NAZIONI UNITE, 3 febbraio 2005 (IPS) – Quest’anno i conflitti in corso in Africa continueranno ad avere un “impatto devastante” sui civili, “come è stato per molti mesi e, in
alcuni casi, per molti anni”. L’allarme è stato lanciato da un alto funzionario dell’Onu.
”La combinazione è fatale: instabilità, accesso limitato e imponenti esigenze umanitarie che continuano a crescere, mentre noi lottiamo per superarle”, ha detto al Consiglio di Sicurezza Jan Egeland, sottosegretario generale per gli affari umanitari delle Nazioni Unite (Onu).
Egeland, dipingendo un triste quadro delle crisi che dilagano in Africa, ha dichiarato che, su 15 appelli umanitari lanciati dalle Nazioni Unite lo scorso anno, 13 riguardavano paesi africani.
”Spero davvero che questo Consiglio confermi il proprio impegno ad affrontare queste emergenze come ha fatto finora” – ha aggiunto Egeland -, appellandosi alle 22 ricche nazioni donatrici del mondo perché siano più generose.
”È molto preoccupante”, ha detto, che lo scorso anno il Burundi abbia ricevuto aiuti internazionali solo per il 44 per cento circa delle sue necessità di emergenza; la Costa d’Avorio per il 34 per cento circa e la Liberia per il 48 per cento.
Questi paesi, ha affermato Egeland, sono sull’agenda del Consiglio di Sicurezza, “e, malgrado ciò, i loro appelli sono stati estremamente sotto-finanziati”.
Se non ci sarà una risposta positiva della comunità internazionale – ha proseguito -, l’Africa dovrà affrontare enormi sfide umanitarie nel 2005 (in particolare nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), in Sudan, Somalia, Burundi, Liberia, Ciad, Guinea, Uganda, Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Zimbabwe, Etiopia ed Eritrea).
L’agenzia umanitaria internazionale Oxfam ha segnalato di recente il conflitto nell’Uganda del nord – dove l’Esercito di resistenza del Signore (Lord's Resistance Army, LRA) è impegnato in una guerra civile ventennale contro il governo di Kampala – come “uno dei più lunghi conflitti africani ancora aperti”, con oltre 1,5 milioni di profughi.
”Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha dimostrato una terribile indifferenza rispetto al conflitto in Uganda, non approvando neanche una risoluzione al riguardo”, ha affermato Emma Naylor, responsabile di Oxfam-Uganda.
Naylor ha dichiarato che la guerra ha già avuto “conseguenze orribili” sulla popolazione e ha minato la fiducia nel processo di pace.
”L’Onu deve fare tutto il possibile per garantire che il recente insuccesso dei negoziati di pace non segni un ritorno alla guerra assoluta”, ha detto Naylor in una recente dichiarazione. “Mentre le notizie sullo tsunami e sull’Iraq dominano lo scenario, l’Uganda non deve diventare una vittima silenziosa”.
La Civil Society Organisations for Peace in Northern Uganda (CSOPNU), una coalizione di circa 40 organizzazioni non governative (Ong) nazionali e internazionali, ha dichiarato che il conflitto in Uganda è costato in totale circa 1,3 miliardi di dollari, il tre per cento del prodotto interno lordo (PIL) del paese, e circa 100 milioni di dollari all’anno.
Egeland ha detto al Consiglio di Sicurezza che, solamente nella RDC, l’effetto globale del conflitto è sconcertante: oltre 3,8 milioni di persone uccise dal 1998.
”Ciò equivale al bilancio di più di una dozzina di tsunami”, ha detto, alludendo al potente maremoto che ha ucciso più di 250.000 persone nel sud e nel sud-est asiatico.
Con circa 1000 morti ogni giorno nella RDC, la maggior parte a causa di malattie facilmente prevenibili e curabili, si raggiunge un bilancio di decessi delle stesse proporzioni dello tsunami quasi ogni sei mesi, ha affermato.
”Tutte le parti sono pesantemente armate, nonostante l’embargo sulle armi imposto da questo Consiglio nel luglio scorso, e i combattimenti possono ancora aggravarsi”, ha avvertito Egeland.
Oltre ai conflitti militari in corso, anche le siccità ricorrenti producono un pesante bilancio, in particolare nel Corno d’Africa.
Solo in Eritrea, circa 2,2 milioni di persone – su una popolazione di 3,8 milioni di abitanti hanno bisogno di assistenza alimentare, e il tasso del 53 per cento di malnutrizione materna è tra i più alti nel mondo, ha dichiarato il funzionario Onu.
Anche in Somalia e in Etiopia, stagioni consecutive di siccità hanno causato la perdita di risorse, bestiame, e una grave instabilità alimentare in molte zone dei due paesi.
Allo stesso tempo, sei milioni di persone in sei paesi dell’Africa meridionale quest’anno non potranno soddisfare il loro fabbisogno alimentare, soprattutto a causa della “triplice minaccia” rappresentata da insicurezza alimentare, Hiv/Aids e scarsa capacità di governo.
Il più devastante è l’impatto dell’Hiv/Aids, ha dichiarato Egeland. Solo lo scorso anno, l’Aids ha causato quasi un milione di morti nella regione.
Nel Sud dell’Africa, ci sono oggi quattro milioni di orfani solo a causa dell’ Hiv/Aids, con un aumento del fenomeno dei “bambini capo-famiglia”, ossia di bambini lasciati soli, esclusi dai vicini, spesso sieropositivi, senza protezione o con uno scarso accesso ai mezzi di sopravvivenza.
La situazione nel Darfur, dove i miliziani sudanesi sono accusati di genocidio, continua a peggiorare. La settimana scorsa, circa 10.000 sudanesi hanno abbandonato i loro villaggi nel Darfur del sud per cercare salvezza e assistenza. In un solo villaggio sono stati uccisi circa 100 civili, per lo più donne e bambini.
”L’alto livello di instabilità, soprattutto nel sud e nell’ovest del Darfur, ci impone seri limiti nel raggiungere centinaia di migliaia di persone la cui sopravvivenza dipende dal nostro aiuto”, ha osservato Egeland.
Nella sua recente pubblicazione intitolata “Uno sguardo sulla politica africana per il 2005”, l’organizzazione Africa Action di Washington ha accusato l’amministrazione Bush di trascurare i problemi dell’Africa.
”I reali interessi dell’amministrazione Bush in Africa sono il petrolio e le alleanze geo-strategiche, e la misura dell’impegno sarà giudicata quest’anno dalle sue iniziative per la cancellazione del debito, per l’Hiv/Aids e il genocidio nel Darfur”, ha dichiarato Salih Booker, direttore esecutivo di Africa Action.
Nonostante sia stato garantito un nuovo interesse internazionale verso l’Africa – ha concluso Booker – “la triste realtà è che il 2005 rischia di essere un altro anno di penosa spettacolarizzazione, piuttosto che l’anno della svolta radicale”.