BEIRUT, 30 settembre 2008 (IPS) – L’esplosione di una bomba nel campo profughi palestinese di Ain el-Helweh, avvenuta durante la visita di un corrispondente dell’IPS, è l’ennesimo segnale di quanto la pace sia precaria in questi luoghi.
Sulla strada per Ain el-Helweh, alla periferia della città meridionale di Sidon, ho notato una grossa jeep israeliana parcheggiata strategicamente in prossimità di una rotonda: un continuo richiamo per i 70mila residenti del campo al conflitto ormai in corso da 60 anni con il vicino stato ebraico.
Il mercato della frutta e verdura, riparato dal sole da alcuni teli di stoffa, era fervente di attività. Il mercato si trova a pochi metri dall’entrata del campo, su uno stretto vicolo buio, che i residenti percorrevano frettolosi per comprare le provviste per l’Iftar (il primo pasto dopo la lunga giornata di digiuno del Ramadan).
Ma la calma apparente era destinata a durare poco. Verso le due e mezza del pomeriggio, il quartiere è stato scosso da una potente esplosione. Proveniva dalla zona di Ain el-Helweh's Tawarek, sede del movimento islamico dei mujaheddin e di altre fazioni islamiche.
Il rumore dell’esplosione è riecheggiato sino al fatiscente edificio bianco della moschea di Nour, dove l’IPS aspettava di incontrare Jamal el-Khattab, un capo dei mujahid islamici che ogni giorno predica rivolto alla folla. Una luce intensa è divampata per un istante, prima di svanire, seguita da un rumore come di vetri rotti, e poi dalle urla della gente. Combattenti in tenuta militare e magliette nere sono spuntati fuori dal nulla all’improvviso, quasi fossero stati invocati dall’esplosione. Sono sbalzati fuori dai loro nascondigli, delle stanze buie lungo l’ampia scalinata che collega la moschea ai piani superiori, dove si trovano gli uffici dello sceicco Jamal. I volti coperti da passamontagna neri, si sono rapidamente schierati intorno alla moschea.
La gente si è radunata intorno all’area, per assistere agli sviluppi di quel terribile evento. Un uomo, inzuppato di sangue, aiutava un civile rimasto ferito sul ballatoio della vicina moschea. “Non è giusto, non è giusto!”, gridava. “Perché dobbiamo morire per mano dei nostri fratelli?”.
L’esplosione ha ucciso una persona e ne ha ferite cinque.
L’IPS aveva visitato il campo poche ore prima del bombardamento. “C’è un certo equilibrio delle forze in campo, con il potere diviso tra Fatah (una branca dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina) e diverse altre fazioni islamiche”, ha spiegato Hassan, un fruttivendolo, pochi minuti prima dello scoppio.
Una cliente, una donna con il viso coperto da un velo scuro, è intervenuta. “Equilibrio di potere o meno, niente sembra fermare la violenza che affligge il campo”. Si riferiva all’omicidio, il 15 settembre, di Issam Bikai, un membro della fazione di Jund al-Sham. L’uccisione ha provocato violenti scontri con mitragliatrici e granate a razzo.
Jund al-Sham è una fazione islamica finanziata da Hezbollah, che sembrava fosse stata smobilitata l’anno scorso da altri movimenti palestinesi. Secondo Hajj Maher Queid, capo degli Ansar Allah (Partigiani di Dio), negli ultimi mesi si sarebbe riunita proprio per l’assassinio di Bikai, a quanto pare ad opera di un membro di Fatah.
Mounir Maqdah, capo del gruppo di Fatah nel campo, ha negato l’accusa che l’uccisione di un membro di Jund al-Sham avesse motivazioni politiche. “I problemi personali stanno assumendo una dimensione politica”, ha dichiarato, riferendosi ai dissapori tra le famiglie Bikai e Saadi (il figlio di Mohamad Saadi sembra fosse coinvolto nell’omicidio di Bikai, ed è stato ucciso il giorno dopo). “Quando hai così tante persone, quasi tutte disoccupate, stipate in un chilometro quadrato, cosa ti aspetti?”.
Una fonte ha fatto notare che non c’erano più di 40 combattenti di Jund al-Sham nel campo di Ain el-Helweh, mentre le altre fazioni militari fondamentaliste islamiche – in particolare Ansar Allah, Osbat el-Ansar, Hamas e il movimento islamico dei mujaheddin – comprendono tra i 100 e i 200 combattenti ciascuna. L’IPS non ha potuto però accertare il numero totale dei combattenti armati delle diverse fazioni.
Con così tante armi a portata di mano, la vita ad Ain el-Helweh è diventata per la maggioranza delle persone una continua lotta per la sopravvivenza. “Cerchiamo di rimanere vicini, e di restare dentro quando ci sono scontri”, dice Oum Mohamad, indicando la vicina moschea di Safsaf, la sede di Osbat el-Ansar. Per ricordare che nessun luogo nel campo è davvero sicuro, la facciata dell’edificio, dove sono affissi citazioni del Corano e manifesti di Bin Laden, è crivellata di fori di proiettile.
Altri scontri potrebbero seguire, dato che le fonti militari intervistate dall’IPS dopo il bombardamento hanno accusato dell’attacco una delle fazioni di Fatah. Alcune fonti hanno rivelato all’IPS che l’attacco, come molti altri rivolti contro la fazione di Jund al-Sham, è stato il risultato di una lotta di potere tra i leader di Fatah che non sono riusciti a trovare un accordo per trattare con i militanti islamici.
Nel frattempo, i civili sono le vittime di questa guerra intestina. “Mio zio vive nel vicolo, e mi hanno detto che è rimasto gravemente ferito”, dice calma una donna sul luogo dell’esplosione, gli occhi svuotati da ogni espressione. “Siamo destinati a morire presto, dopotutto siamo palestinesi”.

