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AIDS-AFRICA: Una policy per tutelare i diritti dei lavoratori sieropositivi

NAIROBI, 7 marzo 2007 (IPS) – L’Aids continua a stroncare la forza lavoro africana, e cresce il bisogno di adottare delle misure ad-hoc per sostenere i lavoratori affetti da Hiv, e assicurare che non siano vittime di discriminazioni. Ma è un bisogno spesso inascoltato.

Addirittura, “alcuni datori di lavoro istruiscono due persone per lo stesso lavoro”, preparandosi così alle possibili perdite tra i lavoratori a causa dell’Hiv, ha spiegato Khama Rogo, coordinatore del programma della Banca mondiale “Hiv/Aids in the Workplace”.

”Si tratta di risorse che potrebbero essere salvate, se venissero attuate delle politiche per l’Hiv/Aids sul posto di lavoro: alcuni dati in nostro possesso mostrano che quando i lavoratori affetti da Hiv/Aids vengono assistiti, non hanno più bisogno di chiedere il congedo per malattia”, ha detto Rogo all’IPS durante un workshop tenutosi nella capitale keniana, Nairobi, all’inizio di marzo.

L’incontro ha riunito membri della Banca mondiale provenienti da 27 paesi africani, per discutere degli effetti dell’Hiv/Aids sul posto di lavoro in tutto il continente.

Nell’Africa sub-sahariana, dove vive il 10 per cento della popolazione mondiale, più del 60 per cento della popolazione ha contratto il virus dell’Aids, secondo i dati delle Nazioni Unite. L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) osserva poi che nove persone su dieci che vivono con l’Hiv/Aids sonno adulti nel pieno della loro vita lavorativa.

Nel suo “Codice su Hiv/Aids e mondo del lavoro”, l’OIL delinea dieci principi fondamentali per le policy sul luogo di lavoro: si passa da temi come la discriminazione contro i lavoratori sieropositivi, all’adattamento del posto di lavoro per soddisfare i bisogni sanitari degli impiegati, all’assicurare che le persone affette dal virus non siano costrette a subire il licenziamento.

I dieci principi sottolineano poi il fatto che la policy non dovrebbe puntare solo sulle persone vittime dell’Hiv: “I partner 'sociali' hanno la possibilità di promuovere sforzi per la prevenzione attraverso l’informazione e l’educazione, e favorire una tendenza a cambiare i comportamenti”.

In alcuni casi, qualche passo per una politica per l’Aids nei luoghi di lavoro in Africa è stato fatto; ma molto rimane ancora da fare.

”Stiamo chiedendo ai nostri partecipanti di sviluppare delle loro politiche non discriminatorie in termini di promozione e accesso alle strutture mediche, e in cui si stabilisca che tutti i dati relativi agli impiegati devono rimanere confidenziali. Solo il 30 per cento dei membri ha aderito; e gli altri stanno per farlo”, ha detto all’IPS Charles Nyang’ute, responsabile del programma per l’Hiv/Aids della Federazione dei datori di lavoro del Kenya.

”Ancora prima che la malattia venisse dichiarata dramma nazionale, noi avevamo divulgato tra i nostri membri un codice di condotta per gestire la situazione, che include anche il problema della discriminazione”.

L’Aids è stato dichiarato emergenza sanitaria pubblica in Kenya nel 1999. Il Programma congiunto delle Nazioni Unite sull’Hiv/Aids ha stimato al 6,1 per cento l’incidenza dell’Hiv tra gli adulti in questo paese dell’Africa orientale.

Secondo gli attivisti, le politiche per l’Aids sul posto di lavoro in Kenya non dovrebbero essere facoltative.

“Finché avremo così pochi datori di lavoro che aderiscono alle politiche che favoriscono le persone affette da Hiv/Aids, i diritti di molti lavoratori che vivono con questa malattia continueranno a non essere rispettati. È necessario che tutti i datori di lavoro vengano costretti a stabilire queste normative”, ha detto Dorothy Onyango, direttrice esecutiva di Women Fighting Aids in Kenya.

Gli attivisti si stanno anche battendo per la “legge sulla protezione e il controllo dell’Hiv/Aids”, approvata l’anno scorso, che dovrà essere tradotta nelle lingue locali e distribuita a tutte le comunità. Questa legge prevede sanzioni per chiunque commetta discriminazioni nei confronti di una persona affetta da Hiv, o rifiuti di assumerla a causa della sua condizione.

Le difficoltà di mettere in atto un programma nel posto di lavoro sono dimostrate dalla stessa esperienza della Banca Mondiale.

Questa organizzazione offre attualmente assistenza e test gratuiti, farmaci antiretrovirali e terapie per le malattie legate all’Aids.

Ma dei 300, 400 impiegati che sono colpiti dal virus, solo il 10 per cento ha potuto beneficiare di questa cura, ha spiegato Ana Maria Espinoza, alto funzionario, medico, della Banca mondiale.

”Vogliamo che le persone che hanno bisogno di cure vengano da noi. Ma dobbiamo combattere la stigmatizzazione, così che le persone malate non abbiano paura di accedere ai farmaci salvavita”, ha aggiunto.

Sul sito web della banca si legge che si stanno facendo degli sforzi per rendere più consapevoli i dipendenti e gli impiegati dell’assistenza che l’organizzazione può fornire alle persone affette da Hiv/Aids, e affinché possano superare gli ostacoli per l’accesso a questi servizi.