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MEDIO ORIENTE: Gli escrementi cambiano il volto di Gaza

GAZA, 29 gennaio 2008 (IPS) – Una scia di fanghiglia scura e putrida serpeggia per le strade di Gaza City, inquietante combinazione di resti umani e animali. Il fetore è così intenso da rivelarsi nauseante per il passante occasionale.

Mohammed Omer
Mohammed Omer

Negli ultimi giorni è stato questo il panorama più comune, al posto della consueta vendita di cibo nelle strade di Gaza, oramai soffocata dall’inesorabile assedio di Israele.

La settimana scorsa centinaia di migliaia di abitanti di Gaza, la maggior parte dei maschi adulti abili su una popolazione di 1,5 milioni, ha sconfinato in Egitto per acquistare provviste fondamentali, e qualche nuova prospettiva di vita. Questo ha evitato la carestia, ma le strade rimangono delle discariche.

La pioggia non ha sicuramente aiutato, contribuendo piuttosto a propagare la fanghiglia e con essa l’odore disgustoso. Affamati di rendite adeguate e scorte fondamentali, i servizi municipali sono quasi tutti interrotti.

”L’odore”, ripete Ayoub al-Saifi, 56 anni, con una smorfia del viso mentre trattiene un fazzoletto sul naso e sulla bocca. “Il fetore di fogna …mia moglie ha l’asma, e non può respirare”.

Saifi abita vicino a quella che si è recentemente trasformata in una palude di rifiuti: era la strada che ci portava a casa. “Peggiora di giorno in giorno”, osserva il vicino Said Ammar, ingegnere e padre di quattro figli.

L’impianto di depurazione delle fogne in tutto il quartiere di al-Zaytoun a Gaza City richiede 20 mila litri di combustibile al giorno. La settimana scorsa Israele ha interrotto la fornitura a Gaza di tutti i combustibili e gli approvvigionamenti, provocando conseguenze catastrofiche.

Senza carburante per l’aspirazione, i rifiuti ristagnano, allagando le strade e ostruendo le tubature. Il ministero locale della salute ha dichiarato lo stato di calamità ambientale.

I medici hanno avvertito che una catastrofe sanitaria potrebbe causare la diffusione del colera e di altre malattie, in un momento in cui non sono più garantiti nemmeno i servizi sanitari salvavita.

”Dobbiamo scegliere se tagliare l’elettricità al reparto neonatale e maternità, o ai pazienti cardiopatici, oppure se chiudere le nostre sale operatorie”, ha detto la dr.ssa Mawia Hasaneen, responsabile del pronto soccorso dell’Ospedale al-Shifa, il più grande di Gaza.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha rilasciato il 22 gennaio una dichiarazione dove lancia l’allarme per il preoccupante aumento della crisi sanitaria nella striscia di Gaza, isolata dall’assedio di Israele, tra il confine egiziano e il Mar Mediterraneo.

”I frequenti tagli dell’elettricità e la potenza limitata disponibile per i generatori degli ospedali sono fattori di grave preoccupazione, che determinano interruzioni nel funzionamento delle unità di cura intensiva, delle sale operatorie e del pronto soccorso”, ha dichiarato l’OMS. “Nella farmacia centrale, le sospensioni della corrente hanno interrotto la refrigerazione di scorte farmacologiche deperibili, compresi vaccini”.

Christine McNab, responsabile pro tempore del dipartimento comunicazione a Ginevra aggiunge che “i nostri attuali timori riguardano la fornitura di elettricità per le strutture sanitarie, la possibilità di trasportare le scorte di farmaci nella regione, e, per la popolazione, le opportunità di cura fuori da Gaza”.

McNab osserva che se anche venisse revocato il blocco totale, sarebbero necessarie misure straordinarie da parte della comunità internazionale contro qualunque ulteriore sospensione.

Israele ha bloccato la fornitura di combustibile e approvvigionamenti a Gaza per contrastare gli attacchi di razzi provenienti dall’area palestinese, dove è stato eletto Hamas, il partito palestinese che non riconosce lo stato di Israele.

Secondo fonti ufficiali israeliane, da quando Israele ha avviato la sua ultima incursione sono stati esplosi da Gaza verso Israele circa 150 razzi artigianali. Due israeliani sono stati lievemente feriti e altri, rimasti sotto shock, sono stati soccorsi.

Israele ha vendicato l’attacco con carri armati e incursioni aeree degli F-16 che hanno lanciato missili Hellfire nei quartieri di Gaza. Secondo fonti ufficiali locali, dal primo gennaio almeno 76 palestinesi sono stati uccisi, e 293 sono rimasti feriti.

Malgrado la sofferenza, molti palestinesi non accusano Hamas.

”Hamas non è mai stato il problema, è l’occupazione il vero problema di sempre”, sostiene Ammar, il quale biasima piuttosto il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, che amministra la West Bank e tiene i negoziati con Israele.

”Abbas non merita l’uno per cento del rispetto che si era guadagnato (l’ex leader palestinese Ysser) Arafat. Israele non troverà mai nessuno all’altezza di Arafat, che aveva dato un’opportunità storica ai due stati. Malgrado ciò, loro (Israele) lo hanno tenuto sotto assedio”.

Rajaa Shalil, 38 anni, madre di quattro figli, vive a Rafah, frontiera egiziana, e dichiara che il suo “rispetto per Hamas è cresciuto più che mai. Provo affetto per loro, perché sono vicini ai più deboli”.

Non tutti gli abitanti di Gaza la pensano allo stesso modo. “Israele e Hamas sono le cause di quanto sta accadendo”, sostiene il residente Abu Mohammed. “Prima le nostre condizioni erano migliori, ma da quando Hamas ha preso il comando, non è mai stato in grado di gestire Gaza”.