani. Tuttavia, malgrado le consultazioni, secondo Amnesty International gli abusi continuano.

Poco più del 40 per cento degli emigrati dallo Zimbabwe in Sud Africa mantengono tre o quattro persone, mentre oltre il 30 per cento si occupa di più di cinque persone – come riferiscono alcuni studi condotti dall’Università del Sud Africa (UNISA) grazie agli auspici dello Zimbabwe Diaspora Forum, con sede in Sud Africa; del Mass Public Opinion Institute, organismo non-profit di Harare, capitale dello Zimbabwe; e dell’Istituto per la democrazia in Sud Africa.

Un team ha intervistato 4.654 persone dello Zimbabwe nei sobborghi Berea, Hillbrow e Yeoville di Johannesburg. Secondo il responsabile del team, il professore dell’UNISA Daniel Makina, i cittadini dello Zimbabwe residenti in Sud Africa sarebbero da 800 mila a un milione, cifra notevolmente inferiore rispetto alle stime più diffuse che conterebbero dai due ai tre milioni di persone, anche se Makina sa che queste cifre necessitano di ulteriore approfondimento.

Le sue scoperte dimostrano che la maggior parte dei migranti ha lasciato lo Zimbabwe dopo il 2001. La motivazione era inizialmente legata a intimidazioni e torture da parte delle forze governative, ma da qualche tempo le questioni economiche sono diventate le spinte principali per lasciare il paese.

Tuttavia, chi riesce a entrare in Sud Africa scopre che la vita in questo paese può presentare difficoltà diverse. Con la disoccupazione al 40 per cento, esiste competizione nel lavoro, e si sono sviluppati sentimenti di rabbia nei confronti dei migranti, accusati di ridurre le possibilità di lavoro per gli autoctoni. Ma quando c’è, il lavoro è spesso mal pagato: il 60 per cento dei migranti dello Zimbabwe guadagna meno di 300 dollari al mese, riferiscono gli studi di Makina.

La ricerca indica che la maggioranza dei migranti manda a casa denaro o merci per un valore medio di circa 40 dollari al mese. Sembra poco, ma se si moltiplica per il numero dei cittadini dello Zimbabwe in Sud Africa, emerge un quadro differente. Se i migranti fossero 800 mila, e solo la metà avesse un lavoro, manderebbero a casa oltre 190 milioni di dollari all’anno. Senza contare il contributo di chi è emigrato fuori dalla regione, molto più lontano, soprattutto in Gran Bretagna.

Florence, 48 anni, è una migrante che mantiene con fatica un’intera famiglia – nove persone, per la precisione. È arrivata in Sud Africa quando era ancora facile ottenere un permesso di lavoro, e vive nel paese da 11 anni.

Florence accudisce il figlio di espatriati; nessun membro della sua famiglia nello Zimbabwe ha un lavoro. Possiedono un pezzo di terra da coltivare vicino Plumtree, nello zona sud-occidentale del paese, ma negli ultimi mesi hanno combattuto con l’agricoltura a causa della siccità.

Ogni mese, Florence invia a casa denaro e merci, tra cui mais, paraffina, sapone, zucchero e vestiario. Manda anche materiali di costruzione, per costruire una casa nella proprietà di famiglia.

Su questa terra, a circa 800 chilometri da Johannesburg, pascolano libere le capre, di cui si può riconoscere il tintinnio delle campanelle; all’orizzonte si intravedono colline di granito. Il figlio di Florence vive in una casa composta da un’unica stanza, con un letto, una vecchia bicicletta e qualche credenza, e racconta di sua madre che si prende cura della famiglia.

L’anno scorso i parenti avevano in programma di costruire il tetto della casa di Florence, ma servivano dei fogli di zinco. Per far sapere a Florence che servivano altri due fogli entro il mese successivo, hanno camminato per 15 chilometri fino a un villaggio vicino, per chiamare con il telefono di un amico.

Secondo Makina, la ricerca indica che due terzi dei migranti dello Zimbabwe che vivono in Sud Africa tornerebbero a casa se la situazione politica ed economica a nord del confine migliorasse. Florence è una di loro. “Mia madre è anziana e avrebbe bisogno del mio amore. Sto qui solo perché ci devo stare”.

Anche Sikhumbuzo tornerebbe a casa, ma non nutre molte speranze al riguardo. “Tornerò solo quando…il Presidente Mugabe non ci sarà più”, dice, riferendosi al capo di stato Robert Mugabe. “Per molto tempo, ho pregato ogni giorno perché arrivasse il cambiamento nello Zimbabwe. Ma ho smesso. Penso che Dio ami soltanto Mugabe e, per adesso, rimarrò in Sud Africa”.

* Alcuni nomi sono stati cambiati per la sicurezza delle persone coinvolte.