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ECONOMIA: Il neoliberismo è sofferente, ma sopravvive

BERLINO, 19 gennaio 2010 (IPS) – La crisi finanziaria globale ha fatto credere a molti economisti europei e attivisti della società civile che il paradigma neoliberista fosse scomparso dalle politiche socio-economiche del mondo industrializzato e di molti paesi in via di sviluppo, vittima dei suoi stessi difetti.

Ma circa due anni dopo, e nonostante i tanti dibattiti e le azioni dei governi nel mondo industrializzato per contrastare il disastro sociale ed economico causato dal capitalismo sfrenato, il neoliberismo è ancora presente in Europa. Sofferente forse, ma ancora vivo.

“Purtroppo, molti governi in Europa non hanno mai davvero rinunciato al paradigma neoliberista, nonostante la profonda crisi sociale ed economica provocata in Europa dalla deregulation e da politiche di mercato radicali”, ha detto all’IPS Kerstin Sack, responsabile del monitoraggio delle istituzioni finanziarie internazionali e della solidarietà economica per il movimento tedesco anti-globalizzazione ATTAC.

Gli appelli dei gruppi della società civile come il Forum Sociale Mondiale (WSF) sono “più urgenti che mai”, afferma Sack. “Il mondo ha bisogno di stabilire forme rigide di controllo sulle transazioni finanziarie internazionali, di perseguire una politica ambientale globale per contrastare il cambiamento climatico, di promuovere una politica di commercio internazionale equa, e di dare opportunità di espansione ai produttori dei paesi in via di sviluppo, sia a livello industriale che agricolo”.

Il FSM, fondato nel gennaio 2001 nella città brasiliana di Porto Alegre, si configura come uno spazio politico per i gruppi e i movimenti della società civile in contrapposizione al neoliberismo e al dominio del mondo da parte del capitale e di ogni forma di imperialismo. I suoi avvertimenti restano per ora inascoltati in Europa.

In Germania, la crisi ha provocato una flessione economica di circa il 5 per cento nel 2009. Sempre lo scorso anno, la crescita economica in Francia è rallentata del 2,2 per cento. Anche la Gran Bretagna è stata duramente colpita dalla recessione, con un calo di quasi il 5 per cento.

In tutti i paesi europei, la crisi ha provocato un sostanziale aumento della disoccupazione e un’esplosione dei deficit, che ha quasi portato alla bancarotta paesi come la Grecia, l’Irlanda e l’Islanda.

I principali indicatori economici dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), che rappresenta la maggior parte dei paesi industrializzati, si sono ridotti quasi del 15 per cento nel 2009.

Nonostante gli effetti negativi delle politiche di deregulation dell’economia di mercato, Sack afferma che il nuovo governo conservatore in carica dallo scorso settembre in Germania “si sta comportando come nella più dogmatica fase neoliberista degli anni ‘80”.

In effetti, il governo tedesco, formato dall’Unione cristiano-democratica di Angela Merkel e dal neoliberista Partito radicale democratico, ha accentuato il regime neoliberista negli ultimi 20 anni, con tagli fiscali per le fasce ad alto reddito, riduzione dei sussidi pubblici per i lavoratori e le famiglie a basso reddito, e la proposta di congelare ulteriormente gli stipendi di dipendenti pubblici e impiegati delle imprese private.

I tagli fiscali potrebbero aumentare il deficit e l’indebitamento pubblico, che è già a livelli record. Nel 2010, il disavanzo tedesco sarà di circa 125 miliardi di dollari, ben oltre il 5 per cento del prodotto nazionale lordo. L’importo del debito pubblico è di oltre 1.660 miliardi di euro – circa 2.400 miliardi di dollari.

“I tagli fiscali (per i ricchi) e un ulteriore smantellamento dell’assistenza sociale non sono misure appropriate alle esigenze dei nostri tempi”, ha detto all’IPS Gustav Horn, capo economista dell’Istituto tedesco di politica macroeconomica. Horn ha condannato anche i tagli salariali per i lavoratori. “Quello di cui ha bisogno l’economia in questi tempi di crisi è un aumento della domanda interna, e non una sua riduzione”.

Critiche analoghe sono state rivolte al Presidente del governo conservatore francese Nicolas Sarkozy. Philippe Frémeaux, ex direttore dell’Agenzia per la ricerca e le previsioni economiche, e ora redattore capo della rivista mensile Alternative Economiques, accusa Sarkozy di “restare fedele a un programma neoliberista che si è scontrato contro la realtà dei fatti già molto tempo fa”.

Frémeaux ha detto all’IPS che Sarkozy entrò in carica nel 2006 armato di un programma per “tagliare le tasse alle classi più agiate e ridurre la presenza dello stato, presumibilmente allo scopo di accelerare la crescita economica e incrementare il potere d’acquisto dei cittadini”.

Ma più di tre anni dopo, “la crisi globale ha distrutto i suoi sogni, e gli indicatori dell’economia francese raccontano una storia diversa, di depressione”. La disoccupazione, afferma, ha raggiunto quasi il 10 per cento. “Tra i giovani al di sotto dei 25 anni, la disoccupazione è anche peggiore, e colpisce circa il 25 per cento della popolazione”.

E nonostante ciò, Sarkozy non sembra pronto a cambiare le sue politiche. “Il governo non è disposto a parlare di un aumento delle tasse”, sostiene Frémeaux. “Al contrario, il governo Sarkozy ha appena approvato un nuovo taglio fiscale a favore dei proprietari di hotel e ristoranti, e sta pagando contributi extra ai medici”.

La riluttanza dei governi europei a rinunciare alle politiche neoliberiste è difficile da comprendere perché il peggio della crisi potrebbe ancora arrivare, afferma in un’intervista all’IPS Xavier Timbeau, direttore dell’Osservatorio francese della congiuntura economica.

“La crisi continuerà a distruggere posti di lavoro, e questo influirà a sua volta sulla domanda interna”, osserva Timbeau. “Inoltre, le compagnie bancarie e assicurative hanno avuto perdite per oltre 1.000 miliardi di euro e si trovano ad affrontare prospettive molte oscure”.

“Per questo stiamo chiedendo di rivedere i meccanismi di ingiustizia che alimentano l’instabilità del capitalismo globale. Chiediamo di condividere gli oneri della catastrofe globale nel modo più giusto possibile”.

Kerstin Sack di ATTAC spiega che “la radicale retorica anti-globalizzazione che i governi europei hanno usato nel 2009, soprattutto contro l’economia finanziaria globale, è rimasta sulla carta. I nuovi regolamenti per il mercato finanziario non hanno fatto un solo passo avanti. Intanto, si stanno formando nuove bolle finanziarie, con il sostegno di governi e banche centrali”.

Le politiche europee nei confronti dei paesi in via di sviluppo, del commercio internazionale e del funzionamento di istituzioni finanziarie come il Fondo Monetario Internazionale ”restano fermamente ancorate al paradigma neoliberista”, aggiunge Sack. “Per esempio, nell’Unione Europea si continua a chiedere l’apertura incondizionata dei mercati latino-americani e africani, per permettere maggiori esportazioni di beni europei, in particolare nel settore agricolo”. © IPS