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SALUTE-SWAZILAND: Aids: una società in pericolo

MANZINI, 26 luglio 2008 (IPS) – In una stretta valle ancora permeata di colori invernali, una piccola fessura tra montagne rocciose, Gogo Ndlovu bada ai suoi cinque nipotini rimasti orfani.

James Hall/IPS
James Hall/IPS

La nonna, una figura esile e con la schiena curva, appoggia il suo bastone sul ciglio di un campo seminato, con l’aiuto dei vicini, a mais. I gambi sono secchi e avvizziti, le pannocchie striminzite.

”Ha piovuto, ma poi ha smesso. Il mais non è più cresciuto. Non abbiamo niente, niente. Non so cosa fare. Quando vai al negozio per comprare cibo, vogliono i soldi”, racconta.

I bambini, Famuza (9 anni), Sifiso (11), Sanla (11) e Mbuso (10), e la sorella Nelisiwe (12) non hanno molto da indossare per la scuola. Due ragazzi condividono un paio di scarpe, mentre gli altri vanno scalzi. Di solito arrivano a scuola affamati, e aspettano il pranzo del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF).

La famiglia di Gogo Ndlovu – relativamente parlando – è fortunata, perché è accudita dalle agenzie di aiuti, e non tutti i nuclei familiari lo sono. Riceve razioni alimentari d’emergenza dal Programma alimentare mondiale (PAM), e i ragazzi frequentano la scuola, che viene pagata da un programma governativo.

È solo una delle tante famiglie che si ritrovano nella stessa situazione in questo piccolo regno montagnoso dell’Africa meridionale. Con un’incidenza di Hiv del 19 per cento – il tasso più alto al mondo – l'Aids ha conseguenze senza precedenti nello Swaziland. L’aspettativa di vita è scesa da 60 a 31 anni, la soglia più bassa al mondo, e un bambino su tre è orfano, o vulnerabile a causa dell’Aids. L’anno scorso, circa il 40 per cento della popolazione è dovuta ricorrere agli aiuti alimentari.

“L’Aids è tra i fattori che hanno contribuito alla carenza di cibo. Le famiglie perdono i capifamiglia, gli uomini e le donne più forti. Restano solo i nonni, che si trovano in un momento della loro vita in cui dovrebbero andare in pensione, e in cui spesso avrebbero bisogno di cure, e invece devono tornare ad allevare le nuove generazioni. I nonni sono troppo vecchi per occuparsi dei campi, e i bambini troppo piccoli”, spiega Abdoulaye Balde, rappresentante nazionale del PAM.

La terra rimane incolta e questo, secondo gli usi locali, rappresenta un rischio per i bambini. Nelle aree rurali della Swazi Nation Land, dove l’80 per cento della popolazione vive praticando un’agricoltura di sussistenza, i capi tradizionali assegnano le fattorie alle singole famiglie finché la terra viene sfruttata. Alcuni capi hanno espulso dalle fattorie i vecchi e i giovani dopo che la generazione di mezzo è morta di Aids. La famiglia che rimane viene assorbita nelle fattorie dei parenti, oppure viene lasciata senza casa e in condizioni precarie.

La sede di Women in Law dell’Africa meridionale ha fatto del diritto di proprietà degli orfani una priorità. L’organizzazione Swazis for Positive Living (SWAPOL), formata da donne affette da Hiv, lavora insieme all’UNICEF per assicurare che i bambini non vengano separati dai luoghi che per loro rappresentano la casa.

Siphiwe Hlope, fondatrice di SWAPOL, spiega: “Realizziamo progetti per assistere le persone affette dall’Aids. Sin dall’inizio della nostra attività, nel 2003, almeno un quarto del denaro che ricaviamo dai nostri progetti di agricoltura e di cucito va agli orfani”.

Sunshine Kunene, una sarta di 45 anni rimasta vedova, membro di SWAPOL, osserva: “Il rischio che (gli orfani) devono affrontare è l’abbandono, perché il loro numero è elevatissimo. Un abitante del paese su cinque è un bambino sotto i 15 anni, orfano di entrambi i genitori morti di Aids, e che ne rimarrà colpito entro due, tre anni. Dove sono le risorse per prendersi cura di loro?”.

L’operatrice sociale Agnes Khumalo aggiunge: “Lo Swaziland non può farcela da solo. Come potrebbe? Nessun paese riuscirebbe a gestire una crisi di Aids nel bel mezzo di una crisi alimentare e umanitaria. Quasi la metà delle donne incinte nel paese è positiva all’Hiv”.

Una prospettiva simile si ritrova in una recente ricerca prodotta dalla Divisione Health Economics and HIV/AIDS Research dell’Università di KwaZulu-Natal in Sud Africa. Si richiama l’attenzione sul fatto che nonostante il paese sia devastato dall’Aids, la comunità internazionale non gli starebbe assegnando la giusta priorità. Il paese è menomato perché i successi economici del passato hanno fatto sì che venisse classificato tra i paesi a medio reddito, e quindi non idoneo per accedere agli aiuti che i paesi a basso reddito ricevono dalla comunità internazionale di donatori .

Il rapporto 2007 “Verificare le emergenze per lo Swaziland”, indica che quando l’economia del paese, in rapido declino, lo farà precipitare nella categoria a basso reddito, potrebbe essere troppo tardi per qualsiasi intervento efficace. Oggi i tassi di mortalità superano le soglie di mortalità giornaliera utilizzate dalle agenzie come indicatori di emergenza, riferisce il rapporto, ed è necessaria una nuova risposta.

Nonostante l’attuazione di diversi programmi di sostegno, la loro capacità di rispondere ai bisogni complessivi è limitata.

Mentre le agenzie internazionali discutono i termini, Gogo Ndlovu continua a lottare. I suoi nipoti percorrono a fatica due chilometri di sentiero accidentato per raggiungere il centro comunitario di assistenza per gli orfani. Si siedono sopra un cumulo di rocce insieme agli altri bambini, mentre un pentolone di porridge bolle su un fuoco a legna.

Una donna versa il porridge nelle scodelle e i bambini ci soffiano sopra per raffreddarlo, perché non hanno i cucchiai, e devono mangiarlo con le mani.

Il silenzio dura qualche minuto, poi, avvolgendo strato su strato diverse buste di plastica, viene fabbricato un pallone da calcio, che i bambini cominciano a lanciare per aria intorno ad una pozzanghera, urlando.

Mentre lava la grossa pentola di ferro, il cuoco li guarda. “Basta davvero così poco per renderli normali, no?”.

*Con il contributo di Kathryn Strachan a Johannesburg.