VENEZIA, 4 dicembre 2007 (IPS) – Per fermare il fondamentalismo e combattere il terrorismo, “la religione deve essere tenuta fuori dalla politica”, raccomanda Shlomo Ben-Ami, ex ministro degli Esteri israeliano.
Shlomo Ben-Ami Toledo International Centre for Peace” width=”200″/>
Shlomo Ben-Ami
Toledo International Centre for Peace
Ben-Ami, storico formatosi a Oxford, ha avuto un ruolo chiave in molte conferenze di pace arabo-israeliane, in particolare nell’importante vertice di Camp David del 2000. Ben-Ami vanta un’eccellente carriera all’Università di Tel Aviv, prima di essere nominato ambasciatore israeliano in Spagna nel 1987. È stato inoltre membro del Knesset, il parlamento israeliano, e ministro della sicurezza pubblica, prima di diventare ministro degli Esteri.
Ben-Ami è attualmente vice presidente del Centro internazionale di Toledo per la pace, un centro di cultura musulmana in Spagna che promuove relazioni pacifiche tra cristiani-musulmani-ebrei.
”Il fondamentalismo non è monopolio dell’Islam”, ha detto Ben-Ami in un’intervista con la corrispondente dell’IPS Sabina Zaccaro. “Il fondamentalismo si trova sia nella religione ebraica, che in quella cristiana e musulmana”, ha dichiarato.
IPS: Cosa dovrebbero fare i leader religiosi per tenere le loro comunità lontane dal pericolo del fondamentalismo e per promuovere il dialogo?
Shlomo Ben-Ami: Prima di tutto, credo che dovrebbero riconoscere e accettare le sfide all’interno della loro stessa religione, non solo nelle altre. Bisogna fare uno sforzo per educare la propria società, e non soltanto predicare agli altri. I leader religiosi hanno una posizione nelle loro società, hanno una reputazione, e anche prestigio, quindi hanno molta influenza per incoraggiare comportamenti più positivi verso il prossimo. Questo mi sembra molto importante.
Non dico che gli ebrei dovrebbero fare la predica ai musulmani, ma che i musulmani dovrebbero predicare a se stessi.
E i rabbini ebrei dovrebbero riconoscere che anche le tendenze fondamentaliste presenti nell’ebraismo devono essere controllate. Queste non si esprimono necessariamente con la violenza, ma possono esortare alla violenza. L’assassinio del Primo ministro israeliano [Yitzhak] Rabin, per esempio, è sicuramente il risultato delle prediche di qualche frangia estremista.
Credo che i leader religiosi – ebrei, cristiani, musulmani – debbano incontrarsi, scambiarsi le loro opinioni, aprirsi gli uni agli altri.
IPS: Sono abbastanza aperti per questo tipo di scambi?
SBA: Le risponderò con un piccolo esempio. Recentemente, il re Abdullah dell’Arabia Saudita ha fatto visita al Papa in Vaticano. Ma oggi il Papa potrebbe visitare l’Arabia Saudita? No, l’Arabia Saudita non lo permetterebbe… Dobbiamo lavorare sulla base della reciprocità. Se vuoi che l’Occidente sia aperto verso di te, anche tu devi cercare di aprirti verso l’Occidente. Abbiamo bisogno di sviluppare il mutuo rispetto. Ad oggi, non ci sono le condizioni per una visita del Papa in Arabia Saudita, mentre il re dell’Arabia Saudita – che è il custode dei luoghi santi – può visitare il Vaticano.
Nel mondo occidentale si possono costruire moschee, se necessario. Ma si possono costruire chiese nel mondo musulmano? Anche questo è un problema. Bisogna lavorare su una base di reciprocità.
IPS: Quali sono le sfide fondamentali nel combinare religione e politica?
SBA: Per la mia esperienza di governo, quando i politici cercano di risolvere questioni fondamentalmente religiose, a volte tendono ad essere più estremisti dei leader religiosi. Quando mi sono occupato dei negoziati a Gerusalemme, ho capito che i leader religiosi erano molto più moderati dei politici. Credo che dovrebbero essere maggiormente coinvolti quando si tratta di affrontare temi religiosi che hanno un impatto politico.
Un’altra questione che ritengo fondamentale è cercare di tenere la religione fuori dalla politica. La religione riguarda la sfera privata, non quella pubblica… Dobbiamo capire che la politica è la sfera del possibile, la provincia del compromesso. Ma quando interviene la religione, che non è la provincia del compromesso poiché sostiene verità eterne, quando politicizzi la religione o fai intervenire la religione nella politica, allora elimini l’elemento del compromesso. E questo è molto pericoloso; diventa teologia politica.
IPS: Mentre i segnali dello scontro di civiltà sono molto evidenti, è difficile percepire segnali di alleanza. Ma è davvero raggiungibile un’alleanza? Cosa si sta facendo nello specifico per realizzarla?
SBA: Dovremmo prima di tutto riconoscere che le alternative non hanno funzionato. Lo scontro non ha funzionato. Lo abbiamo visto in Iraq, lo vediamo nei territori palestinesi, stiamo assistendo all’emergere del terrorismo islamico che viene dalla profonda frustrazione delle società…
Il dialogo interreligioso c’è stato, ma credo che non esista più, almeno non come negli anni passati; dobbiamo tornare a quel dialogo. Bisogna organizzare e mobilitare i leader religiosi per diffondere questi messaggi.
La religione a volte subisce immeritatamente una cattiva pubblicità.
Il problema è nel totalitarismo, che sia religioso o secolare. Dobbiamo evitare che la religione interferisca nella politica. Il terrorismo suicida non è monopolio della religione. Dove abbiamo oggi il maggior numero di attacchi suicidi? Non nel mondo musulmano, ma nello Sri Lanka, uno stato assolutamente secolare, che non ha nulla a che fare con la religione.
Dobbiamo vedere le cose in prospettiva, non lavorare secondo categorie assolute e cliché.
IPS: Quale posizione occupa il dialogo nell’agenda politica?
SBA: Un posto di rilievo. Risolvendo i principali conflitti politici intorno a noi, daremo un enorme contributo. Non ho alcun dubbio che la guerra in Iraq abbia solo rafforzato il terrorismo. E lo stesso accade con l’Iran oggi. Immaginiamo un massiccio attacco americano o americano-israeliano sull’Iran. Scatenerebbe ondate di terrorismo in tutta la regione – comunque, non credo che né gli israeliani né gli americani lo faranno.
La vera alternativa è portare avanti i negoziati e il dialogo. Nessun conflitto è mai stato risolto solo con la guerra, e nessuno dei problemi del Medio Oriente, del mondo arabo o islamico è risolvibile con una soluzione militare.
**Shlomo Ben-Ami è tra i principali relatori della Conferenza annuale di Inter Press Service sul tema ”Il ruolo della comunicazione nell’alleanza fra le civiltà” (Venezia, 29 novembre).
L’Onu – sottolineando il ruolo della comunicazione nel superare stereotipi e generalizzazioni pericolose – ha individuato le ragioni chiave del crescente divario tra società musulmane e occidentali non in fattori religiosi ma politici.
La Conferenza 2007 ha ospitato professionisti della comunicazione, del mondo accademico, della società civile, oltre che di governo, comunità religiose, e istituzioni internazionali per una riflessione sul ruolo chiave dei media e della comunicazione nel colmare il divario tra le popolazioni.

