LIBANO: Ancora bambini vittime delle bombe a grappolo

SARAFAND, Libano, 3 marzo 2008 (IPS) – Rasha Zayoun aspetta silenziosamente nell’affollata sala d’attesa del medico, con la sua figura minuta curva sulla sedia, mentre la madre racconta il terribile incidente.

Un anno fa, Rasha, 17 anni, ha perso parte della gamba sinistra a causa di una bomba a grappolo inesplosa nascosta dentro un sacco di timo, portato accidentalmente in casa dai campi che circondano la sua città natale, Maarake, nel sud del Libano.

Rasha ha subito diversi interventi chirurgici, ma il ginocchio non è mai guarito, né sono cessati i problemi con la nuova protesi meccanica. Il problema principale però, spiega la madre Alia – che in quella stessa esplosione ha riportato delle ferite alla testa – è psicologico.

”Non esce con gli amici per due ragioni: si stanca molto presto, e deve regolare la protesi; e poi ha paura che la prendano in giro. Preferisce rimanere chiusa dentro casa. Esce solo con il cugino che abita nella casa accanto”.

“Rasha è un caso molto complicato”, spiega Maha Shuman Gebai, direttrice del Centro di riabilitazione Nabih Berri a Sarafand, vicino alla città costiera di Sidon, dove più di 200 vittime delle munizioni cluster del sud del Libano hanno cercato sostegno medico e psicologico. “Le è stata amputata una gamba, ma ha tante altre ferite che hanno fortemente influito sulle sue capacità”.

Le vittime delle bombe cluster hanno bisogno di un’intensa riabilitazione, spiega. “Sono i casi più complicati, perché hanno ferite multiple. Hanno molti problemi – generalmente perdono una mano, una gamba, molti perdono l’udito, alcuni la vista”.

Durante gli ultimi giorni del conflitto tra Libano e Israele, durato 34 giorni, nell’estate del 2006, e dopo il cessate il fuoco concordato con la risoluzione Onu 1701 – Israele avrebbe lanciato quattro milioni di munizioni cluster nel sud del Libano. Le centinaia di migliaia di sottomunizioni rivelatesi difettose e rimaste inesplose, la maggior parte fabbricate dagli Usa negli anni ’70 e ’80, oggi terrorizzano una popolazione civile che dipende principalmente dall’agricoltura per la sua sopravvivenza.

Fino a oggi, 240 civili sono rimasti feriti o uccisi per mano di queste bombe mortali, oltre alle 47 vittime tra le squadre di bonifica dalle mine.

In un rapporto dettagliato pubblicato questo mese, Human Rights Watch ha criticato i risultati delle ricerche dell’esercito israeliano e della Commissione Winograd nominata dal governo d’Israele sul conflitto della scorsa estate, da cui emergeva che Israele non era colpevole di aver infranto il diritto umanitario internazionale (DIU).

“L’uso di munizioni cluster da parte dell’esercito israeliano è stato tanto indiscriminato quanto sproporzionato, in violazione del DIU, e in alcuni casi costituisce un possibile crimine di guerra”, secondo HRW. “In decine di città e villaggi, Israele ha usato le bombe cluster che contengono sottomunizioni con un alto tasso di fallimento. Hanno lasciato dietro di sé case, giardini, campi e spazi pubblici pieni di centinaia di migliaia e forse fino a un milione di sottomunizioni inesplose”.

Associazioni di volontariato, imprese commerciali, peacekeeper dell’Onu e esercito libanese, tutti hanno delle squadre sul posto impegnate a liberare il sud del Libano dagli ordigni letali entro la scadenza di fine anno. Il Mine Action Coordination Centre nel sud del Libano (MACC-SL) ha registrato fino a oggi 964 aree colpite, con 27 milioni di metri quadrati di terra oggi bonificati, e oltre 140mila munizioni cluster distrutte dalla fine del conflitto.

Intanto a Wellington, Nuova Zelanda, la quarta conferenza per la messa al bando globale delle munizioni cluster si è conclusa con un impegno dell’ultimo minuto per i colloqui sulla versione finale del trattato a maggio a Dublino.

”Ottanta paesi hanno firmato una dichiarazione che li impegna a negoziare sulla base della bozza di trattato a Dublino”, spiega Thomas Nash, coordinatore della Coalizione per le munizioni cluster (Cluster Munitions Coalition, CMC), una rete di organizzazioni della società civile che vogliono portare avanti il Processo di Oslo, avviato dal governo norvegese lo scorso anno e poi ospitato da Lima e Vienna.

Mentre più di 120 stati fanno parte dei negoziati, i principali fabbricanti di munizioni come Usa, Cina, Russia e Israele si sono tirati completamente fuori dai colloqui sul trattato, mentre altri firmatari, come i paesi produttori Francia, Germania, Gran Bretagna, Canada e Olanda, si stanno battendo per contemplare delle eccezioni al divieto. “È una battaglia difficile tra paesi che tirano in ballo le nuove tecnologie”, sostiene Richard Moyes, direttore di Landmine Action (GB) e membro della coalizione CMC.

Per esempio, il divieto include le munizioni cluster con meccanismi di “autodistruzione”, come il modello israeliano M-85, che la Gran Bretagna definisce “sicuro”, con un tasso di fallimento dell’uno per cento. Ma secondo il MACC-SL, l’M-85 ha una percentuale di insuccesso tra il cinque e il dieci per cento, vicino alla Blue Line, il confine stabilito dall’Onu tra Israele e Libano.

Altri motivi di disaccordo sono la durata dei tempi di transizione prima della distruzione delle riserve e il divieto di utilizzo, oltre al divieto di effettuare operazioni congiunte con i paesi che ne fanno uso, come gli Stati Uniti. “È un testo forte, con un chiaro divieto delle munizioni cluster”, secondo Moyes. “Le eccezioni non sono previste, e ci vuole una maggioranza di due terzi per poterle ammettere, quindi dovranno lottare molto”, ha detto. “La maggior parte del mondo in via di sviluppo non vuole eccezioni”.

Finora ha ottenuto un forte sostegno la parte della bozza in cui si parla dell'assistenza alle vittime, per cui sarebbe lo stato ad assumersi la responsabilità della riabilitazione medica e psicologica degli infortunati. Questo è particolarmente importante per i pazienti poveri come Rasha, che al culmine degli stenti fisici e mentali dipendono completamente dagli aiuti per potersi permettere le spese sempre più alte delle protesi e di una lunga e complessa riabilitazione.

Così, mentre gli stati si preparano alla battaglia finale a Dublino, i civili nel centro di riabilitazione di Sarafand lottano per riprendere la loro vita normale. “Una persona che ha perso un arto prova un forte senso di inadeguatezza – all’inizio attraversa una fase di rifiuto. Si chiede: Perché è successo proprio a me?, spiega Gebai. “Ma la disabilità non è mai un ostacolo per le persone ambiziose. Il nostro slogan è ‘trasformare una disabilità in una capacità’”.