BRUXELLES, 4 ottobre 2007 (IPS) – Total, gigante francese del petrolio, potrebbe essere accusata di favoreggiamento nei crimini contro l’umanità commessi dalla giunta militare in Birmania.
Un procuratore federale del Belgio ha deciso di riaprire un caso di denuncia contro la Total avanzata da quattro rifugiati birmani, che accusavano l’impresa di aver dato aiuti finanziari e logistici, negli anni ’90, ad un regime responsabile di utilizzare il lavoro forzato, di perpetrare omicidi, esecuzioni arbitrarie e torture.
Il procuratore dovrebbe decidere alla fine di questo mese se dare seguito al procedimento penale.
La riapertura del caso è stata annunciata il 2 ottobre da Alexis Deswaef, il legale dei rifugiati.
La denuncia venne depositata inizialmente nel 2002, e tre anni dopo fu dichiarata ammissibile da una corte costituzionale belga. Ma a marzo di quest’anno è stata rinviata dalla corte d’appello, in quanto le parti civili non erano cittadini belgi.
Secondo la corte costituzionale però, il diritto internazionale prevede che un rifugiato riconosciuto tale ha lo stesso diritto di accesso alla giustizia di un cittadino belga.
Il Belgio ha anche varato una legge di “competenza universale”, attribuendo ai propri tribunali il potere di giudicare i casi legati agli abusi dei diritti umani, a prescindere dal luogo in cui questi abusi sono stati perpetrati. La nuova legge era già stata invocata nel caso di un ricorso presentato contro l’ex premier israeliano Ariel Sharon, e contro diverse figure coinvolte nel genocidio che sconvolse il Ruanda nel 1994.
La denuncia è stata presentata contro l’ex capo della Total Thierry Desmarest, e l’ex direttore dell’impresa per le operazioni in Birmania, Hervé Madeo.
L’industria del gas birmana ha fruttato più di 2 miliardi di dollari di profitto all’esercito del paese lo scorso anno, rappresentando la principale singola fonte di reddito. La maggior parte del denaro proveniva da due sole zone ricche di gas, Yetagun e Yadana. Quest’ultima, situata nella Birmania meridionale, è stata sviluppata da un consorzio gestito dalla Total dal 1992.
Human Rights Watch ha denunciato questa settimana la scarsa trasparenza sull’uso che viene fatto dei ricavi ottenuti dalle vendite del gas, ma si pensa che l’esercito faccia la parte del leone, e che una somma piuttosto irrilevante sia destinata alla salute, all’educazione e ad altri servizi sociali.
Gli investitori nel settore del petrolio e del gas birmani provengono in particolare da Australia, Cina, Isole Vergini britanniche, Tailandia, Malaysia, Corea del Sud, Russia, Francia, Stati Uniti, Giappone, Singapore e India.
Queste imprese dovrebbero esercitare pressioni sul Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo – il nome ufficiale del governo birmano – perché ponga fine alle azioni repressive verso la campagna per la democrazia dei monaci buddisti; avvii un dialogo con l’opposizione e i diversi gruppi etnici, e liberi tutti i prigionieri politici, secondo Human Rights Watch. L’organizzazione ha sollecitato le imprese a considerare la possibilità di ritirarsi dalla Birmania se queste iniziative non verranno messe in atto.
“Le imprese che fanno affari in Birmania sostengono che loro presenza sarebbe costruttiva e darebbe beneficio alla popolazione birmana, ma non hanno ancora condannato gli abusi del governo verso i loro cittadini”, ha detto Arvind Ganesan di Human Rights Watch. “Restare in silenzio mentre i monaci e gli altri dimostranti pacifici vengono uccisi e messi in carcere, non dà certamente prova di un impegno costruttivo”.
Lo scorso anno, Yadana ha prodotto più di 19 milioni di metri cubi di gas al giorno, utilizzati in gran parte per alimentare le centrali energetiche della vicina Tailandia. Yadana ha una capacità di circa 150 miliardi di metri cubi di gas. La Total ha calcolato che il suo progetto sul posto durerà per altri 30 anni.
Il presidente francese Nicholas Sarkozy ha annunciato la settimana scorsa che nessuna impresa francese farà nuovi investimenti in Birmania. Nessun accenno, però, alla possibilità che la Total lasci il paese.
Jean-François Lassalle, vicepresidente della Total, ha detto che costringere l’impresa a ritirarsi dalla Birmania significherebbe soltanto “che altri operatori arriveranno al nostro posto”.
Ha ammesso che l’esercito birmano ha utilizzato il lavoro forzato nell’area circostante i campi di Yadana.
Ma ha aggiunto: “La Total non ha mai fatto uso del lavoro forzato, né direttamente né indirettamente, attraverso appaltatori. Ci siamo sempre assicurati che il lavoro forzato non fosse utilizzato nelle zone in cui noi operiamo. Non appena abbiamo appreso di episodi di lavoro forzato nel ‘corridoio’ del gasdotto nonostante la nostra vigilanza, abbiamo immediatamente pagato un risarcimento, su basi umanitarie”.
Harn Yanghwe, dell’ufficio Euro-Birmania di Bruxelles, ha dichiarato: “Non credo che la Total sia coinvolta direttamente negli abusi dei diritti umani. Tuttavia, per poter mantenere operativo il gasdotto, l’impresa ha contrattato la SPDC per la sicurezza, ed è proprio qui che sta il problema. Ci sono tantissimi abusi dei diritti umani, ma che la Total ne sia a conoscenza è un'altra faccenda”.
Pur essendo un aperto critico del regime birmano, secondo Yanghwe il fatto che le imprese che fanno affari con i militari debbano restare nel paese o meno è una “questione delicata”. Qualsiasi impresa che abbia lasciato la Birmania è stata in genere sostituita da un’altra, ha osservato. Le quote di proprietà dell’industria petrolifera britannica, per esempio, sono state vendute alla Petronas, della Malaysia.
“Emotivamente, la maggior parte dei birmani vorrebbe tenere fuori queste imprese dal paese”, ha spiegato Yanghwe all’IPS. “D’altra parte, credo che dovremo rivedere questa posizione”.
“Al momento, tutti i nostri investitori sono imprese asiatiche. Ma credo che dovremo avere investimenti e imprese straniere con standard internazionali, soprattutto se ci sarà un cambiamento in Birmania”.
Human Rights Watch ha fatto notare che fare affari in Birmania vuol dire anche avere commercianti di gemme che portano rubini e giada in occidente. Pietre che poi vengono vendute nelle gioiellerie europee.
“I maggiori partner commerciali della giunta dovrebbero insistere perché i governanti della Birmania smettano di riempirsi le tasche e utilizzino invece questi enormi ricavi per migliorare la vita della popolazione”, secondo Arvind Ganesan.

