NAIROBI, 5 febbraio 2008 (IPS) – I media devono essere ritenuti in parte responsabili del genocidio avvenuto 14 anni fa in Ruanda, che provocò quasi un milione di morti in 100 giorni. “Morte agli Inkotanyi! [l’esercito ribelle Tutsi]”, gridava una radio locale ai suoi ascoltatori all’epoca dei fatti.
“30 Giorni in parole e immagini: La risposta dei media in Kenya durante la crisi elettorale”. Questo il titolo di un workshop organizzato a Nairobi la scorsa settimana dalla lobby californiana Internews, dove i professionisti dei media si sono riuniti per una “auto-analisi” sul ruolo dei media locali nelle violenze post-elettorali. Da qui è emerso che i media – in particolare le stazioni radio in lingua locale – sarebbero in parte responsabili per le violenze scoppiate dopo l’annuncio della vittoria di Mwai Kibaki alle elezioni del 27 dicembre.
Gli scontri avrebbero provocato finora più di mille vittime e 250mila sfollati.
David Ochami, commissario del Consiglio dei media del Kenya, ha detto all’IPS che già molto tempo prima delle elezioni, le radio locali fomentavano le rivalità etniche tra gli ascoltatori, “portandoli a simpatizzare per i leader della propria tribù e alimentando il risentimento per le altre comunità”.
“Era incredibile l’odio etnico che la nostra radio diffondeva tra le persone esterne alla comunità. Non potrei ripetere nessuna di quelle espressioni in questa sede”, ha detto un giornalista di una stazione locale. “La cosa peggiore è che lasciavamo parlare questi ‘vili agitatori’ e ridevamo di loro”.
“Ci siamo schierati e siamo diventati ‘di parte’, dimenticando i nostri principi professionali di obiettività e neutralità. In redazione, questa polarizzazione era talmente forte che alcuni giornalisti si rifiutavano di commentare o riferire notizie che non fossero favorevoli al loro candidato o al loro partito”, ha spiegato un giornalista.
Di fatto, prima delle elezioni i media locali hanno diffuso messaggi infuocati attraverso i loro annunci alla radio.
”Sia la carta stampata che i programmi radiotelevisivi hanno messo il denaro davanti alle loro responsabilità, accettando e trasmettendo questo materiale che incitava all’odio etnico”, ha detto all’IPS Mildred Baraza, una giornalista di Nairobi. “Potrebbero aver fomentato gli ascoltatori, che appena hanno potuto si sono vendicati proprio a seguito di questi messaggi pre-elettorali”.
Anche Redemtor Atieno, un altro giornalista di Nairobi che ha collaborato all’organizzazione del workshop, è sicuro che siano stati proprio questi messaggi faziosi dei media ad alimentare i tumulti nel paese.
”La professionalità è stata data in pasto ai cani, mentre faziosità e odio tribale venivano fomentati giorno dopo giorno. Abbiamo fallito con i nostri ascoltatori, trasmettendo gli interessi dei politici senza interrogarci sull’impatto che avrebbero avuto i nostri servizi”, ha detto Atieno all’IPS.
I partecipanti al workshop hanno anche condannato i dirigenti dei media per aver avuto un ruolo determinante nell’incoraggiare le violenze. “Avevano interessi acquisiti in entrambi i campi degli schieramenti politici”, ha commentato un reporter della Kenya Broadcasting Corporation (KBC), aggiungendo che lui e i suoi colleghi volevano raccontare la verità dei fatti, ma non potevano, perché le storie avrebbero potuto mettere il governo in cattiva luce.
“Avevamo raccolto dei bei video e reportage sul campo, ma siamo tornati in redazione sapendo che non sarebbero mai stati usati”, ha detto.
Anche i media privati che appoggiavano i diversi partiti politici hanno avuto una parte nei servizi che venivano trasmessi. Se il loro partito ne usciva bene, esageravano la storia e tendevano a dipingere l’opposizione in modo negativo.
”Le organizzazioni dei media hanno rinunciato a raccontare al mondo la verità su ciò che sta accadendo”, ha detto Ochami all’IPS. “C’è stata una tendenza a dipingere la crisi keniana come un problema tra due gruppi etnici – dove uno dei due [i Kikuyu di Kibaki] viene presentato come la vittima dall’altro (i Luo del leader dell’opposizione Raila Odinga). Qualsiasi altra cronaca che dica il contrario viene minimizzata o ignorata”, ha spiegato Ochami. C’è chi crede che i media siano innocenti, e che le violenze che scuotono oggi il paese erano comunque destinate a scoppiare; che le ineguaglianze storico-economiche tra le comunità keniane avrebbero fatto esplodere la situazione prima o poi.
”La gente covava da tempo una rabbia inespressa. Era destinata ad esplodere, che i media la incoraggiassero o no”, ha affermato un giornalista presente al workshop. “Molte persone l’anno scorso hanno votato per il cambiamento, ed è stato un voto di protesta contro anni di ineguaglianze. Quando hanno capito che non sarebbe cambiato niente con l’elezione di Kibaki, sono esplosi”.
Secondo Mitch Odera, moderatore del workshop e esperto di media, una delle cause del malcontento in Kenya risiederebbe in una democrazia ancora immatura. “Non c’è stata una democrazia concorrenziale nel nostro paese. È questo il problema”, ha detto Odera ai partecipanti all’incontro.
Anche al governo sono state attribuite delle responsabilità in questo caos, per il divieto che ha applicato sulle trasmissioni in diretta poco dopo lo scoppio delle violenze nel paese.
”Il divieto non è stato esteso ai media internazionali, compreso Internet, cui molti keniani hanno avuto accesso, e hanno poi diffuso quei messaggi. Questo ha portato ad un’informazione deviata e perciò al panico, a sempre più distruzione e morti”, ha detto il giornalista di un media online.
Editors Guild – organizzazione di cui fanno parte editor di tutti i media – è andata in tribunale questa settimana per fare ricorso contro il divieto sulle trasmissioni.
I partecipanti al workshop hanno anche ascoltato le esperienze dirette dei giornalisti che si sono occupati delle violenze post-elettorali, che hanno denunciato le minacce di morte ricevute, lamentando di essersi sentiti isolati dal resto del paese.
E' emerso in modo chiaro che diversi scrittori e analisti politici hanno ricevuto minacce di morte per aver scritto reportage considerati sconvenienti per il governo.