NAZIONI UNITE, 9 giugno 2008 (IPS) – Dopo due grandi vertici Onu sull’alimentazione, uno nel 1996 e l’altro nel 2002, la comunità internazionale continua a chiedere di alleviare la fame e ridurre la malnutrizione nel mondo.
183 paesi si sono riuniti a Roma, nel quartier generale della FAO per il vertice sulla crisi alimantare
Sabina Zaccaro/IPS
E ancora prima, un’altra conferenza mondiale sull’alimentazione nel 1974 non aveva dato esiti migliori, avendo addirittura promesso di sradicare la fame nel mondo ”entro dieci anni”.
Ma quasi tutte le promesse fatte nei tre incontri Onu non sono mai state mantenute, benché provenissero direttamente dai leader mondiali.
Di fronte ai conflitti sul cibo in corso oggi in oltre 30 paesi, e alle carenze di riso e mais in più di 60 paesi, il terzo summit globale di 150 leader mondiali ha chiesto giovedì “un’azione urgente e coordinata” per risolvere la crisi attuale.
Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha sottolineato la drammaticità del deficit alimentare, dichiarando al vertice di Roma: “In Liberia ho visto di recente persone che normalmente comprano sacchi di riso, che oggi lo comprano a tazze”.
Il grido d’allarme lanciato al vertice rispondeva alla necessità di sollecitare la volontà politica della comunità internazionale, e in particolare dei paesi ricchi, perché rispondano alla crisi – e subito.
”Se non agiamo subito, il miliardo di persone in fondo alla lista (dei più poveri al mondo) raggiungerà i due miliardi, e questo avverrà nel giro di poco, visto che il loro potere d’acquisto è stato dimezzato in seguito al raddoppiamento dei prezzi di cibo e carburante”, ha avvertito Josette Sheeran, direttrice esecutiva del Programma alimentare mondiale (PAM), la principale agenzia dell’Onu che si occupa della distribuzione di aiuti alimentari agli affamati.
Il PAM assicura che quest’anno destinerà circa 5,0 miliardi di dollari di aiuti alimentari a circa 90 milioni di persone in 78 paesi. La lista include alcuni tra i paesi più colpiti: Haiti, Afghanistan, Somalia, Etiopia e Kenya.
Il vertice di tre giorni ospitato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura con sede a Roma, ha avuto un esito scontato: una timida dichiarazione per combattere la fame e la malnutrizione nel mondo. Ma quanto di questa dichiarazione verrà effettivamente attuato?
Insieme alla dichiarazione, sono state presentate delle cifre sconcertanti. Come ha ribadito il segretario generale al vertice, sono necessarie “nuove risorse sostanziali” – forse addirittura 15-20 miliardi di dollari l’anno – per gestire l’impatto della crisi globale, tra cui 8,0-10 miliardi l’anno per rispondere alle esigenze di una “Rivoluzione verde” in Africa.
Anuradha Mittal, direttrice esecutiva dell’Oakland Institute di San Francisco, che ha studiato a fondo le tematiche riguardanti gli scambi alimentari e l’agricoltura, ha detto all’IPS che le promesse avanzate al vertice sono, apparentemente, di grande effetto.
Secondo Mittal, gli appelli per un’azione immediata per aiutare i paesi colpiti dalla crisi alimentare e le soluzioni politiche proposte – il sostegno ai piccoli produttori, il rafforzamento delle reti di sicurezza sociale, lo sviluppo di “soluzioni tampone” come le scorte alimentari e altri meccanismi di gestione del rischio – saranno essenziali per assicurare la sicurezza alimentare.
Allo stesso tempo, ha aggiunto, anche le proposte per il medio e lungo periodo che chiedono ai governi di prendere in considerazione un piano d’azione per l’agricoltura centrato 'sulle persone', sarebbero in grado di garantire la sicurezza alimentare. Secondo Mittal, l’attuale crisi dei prezzi e la crescente domanda di cibo richiedono un nuovo sistema agricolo e alimentare che si preoccupi di nutrire le popolazioni, invece che di scambiare le merci sui mercati internazionali.
E per questo è necessario che i paesi del Terzo mondo abbiano lo spazio politico necessario per adottare delle misure in grado di assicurare la sovranità alimentare.
Sarà anche necessario, ha proseguito, uno spazio in cui la FAO e il Fondo per lo sviluppo agricolo (IFAD) possano operare con un budget che gli permetta di adempiere al loro mandato.
”I paesi del Terzo mondo dovranno essere in grado di prendere le distanze dalle sconsiderate politiche proposte dalle istituzioni finanziarie internazionali”, ha aggiunto Mittal.
”Si tratterebbe di creare un sistema agricolo basato sui piccoli agricoltori, i lavoratori agricoli, i pescatori e le comunità indigene che sono i migliori custodi della terra e che possono assicurare la sovranità alimentare e l’autosufficienza delle nazioni”, ha sostenuto.
Secondo Ban Ki-moon, il sistema internazionale sta già rispondendo ai bisogni immediati.
La FAO ha chiesto 1,7 miliardi di dollari in nuovi fondi per fornire ai paesi a basso reddito le sementi e altri aiuti per l’agricoltura.
Il PAM ha raccolto 755 milioni di dollari aggiuntivi, soprattutto dall’Arabia Saudita, necessari per rispondere quest’anno agli impegni già avanzati.
L’IFAD ha stanziato 200 milioni di dollari extra per i piccoli agricoltori dei paesi più colpiti. E la Banca Mondiale ha stabilito un nuovo finanziamento di 1,2 miliardi di dollari per rispondere ai bisogni più urgenti e per stimolare la produzione alimentare, di cui 200 milioni destinati alle nazioni più povere.
Anche le Nazioni Unite hanno stanziato una riserva di 100 milioni di dollari dal Fondo centrale di risposta alle emergenze (Cerf) per aiutare a finanziare i nuovi bisogni umanitari generati dall’impennata nei prezzi del cibo.
Intanto, il documento finale del vertice stabilisce anche che i membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ribadiscano il proprio impegno per una “conclusione rapida e a buon fine” dell’Agenda di sviluppo di Doha, che preveda anche il rafforzamento della capacità commerciale dei paesi in via di sviluppo.
Quanto all’impatto dell’Agenda di Doha, Mittal ha commentato che alcune delle conquiste della dichiarazione del vertice sono state “annullate” dall’appello per una rapida conclusione dei negoziati di Doha del WTO per risolvere la crisi attuale.
A suo parere il Round di Doha, allo stato attuale, non farà altro che intensificare la crisi, rendendo più volatili i prezzi del cibo, aumentando la dipendenza dei paesi in via di sviluppo dalle importazioni, e rafforzando il potere delle multinazionali dell’agrobusiness sui mercati alimentari e agricoli.
“I paesi in via di sviluppo potrebbero perdere ulteriore spazio d’azione nel settore agricolo, il che porterebbe a limitare la loro capacità di gestire l’attuale crisi e di rafforzare la sussistenza dei piccoli produttori”, ha spiegato.
L’incapacità di gestire la crisi alimentare è una dimostrazione del fallimento di tre decenni di deregulation del mercato agricolo.
”Chiediamo perciò soluzioni concrete in grado di stabilizzare la distribuzione e la produzione alimentare, per soddisfare la domanda globale di un’alimentazione sana, adeguata e accessibile”, ha affermato Mittal.
Intanto, 237 organizzazioni non governative (Ong), sindacati e movimenti sociali provenienti da circa 50 paesi hanno avvertito il direttore generale del WTO Pascal Lamy che la risposta a questo forte rialzo nei prezzi del cibo “non sta in una maggiore deregulation della produzione e degli scambi alimentari”.
Nella lettera si afferma che i negoziati di Doha non risolveranno le grandi sfide del sistema alimentare globale, come il cambiamento climatico, l’esaurimento delle risorse naturali, l’aumento quadruplicato dei prezzi del petrolio, l’assenza di concorrenza sui mercati mondiali dei prodotti di base, la speculazione finanziaria e la rapida espansione della produzione insostenibile di agrocarburanti.
Tra i firmatari della lettera: ActionAid International, Africa Trade Network, Asian Peasant Coalition, Oxfam, Oakland Institute, Coordinamento dei movimenti rurali dell’America Latina, Third World Network, Friends of the Earth, Grassroots International e FoodSpan.