DIRITTI-ZIMBABWE: Giustizia per le violenze sessuali a sfondo politico

HARARE, 18 novembre 2008 (IPS) – “Sono stata violentata da quattro miliziani dello Zanu PF, di notte, proprio fuori dalla loro sede, durante le elezioni. Mi hanno stuprata a turno, accusandomi di sostenere l’opposizione, l’MDC [Movimento per il cambiamento democratico]”, ha raccontato Paulina Moyana*, di Mutasa, una comunità nella provincia orientale dello Zimbabwe Manicaland.

Betty Makoni, dell'Associazione sopravvissute allo stupro dello Zimbabwe, lavora per assicurare alla giustizia i responsabili delle violenze. Davison Makanga/IPS

Betty Makoni, dell’Associazione sopravvissute allo stupro dello Zimbabwe, lavora per assicurare alla giustizia i responsabili delle violenze.
Davison Makanga/IPS

“Hanno minacciato di morte me e la mia famiglia, quindi non ho avuto altra scelta che cedere alle loro richieste”, ha aggiunto. Il podere di famiglia di Moyana è stato distrutto e il bestiame ucciso, per “punire” la presunta appartenenza politica della donna.

Un’altra donna, la 53enne Sophie Makore*, di Hurungwe, nel nord del paese, spiega di aver perso ogni speranza dopo la terribile esperienza subita per mano di alcuni attivisti dello Zanu PF. Qualche mese fa, gli uomini delle milizie l’hanno denudata e violentata ripetutamente. Come nel caso di Moyana, gli stupratori le hanno detto di averla punita perché sosteneva il partito d’opposizione.

Le testimonianze di Moyana e Makore sono solo due dei tanti racconti di donne delle zone rurali dello Zimbabwe di fatti avvenuti durante il sanguinoso e controverso secondo turno delle elezioni presidenziali, lo scorso giugno. Ad una donna dello Zimbabwe orientale, un medico ha prelevato 250 millilitri di liquido seminale, dopo che era stata vittima di violenza sessuale di gruppo per tre giorni consecutivi.

Oggi, le storie della brutalità delle milizie che violentano ragazze e donne che potrebbero essere le loro madri e incendiano le case dei sostenitori dell’MDC vengono raccolte da un gruppo di attiviste per i diritti che vogliono assicurare alla giustizia i responsabili delle violenze, denunciandoli alla Corte penale internazionale (ICC).

Finora, un solo uomo è finito in carcere per gli stupri avvenuti nel corso degli ultimi mesi. È stato condannato a 22 anni nella città di Masvingo, nello Zimbabwe sud-occidentale.

Di recente, la nota attivista locale Betty Makoni ha costituito l’Associazione sopravvissute allo stupro dello Zimbabwe (ZRPS), un’organizzazione che documenta i casi di stupri a sfondo politico, si batte per fare giustizia e per riabilitare le vittime sopravvissute agli stupri portandole in un luogo sicuro nel vicino Botswana, visto che molte donne, per timore di rappresaglie, hanno il terrore di testimoniare in Zimbabwe.

“La maggior parte delle donne ha subito abusi fisici, ma anche danni non visibili. Hanno paura di tornare nei loro villaggi”, spiega Makoni. “Le donne sono molto traumatizzate e, ancora peggio, ostracizzate dalle comunità locali”.

”Lo schema è quello della persecuzione politica sistematica. Dalle testimonianze delle donne emerge come i capi dell’esercito e le milizie dello Zanu PF abbiano avviato una deliberata campagna contro i sostenitori dell’MDC. Stiamo parlando di violenza legittimata dallo Stato”, ha aggiunto.

La ZRPS collabora con un team di avvocati del gruppo di pressione statunitense AIDS-Free World, per raccogliere le prove e presentare ricorso ai tribunali internazionali o regionali. Makoni spiega che la ZRPS porterà i casi in tribunale fuori dallo Zimbabwe, poiché il sistema legale del paese non ha una storia di processi trasparenti nei casi di violazione dei diritti umani.

”Fino ad oggi, abbiamo prestato assistenza a circa 150 sopravvissute allo stupro, e 20 ci hanno fornito le prove in affidavit. Ci stiamo dando molto da fare per consegnare tutti i colpevoli alla giustizia”, ha assicurato Makoni, spiegando che sono già stati imputati 180 uomini, soprattutto ufficiali dell’esercito.

Secondo il co-direttore di AIDS-Free World Paula Donovan, la natura sistematica e diffusa degli stupri avrà un forte impatto sull’accondiscendenza della corte, anche se lo Zimbabwe non aderisce allo Statuto di Roma della ICC, che giudica le persone accusate di crimini contro l’umanità, ha ricordato all’IPS.

“È ormai chiaro che la natura diffusa delle violenze sessuali costituisce un crimine contro l’umanità. Sappiamo che lo Zimbabwe non ha firmato la Convenzione della Corte penale internazionale, così [nei casi che non verranno ascoltati dalla ICC] ci saranno altre possibilità di perseguirli, per esempio chiedendo il deferimento al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, ha spiegato Donovan.

Se il Consiglio di sicurezza dell’ONU concorderà all’unanimità sulla gravità dei casi, aprirà le porte ai processi contro i funzionari governativi dello Zimbabwe, tranne per il presidente del paese, che gode dell’immunità. L’accusato può essere incriminato secondo la giurisdizione regionale “universale” dei paesi aderenti al trattato internazionale dei crimini contro l’umanità.

Donovan spiega che un’altra possibilità sarebbe portare il caso davanti al Tribunale africano per i diritti umani e dei popoli, anche se è preoccupante che questa istituzione non abbia mai giudicato un solo caso nei suoi dieci anni di esistenza. Un altro ostacolo è che solo 24 dei 53 paesi membri dell’Unione africana hanno ratificato il protocollo per l’istituzione del tribunale nel 1998. I gruppi per i diritti imputano alla burocrazia e alla mancanza di volontà politica questo ritardo nella giustizia.

”È assai spiacevole che i processi giuridici siano lenti, ma le donne vogliono portare i loro casi in tribunale, qualunque siano i tempi”, ha commentato Donovan.

Secondo gli attivisti, è fondamentale che i casi vengano portati davanti a una corte, in modo da ripristinare i diritti delle donne in un paese che si è impegnato a raggiungere il terzo Obiettivo di sviluppo del millennio, che prevede la parità fra uomo e donna.

Netsai Mushonga, coordinatrice della Coalizione delle donne dello Zimbabwe, ritiene che queste violenze sancite dallo Stato ostacolino gli sforzi della nazione verso l’empowerment femminile. “La realtà nel nostro paese è quella di una totale mancanza di considerazione nei confronti delle donne. I nostri leader [che hanno legittimato le violenze] dovrebbero essere richiamati al loro dovere”, ha osservato.

Le istanze delle organizzazioni per i diritti dello Zimbabwe hanno trovato il sostegno di diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani. Il mese scorso, Amnesty International ha chiesto giustizia per tutti i responsabili delle violenze autorizzate dallo Stato in Zimbabwe, lamentando un aumento delle violazioni dei diritti umani che restano impunite. Un'altra importante organizzazione di difesa dei diritti umani, Human Rights Watch, ha riportato un aumento delle violenze sporadiche, sulla scia dell’attuale stallo nella definizione di un governo di unità nazionale tra Zanu PF e MDC.

* Non è il suo vero nome