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Marocco: tra Occidente ed islamismo

Equilibri.net, 18 febbraio 2011 (IPS) – Il regno di Mohammed VI rappresenta fino ad oggi una delle “eccezioni” nell'area nordafricana, in quanto non contagiato dall'ondata delle proteste maghrebine. La presenza di un monarca discendente diretto del Profeta, “difensore della fede” e “comandante dei credenti”, oltre che capo delle forze armate e con importanti poteri politici, rappresenta indubbiamente un forte elemento di stabilità per il Marocco. Ma ai forti legami del Paese con l'Occidente da un punto di vista politico ed economico, si affiancano gravi diseguaglianze sociali. Cosí, come nel resto del Nord Africa, anche in Marocco l'islamismo moderato si pone come interlocutore imprescindibile per le istituzioni marocchine e per l'Occidente.

E’ attesa per il prossimo 20 febbraio una manifestazione a Rabat sulla scia delle rivolte che hanno già interessato Tunisia, Egitto, Yemen, Algeria e Giordania. L'evento, organizzato da un non meglio identificato movimento giovanile denominato “Democrazia e Libertà Ora”, mira alla creazione di un sistema pienamente democratico marocchino. Il movimento, tramite Facebook, si propone come obiettivo la dissoluzione del Parlamento, il rilascio dei detenuti politici, la creazione di un governo provvisorio al fine di riformare in senso più democratico la carta costituzionale marocchina e di garantire una maggiore tutela dei diritti civili. Nonostante l'attuale costituzione marocchina, emanata nel 1962 da Hassan II, padre e predecessore di Mohammed VI, preveda una monarchia costituzionale e una divisione dei poteri tra governo, parlamento e sistema giudiziario, gli organizzatori della manifestazione del 20 febbraio contestano la mancanza di un sistema politico realmente democratico. Il potere esecutivo marocchino é infatti diviso tra governo e sovrano: quest'ultimo puó a sua discrezione revocare i ministri ed emanare decreti regi (Dahir). L'erosione dei reali poteri di governo e parlamento è quindi alla base delle proteste organizzate dal movimento “Democrazia e Libertà Ora”. Il Ministro della Comunicazione Khalid Naciri, a proposito della manifestazione, ha ribadito il carattere democratico del sistema politico del Marocco e ha aggiunto che, a riprova della tutela delle libertà collettive ed individuali garantite dalle istituzioni del Paese, il popolo ha tutto il diritto di manifestare liberamente.

Riflettendo sulle probabilità di una deflagrazione di proteste sul modello tunisino in Marocco, è interessante notare come le agenzie di rating, quali Moody's o Standard&Poor, non abbiano declassato l'affidabilità dei conti pubblici marocchini. Segno che il regno di Mohammad VI non é visto a rischio “contagio”, date le peculiarità politiche ed economiche del Paese, profondamente differenti da quelle degli altri Paesi nordafricani. Effettivamente, la presenza di un sovrano ampiamente legittimato dal popolo, la salvaguardia (seppur limitata) di alcuni diritti civili e una relativa democraticità del sistema politico del Paese rappresentano elementi distintivi del regno marocchino rispetto al resto del Nord Africa. Ma allo stesso tempo, da un'attenta analisi della realtà sociale, si evincono alcuni importanti elementi capaci di minare la coesione sociale del Paese. L'individuazione di quanti e quali di questi elementi possano incidere in un'ipotetica “protesta del pane” marocchina è lo scopo di questa analisi.

La società marocchina tra riforme democratiche e diseguaglianze sociali

I principali indicatori riferiti al Marocco presentano un Paese afflitto da gravi problematiche socio-economiche. La bassa spesa pubblica e l'elevata inefficienza delle politiche sociali, fanno sì che il 14% della popolazione marocchina viva con meno di due dollari al giorno. Il tasso di disoccupazione giovanile (per le fasce di età comprese tra i 15 e i 24 anni) è pari al 18 %. La possibilità di accesso alle strutture sanitarie è garantita ad appena il 72 % della popolazione marocchina, un dato inferiore persino a quello egiziano. Ma ancora più interessante è quello relativo al tasso di alfabetizzazione: soltanto il 56,4 % della popolazione adulta marocchina (fascia di età dai 15 anni in su) è in grado di leggere e scrivere. Anche tra i più giovani (tra i 15 e i 24 anni), il tasso di alfabetizzazione è allarmante, attestandosi al 76,6 %. Proprio il livello culturale estremamente basso della popolazione marocchina rende poco probabile una diffusione delle rivolte nel Paese. Ciononostante, dal 1999 è in atto un processo di graduale democratizzazione. In quell'anno saliva al trono Mohammad VI e si chiudeva il regno del padre Hassan II, durato 38 anni e caratterizzato dalla soppressione delle libertà civili e di qualsiasi forma d'opposizione politica.

Con Mohammad la situazione è mutata: la promessa di aiuti economici, di strette collaborazioni commerciali e di pieno riconoscimento della legittimità della monarchia alawita da parte di Stati Uniti ed Europa hanno permesso al nuovo sovrano di aprire un periodo di liberalizzazione economica, di garantire maggiori diritti civili mentre veniva riconosciuto il ruolo dell’opposizione. Sotto il primo aspetto, quello economico, è lecito affermare che il Marocco rappresenti un caso emblematico nell’area MENA (Medio Oriente e Nord Africa). Da un’economia completamente statalizzata, si è passati ad una apertura del mercato all’estero e ad una privatizzazione diffusa. Tali processi, iniziati già dagli anni Ottanta, hanno trovato un forte impulso sotto il regno di Mohammad VI. Queste accelerate trasformazioni economiche hanno tuttavia inciso profondamente anche sulla società, mutandone gli equilibri. La privatizzazione di specifici settori dell’economia marocchina, avviata in modo poco trasparente, ha arricchito solo una parte ristretta della società. Infatti, la devoluzione del controllo economico statale si è basata prevalentemente su un sistema clientelare dove il re poteva scegliere arbitrariamente a chi cedere la fornitura di servizi pubblici.

Il rapido processo di privatizzazione aveva inoltre lo scopo di creare una classe media marocchina di imprenditori; obiettivo pressoché fallito fino ad oggi. La gestione personalistica della privatizzazione dei servizi pubblici e la mancata riforma istituzionale necessaria per supportare un simile stravolgimento economico sono stati tra gli ostacoli principali ad un vero sviluppo del benessere sociale marocchino. L’attenzione mostrata dalle istituzioni per la creazione di organi di rappresentanza e tutela dei lavoratori, come ad esempio i sindacati, si è dimostrata superficiale e tardiva. Se si considera che il 43,3% della forza lavoro totale è impiegata nel settore agricolo, è evidente come le riforme economiche in senso neo-liberale in Marocco non abbiano in alcun modo favorito il benessere sociale. La distribuzione del reddito secondo l’indice di Gini si attesta al coefficiente 40,88, evidenziando un’altissima disomogeneità e diseguaglianza sociale.

Estremamente rilevante, e conferma ulteriore delle difficoltà socio-economiche da qui il Paese è afflitto, risulta essere il sistema fiscale marocchino. Lungi dall'essere basate su un sistema progressivo, le imposte sul reddito hanno colpito duramente gli strati sociali più fragili: poco meno di tre milioni di marocchini pagano meno imposte sul reddito aggiuntivo rispetto a 26 milioni di concittadini. A fronte di un livello di giustizia sociale estremamente basso, sono prevalentemente le ONG e altre organizzazioni umanitarie a supplire alle carenze del governo, fornendo aiuti nelle aree più degradate del Paese, come ad esempio il Marocco settentrionale; proprio in quest'area, il movimento islamico di Carità e Giustizia (JC) ha avviato azioni dirette al sostegno diretto delle fasce più povere della popolazione, alimentando in questo modo, come vedremo più avanti, i timori di un diffuso sentimento estremista islamico nell'area.

Parallelamente il Marocco ha intrapreso un cammino deciso verso una democratizzazione politica che ha portato ad indubbi progressi riguardo alla rappresentanza multipartitica. Le forze di opposizione sono tollerate, in linea con i sistemi occidentali. Tuttavia il regno è interessato da un’estrema frammentazione dei partiti la quale nuoce naturalmente all’efficacia della rappresentazione popolare nelle istituzioni. Sebbene i brogli elettorali siano fortemente ridimensionati rispetto ad altri Paesi della regione, il livello di corruzione è estremamente elevato (il coefficiente di percezione della corruzione per il 2010 è 3,4 non molto dissimile da quello dell’Egitto e peggiore di quello tunisino). Si è inoltre registrato un notevole astensionismo nelle ultime elezioni del 2009, dove solo il 52% dei marocchini ha votato; se si aggiunge che appena il 70% degli aventi diritto è regolarmente registrato agli uffici elettorali, si denota un alto grado di sfiducia nel sistema di rappresentanza nazionale. Nonostante le sempre maggiori aperture ad un sistema politico più democratico, il Center for International Development and Conflict Management classifica il livello di democrazia al livello 0 e uno di autocrazia al livello -6 (su una scala da 10, pienamente democratico, a -10, pienamente autoritario). Inoltre, secondo il World Democracy Audit, il grado di democrazia, la libertà di stampa e il livello di corruzione classificano il Paese al 95° posto su 150 Stati contemplati. D'altra parte il Marocco si conferma, sulla stessa linea degli altri Paesi dell'area MENA, sprovvisto di un adeguamento sufficiente dell'impianto legislativo e giudiziario in materia di diritti umani.

L'islamismo moderato e le relazioni con l'Occidente

Due fattori contribuiscono a differenziare ulteriormente il Marocco dagli altri Paesi della regione: da una parte le intense relazioni diplomatiche che legano il regno di Muhammed VI a Stati Uniti ed Unione Europea, sotto un aspetto politico ed economico; dall'altra la presenza di un partito islamico moderato, il Partito di Giustizia e Sviluppo (PJD) ufficialmente tollerato dal sovrano e partecipante in forma regolare alle elezioni da più di dieci anni. I legami tra Marocco ed Unione Europea sottendono a specifici obiettivi riguardanti il controllo del flusso migratorio marocchino che ogni anno interessa in maniera massiccia le coste spagnole.

Cosciente di tali problematiche, Bruxelles ha sviluppato politiche dirette ad un potenziamento del sistema di democratizzazione istituzionale del Paese, capace di adeguarsi, come visto in precedenza, al recente passaggio del Marocco ad un sistema economico di tipo neo-liberale. Per il triennio 2011-2013, L'Unione Europea ha stanziato 580,5 milioni di euro, facendo del Marocco il secondo Stato dell'area MENA dopo la Palestina per aiuti economici provenienti dall'UE. Di un budget cosi' importante, tra i 230 e i 250 milioni di euro, la metà, sono stati inseriti alla voce “Appoggio istituzionale”. Solo 115 milioni di euro sono stati invece indirizzati allo sviluppo di politiche sociali. Nonostante ció possa apparire contraddittorio rispetto ai gravi problemi socio-economici che colpiscono il regno di Mohammed VI, sono considerazioni più prettamente politiche che giustificano tali sforzi economici.

Oltre al controllo dei flussi migratori, in merito al quale sono stati conseguiti risultati dubbi, é la garanzia offerta dal re marocchino nella lotta al terrorismo ad interessare i governo europei. Il Paese, base di diverse cellule di al Qaeda e di altre organizzazioni terroristiche, ha basato sul tema della sicurezza la ragione principale per sviluppare strette forme di cooperazione economica con l'Occidente. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea appaiono così come partner imprescindibili del Marocco di Muhammed VI, anche, e soprattutto, da un punto di vista di legittimazione politica del sistema monarchico; la posizione del re risulta quindi sostanzialmente sicura, potendo contare su un sostanziale riconoscimento della sua autorità politica e religiosa da parte del popolo marocchino.

Lo sviluppo dell'Islam politico di stampo marocchino si intreccia fortemente con le relazioni internazionali stabilite dal Paese con Stati Uniti ed Europa. Il partito di Giustizia e Sviluppo è nato nel 1967 dalla fusione di diversi movimenti islamici moderati e filo-monarchici. La sua matrice anti-rivoluzionaria, aperta all'Occidente, verso il quale il suo leader Saad Eddine Othmani riconosce una profonda necessità di confronto da parte del mondo islamico, hanno permesso al PJD di diventare il principale partito d'opposizione al partito di centro Modernità e Autenticità (PAM) vincitore delle ultime elezioni parlamentari del 2007. In quell'occasione il PJD ricevette la più alta percentuale di voti popolari (10,9 % dei consensi a livello locale e 13,4 % nelle liste nazionali), aggiudicandosi 46 seggi alla Camera dei Rappresentanti. Il riconoscimento del successo e della radicalizzazione nel territorio del PJD ha trovato reazioni discordanti tra Stati Uniti ed Europa: se i primi hanno identificato nel partito islamico un interlocutore imprescindibile per sviluppare istituzioni democratiche in Marocco e per farsi promotore di un Islam moderato nella regione, l'Europa ha sempre guardato con maggiore sospetto al PJD. Spinti da preoccupazioni inerenti alla sicurezza dei confini meridionali del Vecchio Continente, i Paesi europei non hanno mai tentato un dialogo con Othmani, preoccupandosi allo stesso tempo di escludere il partito da qualsiasi consultazione nell'ambito della Partnership Euro-Mediterranea.

D'altra parte, l'unico movimento marocchino dichiaratamente anti-monarchico appare essere quello di Giustizia e Carità (JC). Anch'esso di ispirazione islamista col proposito di restaurare la sharia, a differenza del PJD non si é mai candidato alle elezioni locali o nazionali dal momento della sua fondazione, avvenuta nel 1988. Infatti, i suoi propositi rivoluzionari, in quanto forte promotore di una svolta in senso democratico nel Paese, le sue accuse avanzate contro un sistema politico ed elettivo anti-democratico e corrotto, hanno fatto sì che, sia per scelta che per esplicito divieto di Muhammad VI, JC abbia deciso di rimanere ai margini delle elezioni marocchine. La messa al bando del movimento è frutto anche del seguito che JC é riuscito a guadagnarsi tra la popolazione marocchina, grazie ad una fitta rete di associazioni caritatevoli dirette alle fasce più povere della popolazione. Da notare inoltre come JC, guidato da Nadia Yassine, abbia supportato recentemente gli organizzatori della manifestazione in programma per il prossimo 20 febbraio, invocando una svolta democratica capace di coniugare modernità e islamismo.

Conclusioni

Il panorama politico, sociale ed economico marocchino presentato mette in evidenza tendenze estremamente interessanti. Da una parte i principali indicatori statistici indicano un livello di importanti diseguaglianze nella distribuzione del reddito, diffusa corruzione e povertà, e descrivono il tessuto sociale marocchino come terreno fertile per la diffusione di rivolte popolari. Allo stesso tempo, tuttavia, la figura del monarca, leader politico e soprattutto religioso, rappresenta un’eccezione decisiva nella regione (simile solo al caso della Giordania), riuscendo a rappresentare un forte elemento di coesione sociale. L'alto livello di analfabetizzazione e la scarsa partecipazione politica registrata in occasione delle ultime tornate elettorali, sono la riprova che un contagio nel Paese delle rivolte popolari sia altamente improbabile.

Facendo leva sugli importanti aiuti economici provenienti da Stati Uniti ed Europa, il Regno marocchino potrebbe avviare un processo ancora più profondo teso ad una completa democratizzazione istituzionale: tuttavia, fino ad oggi, sia Mohammed VI, sia l’Occidente, si sono mostrati più interessati ad una riforma economica in senso neo-liberale del Paese, piuttosto che all’avvio di una efficace lotta alla corruzione. Infine, come in Egitto, l’Europa ha fino ad oggi rifiutato di avviare un dialogo con l’islamismo moderato che rappresenta la principale forza di opposizione nel Paese. Questa scelta potrebbe essere pagata a caro prezzo dagli Stati del Vecchio Continente. La legittimazione politica dei Fratelli Musulmani, e dell’islamismo moderato in genere, potrebbe infatti avere ripercussioni in tutta l’area: voltando le spalle al PJD, l’Europa rischia nuovamente di non poter incidere sulla scena politica di un altro Stato del Nord Africa come il Marocco. Copyright Equilibri