LIBANO: Divisi ci armiamo

BEIRUT, 18 giugno 2008 (IPS) – Nonostante il nuovo accordo di pace di Doha, i libanesi appaiono sempre più divisi, e i continui scontri tra le diverse fazioni colpiscono la popolazione a tutti i livelli.

La valle di Bekaa, dall'aria apparentemente calma Mona Alami

La valle di Bekaa, dall’aria apparentemente calma
Mona Alami

All’origine delle crescenti tensioni, l’assassinio nel 2005 dell’ex primo ministro sunnita Rafik Hariri, ucciso da una carica d’esplosivo a Beirut, sembra per mano del regime siriano. Da allora il paese, che ospita 18 comunità religiose, si è diviso in due gruppi principali: una maggioranza sostenuta da arabi e occidentali, e un’opposizione filo-siriana e filo-iraniana. Il conflitto è culminato il mese scorso con uno scontro durato una settimana, costato la vita a 67 persone.

La fragile pace nata dall’accordo di Doha, Qatar, lo scorso 21 maggio, non ha impedito l’emergere di contrasti tra i sostenitori della maggioranza e dell’opposizione in diverse regioni. Il 28 maggio, in un conflitto a fuoco tra i combattenti dell’opposizione di Hezbollah e i membri del Partito socialista progressista a maggioranza drusa, un soldato è rimasto ucciso ad Aramoun, uno dei quartieri della capitale.

In un altro episodio avvenuto il 6 giugno, alcuni cecchini non identificati hanno ucciso Imad Zaghloul nella zona meridionale di Beirut Bir Hassan. Secondo alcune fonti, gli attentatori indossavano divise della polizia parlamentare, e le fazioni filo-governative hanno subito accusato l’opposizione di aver incoraggiato le violenze, visto che il parlamento libanese è guidato da Nabih Berri, leader del movimento sciita Amal.

L’8 e 9 giugno, violenti scontri sono scoppiati tra Hezbollah e il Movimento sunnita del Futuro, alla maggioranza, in due villaggi della valle di Bekaa, Saadnayel e Taalabeya.

“Nella società libanese, ogni comunità ha atteggiamenti latenti nei confronti di una parte o dell’altra, che diventano espliciti in caso di conflitto, esasperati dal dibattito politico e dalla visione faziosa dei fatti che i media diffondono”, sostiene Nabil Dajani, sociologo presso l’Università americana di Beirut.

L’omicidio di Hariri ha fomentato gli attriti tra le comunità sunnita e sciita, e da allora le relazioni tra i due gruppi sono rimaste instabili.

”I nostri vicini e amici della comunità sciita, con i quali abbiamo vissuto in armonia negli ultimi 30 anni, non si sono schierati con noi contro i siriani, e da allora di sono comportati come degli occupanti”, ci ha spiegato Mohamad Moheidine, proprietario di un negozio a Saadnayel, riferendosi all’allineamento con la Siria di Hezbollah e Amal, che si sono poi dimessi dal governo in protesta contro il tribunale internazionale creato per processare gli assassini di Hariri.

La pace apparente della valle di Bekaa, un arazzo verdeggiante di campi di grano e viti, è rotta dai discorsi violenti delle due parti dello schieramento. “Faremo il possibile per difenderci da loro, e per farla finita col loro atteggiamento arrogante”, ha affermato Mohiedine, riferendosi al presunto tentativo sabato scorso dei sostenitori di Hezbollah di sequestrare tre giovani sunniti in un caffè locale.

Ali Diab, proprietario di un negozio di vernici su una strada parallela, dà una diversa versione dei fatti dell’8 e 9 giugno.

“Un autista sciita della famiglia di Dandach è stato attaccato verbalmente da un gruppo di giovani sunniti, e poi si è vendicato sparando dei colpi in aria con il suo Kalashnikov. Allora è stato inseguito da un gruppo di abitanti del villaggio, che hanno sparato contro la sua casa. Hanno sparato anche contro casa mia, che è l’unica abitazione sciita della zona”.

Secondo il negoziante, anche se le rivalità iniziali sono state inizialmente innescate da differenze politiche, da allora hanno assunto una dimensione settaria. “Credo che la colpa non sia di Hezbollah; al contrario, Hezbollah ha chiesto ai propri sostenitori di avere pazienza. Abbiamo cercato vendetta solo quando ci siamo accorti che loro (i sostenitori sunniti del Movimento del Futuro) stavano davvero cercando di eliminarci”.

Secondo Dajani, i politici e i capi religiosi libanesi avrebbero alimentato un sentimento settario, invece di cercare di costruire ponti tra le diverse comunità.

”Alcuni abitanti del villaggio stanno vendendo la propria merce o i gioielli della moglie per comprare armi”, sostiene Mohiedine. “Siamo disposti a morire per proteggere noi e la nostra terra contro chi vorrebbe rubarcela”.