WASHINGTON, 8 luglio 2009 (IPS) – Il 25 giugno 1996, un’autobomba esplose contro l’edificio delle torri Khobar, nell’omonima città dell’Arabia Saudita orientale dove aveva sede l’aviazione militare Usa, uccidendo 19 aviatori americani e ferendone 372: era il secondo attentato contro le forze americane in Arabia saudita in pochi mesi.
Dipartimento della Difesa Usa
Dipartimento della Difesa Usa
Subito, oltre 125 agenti dell’Fbi ebbero ordine di raccogliere ogni indizio e avviare le indagini. Ma quando due funzionari dell’ambasciata Usa arrivarono sul luogo, presto la mattina dopo, trovarono un bulldozer delle autorità saudite che stavano già rimuovendo le macerie.
Le macchine si fermarono solo dopo che Scott Erskine, agente speciale dell’Fbi per le indagini sul terrorismo internazionale, minacciò l’intervento dell’allora segretario di stato Warren Christopher, che si trovava in Arabia Saudita.
In seguito l’intelligence Usa intercettò alcune conversazioni dei massimi livelli del governo saudita, come quello in cui il ministro degli interni, il principe Nayef, istruiva il governatore e altri ufficiali della Provincia orientale a dirsi disposti a collaborare con i funzionari Usa nelle indagini, ma fare di tutto per ostacolarle.
Era solo l’inizio di quello che oggi, sulla base di una serie di interviste con diverse fonti informate dei fatti, possiamo definire un sistematico tentativo da parte saudita di ostacolare ogni indagine Usa sul bombardamento.
Il regime saudita depistò le indagini dell’Fbi verso l’Iran e i suoi alleati sciiti, con l’intenzione di allontanare gli americani dalle prove che avrebbero condotto alla rete al Qaeda, e a una complessa serie di legami tra Riyhad e Osama bin Laden.
A permettere il successo dell’inganno saudita fu proprio il direttore dell’Fbi Louis Freeh, che si incaricò personalmente delle indagini: Freeh si lasciò convincere dall’ambasciatore saudita negli Usa, il principe Bandar bin Sultan, che l’Iran fosse coinvolto nell’attentato, e che il presidente Bill Clinton, per cui provava un’antipatia viscerale, “non voleva accettare che l’Iran avesse provocato l’esplosione di Khobar”, come scrisse Freeh nelle sue memorie.
Le indagini sull’attacco alle torri Khobar si trasformò presto in una battaglia personale di Freeh contro Clinton. “Freeh agiva secondo i suoi piani”, ci ha dichiarato l’ex agente dell’Fbi Jack Cloonan.
Un altro ex alto funzionario dell’Fbi ricorda che Freeh “si incontrava sempre con Bandar”, e spesso non nel suo ufficio ma nella magione (38 stanze) dell’ambasciatore saudita a McLean, Virginia.
Nel frattempo, i sauditi rifiutavano qualsiasi richiesta di collaborazione dell’Fbi. Quando Ray Mislock, capo della divisione Sicurezza Nazionale del “Washington Field Office” (Wfo) dell’Fbi, chiese di poter intervistare i testimoni nella zona dell’attentato, i sauditi glielo negarono.
“È una nostra responsabilità” gli dissero, ricorda Mislock. Lo stesso avvenne quando chiese le registrazioni telefoniche dell’area intorno alle torri. Ma i sauditi non portarono mai avanti le ricerche.
Poco dopo l’attentato invece alcuni funzionari della polizia segreta saudita, la Mabahith, annunciarono ai loro contatti di Fbi e Cia di aver cominciato ad arrestare i membri di un gruppo sciita poco noto, gli “Hezbollah sauditi”, che i servizi segreti di Riyadh e di Washington ritenevano vicino all’Iran.
Oggi un rapporto degli analisti della Cia del 1996, su cui è stato tolto il segreto, rivela che le affermazioni della Mabahith erano considerate sospette: gli agenti sauditi “non hanno mostrato le loro prove ai funzionari Usa… né fornito i dettagli della loro indagine”, recita il documento.
Eppure Freeh imputò subito le responsabilità del bombardamento ai gruppi iraniani e sciiti, escludendo l’ipotesi che ci fosse al Qaeda dietro all’attacco delle torri Khobar. (…)
Non solo. Gli esperti dell’Fbi e della Cia che “lavoravano” su al Qaeda cercarono invano di prendere parte all’inchiesta sull’attentato. Jack Cloonan, dell’unità I-49 dell’Fbi, che stava preparando un’istruttoria su Bin Laden per precedenti atti terroristici, chiese al Wfo di partecipare alle indagini, ma ottenne un rifiuto. Anche l’“unità Bin Laden” della Cia, creata all’inizio del 1996, fu esclusa dalle indagini.
Pochi giorni dopo gli attacchi a Khobar, ricorda Dan Coleman, un agente Fbi assegnato a quell’unità, la Cia decise di “sigillare” l’indagine, creando una password cifrata che limitava l’accesso alle informazioni a un ristretto gruppo di persone.
Michael Scheuer, capo dell’unità Bin Laden del Centro antiterrorismo della Cia, fu escluso dal gruppo. Scheuer chiese però al suo staff di riunire ogni informazione raccolta dalla loro unità, secondo cui bisognava aspettarsi un’operazione di al Qaeda in Arabia Saudita dopo il bombardamento a Riyadh del novembre precedente.
Il risultato fu un memorandum di quattro pagine con le prove che la rete guidata da Bin Laden stava pianificando un’operazione militare con esplosivi in Arabia Saudita nel 1996.
“Uno dei luoghi menzionati nel memo era Khobar”, ha assicurato Scheuer. “Stavano spostando gli esplosivi da Port Said attraverso il Canale di Suez verso il Mar Rosso e lo Yemen, per poi farli passare di nascosto oltre la frontiera con l’Arabia Saudita”, ha aggiunto.
Pochi giorni dopo aver ricevuto il memo, Winston Wiley, capo dell’Unità antiterrorismo della Cia, uno dei pochi agenti che era a conoscenza degli sviluppi dell’indagine, si presentò nell’ufficio di Scheuer e chiuse la porta dietro di sé. Aprì un fascicolo che conteneva un solo documento: l’intercettazione tradotta di una comunicazione interna iraniana in cui si faceva riferimento alle torri Khobar. “Soddisfatto?”, chiese Wiley.
Invano Scheuer replicò che quello era solo un elemento, da seguire, tra molti dati che conducevano in un’altra direzione. Il messaggio dei capi della Cia era chiaro: era già stata individuata la responsabilità dell’Iran nell’attentato di Khobar, e non c’era interesse a seguire la pista di al Qaeda. (…)
Nell’ultima settimana di ottobre 1996, la polizia segreta saudita consegnò a David Williams, vice agente speciale antiterrorismo dell’Fbi, quella che dichiarò essere la sintesi delle confessioni ottenute da 40 detenuti sciiti. Ne emergeva che l’attentato contro le torri era opera di una cellula di Hezbollah sauditi che aveva agito sotto la direzione di un funzionario delle Guardie della Rivoluzione iraniane.
Nei documenti mancavano però i dettagli che avrebbero permesso agli investigatori Usa di verificare elementi chiave dei fatti. I funzionari sauditi non rivelarono neanche i nomi dei detenuti, identificati solo attraverso dei numeri, ricorda un ex agente dell’Fbi coinvolto nell’indagine.
Secondo gli avvocati del dipartimento di giustizia, quelle confessioni erano inaffidabili e non potevano essere usate in tribunale, poiché probabilmente ottenute sotto tortura. Su insistenza dell’allora Procuratore generale Janet Reno, sia Reno che il direttore dell’Fbi Louis Freeh dichiararono pubblicamente all’inizio del 1997 che le prove fornite dai sauditi erano poco più che “dicerie”.
Molti altri elementi, come vedremo, portavano a al Qaeda: tra cui alcuni arresti di veterani della guerra afghana fatti dalla polizia saudita, ma in gran segreto, poco dopo l’attentato di Khobar. ©il manifesto