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POLITICA-KENYA: Critici i ‘termini’ dell’impegno di Annan

NAIROBI, 16 gennaio 2008 (IPS) – L’ex responsabile dell’Onu Kofi Annan ha un lavoro ritagliato appositamente per lui, ora che si è insediato in Kenya il decimo parlamento del paese, tra le contestazioni dell’opposizione del Movimento democratico arancione (ODM, Orange Democratic Movement) che ha indetto una protesta di massa di 3 giorni a partire da mercoledì 16 gennaio.

Annan ha accettato l’invito del Presidente del Ghana John Kufuor – in veste di leader dell’Unione Africana (Ua) – di guidare un team di mediatori che aiutino a portare la pace in Kenya.

Tuttavia, i termini del suo impegno per il Kenya sono stati offuscati da una confusione semantica. L’ODM acconsente alla “mediazione” internazionale per risolvere la crisi; ma il governo di Kibaki non vuole che i diplomatici stranieri intervengano se non per “facilitare il dialogo”.

”Vogliamo che la mediazione di Annan avvenga nella piena consapevolezza della gravità del problema”, ha detto il segretario generale dell’ODM Anyang Nyong'o in una dichiarazione letta di fronte ai membri del parlamento (MP) del suo partito.

I ministri di Kibaki rifiutano di accettare indicazioni sulla mediazione. Dato il loro tono polemico, potrebbero anche cercare di rimandare indietro il gruppo di Annan.

”Se Kofi Annan viene, non è su nostro invito”, ha dichiarato alla stampa il Ministro delle infrastrutture e dei lavori pubblici John Michuki, membro del nuovo governo di Kibaki. “Noi abbiamo vinto le elezioni, non capiamo perché qualcuno dovrebbe intercedere sulla condivisione del potere”.

Ancora una volta, la linea di battaglia è tracciata chiaramente, mentre il Kenya si prepara a un’altra ondata di malcontento e violenza.

La Orange House – quartier generale dell’ODM nell’area Kilimani di Nairobi – è piena di attivisti del partito che bruciano di risentimento, e organizzano schemi di protesta, malgrado qualunque reazione sia stata dichiarata illegale dal governo.

La settimana scorsa erano già fallite due missioni di alto livello per risolvere la complessa crisi del Kenya: l’assistente al Segretario di stato Usa Jendayi Frazer e Kufuor, entrambi tornati a casa sconfitti.

Kofi Annan ha iniziato un terzo giro di consultazioni alla guida di un gruppo costituito da 3 personalità: oltre a lui, la moglie di Nelson Mandela, Graca Machel, e l’ex Presidente della Tanzania Benjamin Mkapa.

Quali speranze può nutrire Annan di far sedere allo stesso tavolo il Presidente Mwai Kibaki, ri-eletto in circostanze controverse, e il suo rivale Railia Odinga, se Kufuor, e persino Frazer hanno fallito? La situazione è grigia e le prospettive di successo sono scarse.

L’ODM, furente, ha alzato la posta chiedendo ai donatori internazionali di congelare gli aiuti per costringere il governo di Kibaki ad accettare la mediazione internazionale. “È chiarissimo che non esiste alcun partner con cui negoziare”, sostiene un anziano membro dell’ODM, facendo riferimento al rifiuto di Kibaki di riconoscere anche l’intervento diplomatico straniero come “mediazione”. “Come possono i donatori riporre la loro fiducia in un governo che ruba i voti?”

Kibaki ha comprato un’intera pagina sui giornali di domenica nella quale afferma la responsabilità dell’ODM nel sabotaggio dell’offerta di Kufuor a “facilitare il dialogo”, definendo il ruolo dell’opposizione come “un inganno camuffato”.

Dal difficile milieu politico del Kenya post-elettorale emerge dunque un tracciato machiavellico. Ogni volta che arriva un mediatore internazionale, l’ambiguo Kibaki muove i pali della porta e cambia i parametri dei possibili negoziati.

Frazer era corso a Nairobi appena scoppiata la spirale di violenza, sulla scia della dubbia vittoria di Kibaki alle elezioni del 27 dicembre, ma Kibaki aveva già fatto il giuramento presidenziale prima dell’intervento di Frazer. Successivamente, la settimana scorsa era arrivato Kufuor a Nairobi per cercare e mediare su un accordo, ed era stato proclamato il nuovo gabinetto malgrado i ministri dovessero ancora fare il giuramento come membri del parlamento – prerequisito costituzionale per entrare nel governo.

L’arrivo di Annan coincide con l’insediamento del nuovo parlamento e con una serie di comizi di protesta che l’ODM ha convocato per l’occasione. Il forte contingente dei 100 parlamentari dell’ODM ha in programma di occupare i banchi del governo come protesta contro le azioni di Kibaki.

Per riuscire a colmare il contrasto tra le due parti, Annan dovrà insistere su due punti. Innanzitutto, la crisi politica del Kenya non può essere isolata dalla sua tragica dimensione umanitaria. Poi, la cattiva reputazione internazionale che il Kenya si è aggiudicata dopo essere stato considerato per anni un’oasi di stabilità è una circostanza che potrebbe portare a una grave crisi economica, in un paese che vive di turismo e aiuti stranieri.

Quanto al primo punto, lo scatto iniziale di violenza si sarebbe potuto arrestare, ma non è successo. Di fatto, sembra che le ostilità riemergeranno con una rappresaglia. Ci vorrà molto tempo perché il paese riesca a riprendersi dalla grave situazione di morti e rifugiati che lo ha colpito. Si parla ufficialmente di circa 600 morti e 250.000 rifugiati, ma la cifra è assolutamente riduttiva. Le agenzie di aiuto e di sostegno che operano in molti “siti” di profughi – il governo non vuole chiamarli campi – tracciano un quando ben più desolante e avvertono che la violenza continua.

”Malgrado in varie aree si sia ristabilita la calma e in alcune i profughi possano tornare a casa, il numero dei nuovi arrivati nei siti per rifugiati è ancora superiore al numero di coloro che ne escono”, secondo un operatore danese la cui squadra ha portato a termine una missione per la valutazione dei bisogni nei campi profughi della Rift Valley e di Nairobi. La maggioranza dei profughi vivono in chiese, scuole e stadi. Quanto più durerà questa impasse politica, tanto più pericolosa diventerà la situazione.

La crudele ironia della situazione dei tanti profughi interni non è sconosciuta agli operatori che lavorano a Nairobi, dato che il paese può dire con orgoglio di aver ospitato rifugiati provenienti da tutta quella regione dilaniata dal conflitto. Per oltre 16 anni, somali in fuga dalla guerra civile hanno trovato rifugio nei campi keniani, e la maggior parte delle agenzie che operano in Somalia e in altri punti caldi della regione hanno sede a Nairobi. Tuttavia, “adesso il numero di keniani che ha bisogno di assistenza umanitaria, alloggio e cibo è cresciuto rispetto ai rifugiati di altri paesi che vivono in Kenya”, sostiene Jens Christiansen del Consiglio norvegese per i rifugiati.

Per il secondo punto, Annan dovrà basarsi sulla pressione già esercitata da Stati Uniti, Regno Unito, e altre potenze straniere. Le dure parole pronunciate domenica dal Dipartimento di Stato – ovvero, che gli affari con il Kenya non procederanno come al solito se i negoziati non affronteranno la grave crisi esplosa recentemente – dovrebbero essere ribadite più energicamente da Annan.

Molti paesi europei hanno già emesso misure restrittive per i propri cittadini che intendono viaggiare nel paese. La maggior parte del settore turistico e lo status di centro nevralgico regionale per organizzazioni e affari internazionali sono entrambi dovuti alla reputazione del Kenya come stato relativamente stabile e pacifico, molto prossimo a paesi più precari, come Somalia e Uganda.

Se il governo di Kibaki non alleggerirà la sua posizione e non concluderà un accordo con l’opposizione, il paese dovrà far fronte all’isolamento internazionale, e probabilmente anche a delle sanzioni.

Sarebbe ingenuo pensare che la fazione di governo guidata da Kibaki non sia consapevole di questi rischi. Il team di Annan avrà realizzato la sua missione solo se dimostrerà al regime keniano che ignorare pericoli interni e pressioni esterne comporta un prezzo troppo alto.