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SVILUPPO: Se è globalizzazione, che sia di tutti

LONDRA, 23 novembre 2007 (IPS) – La “guerra al terrore” non appartiene alla lingua di tutti, e neanche “globalizzazione”, secondo il Premio Nobel Amartya Sen. E non ha ragione chi pensa che il radicalismo religioso sia in realtà un problema islamico, sostiene.

Amartya Sen
Tsar Fedorsky/Getty Images

Queste idee hanno fatto sì che Sen, un indiano, fosse scelto per guidare la Commissione del Commonwealth sul rispetto e la comprensione (Commission on Respect and Understanding) nella sua ricerca di un cammino civile verso la pace. Il rapporto del gruppo, “Percorsi civili per la pace”, è stato lanciato a Londra la scorsa settimana.

Il dossier è stato presentato al segretario generale del Commonwealth Don McKinnon in occasione del Meeting dei capi di governo del Commonwealth nella capitale ugandese Kampala (23-25 nov.).

Il rapporto fa seguito al mandato dei capi di governo del Commonwealth di guardare alle cause di conflitto, violenza e estremismo nei 53 paesi membri dell’organizzazione, che un tempo facevano parte dell’Impero britannico.

L’editor dell'IPS per l'Europa Sanjay Suri ha intervistato Amartya Sen dopo il lancio del rapporto:

IPS: Quali sono le cause principali di conflitto secondo il suo rapporto?

Amartya Sen: Credo che così come la Prima guerra mondiale fu alimentata sottolineando le divisioni di nazionalità, al momento gran parte dei dibattiti, e il clima di fuoco, sono collegabili alle divisioni e distinzioni religiose. E credo che per superare questo dobbiamo guardare alla ricchezza delle relazioni umane. E siamo molto impegnati in questo senso.

È un tema complesso. Ma se non ci impegneremo nella battaglia per aprire le menti delle persone, non sarà possibile sconfiggere la violenza e il terrorismo nel mondo. Non è possibile riuscirci solo con il militarismo. Questo non significa che pensiamo che le azioni militari non facciano mai la differenza. Possono fare la differenza, ma di certo l’iniziativa civile, l’impegno civile e una varietà di strumenti legati ai media, all’educazione, al processo politico e all’impegno della società civile, possono fare la differenza.

IPS: Si parla comunemente e in termini generali di un problema religioso, ma moltissime persone lo vedono prima di tutto come un problema islamico.

AS: Non credo che sia un problema di religione in sé, perché, io non sono un credente, ma vedo che per chi crede, la religione può avere un ruolo piuttosto arricchente nella vita. Ma è un’altra cosa usare le divisioni religiose con l’obiettivo di una divisione settaria, e con l’obiettivo di infliggere violenza contro le persone che non condividono la stessa religione e credono in un’altra religione.

Ma questo non si limita all’Islam, a ciò che adesso voi chiamate terrorismo islamico. È un piccolissimo gruppo di persone di fede musulmana con una visione particolare di come questa debba evolversi; credo che la vasta maggioranza dei musulmani non condivida questa visione.

E anche in altri casi assistiamo allo stesso tipo di violenza. In occasione dei disordini nel Gujarat in India, sono state le sette indù ad avere un ruolo negli scontri. Allo stesso modo, sono state le sette buddiste ad avere un ruolo negli scontri in Sri Lanka, e così via. Credo che la confusione riguardi il ruolo arricchente della religione, che è un’identità tra una marea di identità che gli esseri umani hanno.

IPS: Ma quella che viene chiamata guerra globale al terrorismo è effettivamente contro la violenza islamica.

AS: Beh, “guerra globale al terrorismo” non appartiene di certo alla nostra lingua. Quando ne parliamo, la chiamiamo la ‘cosiddetta’ guerra al terrore. Credo che a prescindere da ciò che pensiamo delle azioni militari, e molti membri della Commissione ora pensano che i metodi militari fossero più adeguati in Afghanistan che in Iraq, ma a prescindere da come valutiamo la questione, tutti concordiamo come la comprensione filosofica di base che mette in risalto la ‘guerra al terrore’ sia di gran lunga troppo limitata. Trascura la battaglia per aprire le menti delle persone.

E così è successo che concentrandosi su una sola causa specifica delle violenze, è prevalsa una lettura del mondo in cui lo scontro di civiltà, in particolare tra la cosiddetta civiltà occidentale e la cosiddetta civiltà islamica, ha un ruolo molto importante.

Ma non è così che il mondo si divide. Diversi individui tra i musulmani, o tra i cristiani, ebrei, indù o sikh possono partecipare alle stesse attività imprenditoriali, possono partecipare agli stessi eventi di lingua e letteratura, apprezzare lo stesso tipo di musica, e sono tutte realtà in cui sono uniti. Solo che poi si prende un piccolo sottogruppo di un gruppo molto ampio, e si identifica l’intero gruppo in base a quel piccolo sottogruppo. E questo non porta a una buona comprensione.

IPS: Quindi l’idea dello scontro fra le civiltà è mal posta?

AS: È un’espressione completamente sbagliata. Per almeno tre diverse ragioni.

La prima, che queste divisioni di civiltà vengono considerate in base alla religione. Ma non abbiamo un’identità solo religiosa o di civiltà. Quando parlo con un amico musulmano – io provengo da un contesto indù – quando parlo con un amico musulmano, che sia in India o in Pakistan o in Bangladesh, o in Egitto o in Gran Bretagna, non c’è una relazione tra una civiltà indù e una civiltà musulmana. Potrebbe essere una conversazione tra due indiani, o tra due subcontinentali; o tra due persone del Sud-est asiatico, o tra due abitanti di paesi in via di sviluppo. Ci sono tantissimi casi in cui si hanno delle cose in comune. Quindi, la divisione tra civiltà è un modo molto impoverito di comprendere gli esseri umani. Infatti, classificare la popolazione mondiale in civiltà e vederla solo così, è un sistema molto rapido ed efficace per fraintendere assolutamente tutti nel mondo.

Secondo, nell’evoluzione di queste culture, ci sono stati grandissimi legami reciproci. Il cibo indiano ha appreso l’uso del peperoncino dai conquistatori portoghesi. Il cibo inglese oggi è profondamente influenzato dalla cucina indiana. Allo stesso modo, la matematica e la scienza e l’architettura viaggiano tra le diverse regioni. E lo stesso per la letteratura. Quindi, le civiltà non sono cresciute in piccole scatole chiuse e isolate.

Il terzo errore è pensare che in qualche modo si sia arrivati ai ferri corti. È solo una divisione tra tante. E ce ne sono altre; ci sono uomini e ci sono donne. La divisione di genere. Poi, se questo porta ad un’ostilità reciproca, è un altro discorso. E allora bisogna capire che tipo di retorica ha portato a questo. E se c’è una scarsa giustizia nei confronti delle donne, in che modo uomini e donne possono impegnarsi insieme per superarlo.

È la trascuratezza generale di questi temi, la molteplicità di identità, l’emergere interattivo ‘non insulare’ di civiltà mondiali che sono sempre più un tutt’uno, e la mancanza di ragioni per una battaglia fatta sulla spinta di classificazioni, sono questi i modi in cui la retorica dello scontro di civiltà non solo è fraintesa, ma sta provocando gravissimi danni oggi.

IPS: Il Commonwealth viene spesso definito un microcosmo di diversità. Cosa potrebbe fare simbolicamente o concretamente?

AS: Nel Commonwealth non stiamo cercando di arrivare a una posizione in cui ciascuno deve avere la stessa politica. O la stessa identica idea sulle relazioni economiche. C’è una varietà di punti di vista. Ma abbiamo anche interessi in comune, e un impegno comune per la pace e la prosperità e una buona qualità di vita. Questi sono gli impegni che vogliamo perseguire, e che possono essere perseguiti senza dover risolvere tutte le nostre differenze.

Perciò il Commonwealth propone un approccio basato sul dialogo multilaterale nel gestire le differenze reciproche, ed è questo che abbiamo cercato di fare in passato. Per esempio quando ci siamo battuti con il Sud Africa per superare l’apartheid, allo stesso modo quando ci sono differenze religiose e scontri ci impegniamo a superarli. Così il Commonwealth propone un approccio basato sul dialogo multilaterale, in cui le iniziative civili hanno priorità su quelle militari. È qui che sta il contributo del Commonwealth.

IPS: Ma alla fine di chi è la globalizzazione? E' quella dell’Occidente? Delle merci, del mercato? O delle persone, delle idee?

AS: Dipende da cosa intendiamo per globalizzazione. La globalizzazione delle idee è stata una delle modalità più importanti con cui è avvenuto il progresso umano. I popoli hanno imparato le tecniche scientifiche da qualche parte, le tecniche matematiche da altre parti. Al momento il mondo non-occidentale sta imparando molto dai progressi dell’Occidente in termini di scienza e ingegneria.

D’altra parte, durante il Rinascimento e anche dopo, all’epoca dell’illuminismo europeo, ci sono state le scienze cinesi che hanno contribuito moltissimo alla comprensione europea. La matematica indiana e araba che ha cambiato il modo in cui si faceva matematica nel mondo dell’XI, XII e XIII secolo. E analogamente, l’eredità araba nel fornire un impegno dialogico interattivo all’epoca in cui il mondo arabo era molto potente.

Spesso si ignora oggi che quando Aristotele e Platone furono dimenticati nei cosiddetti “secoli bui” dopo il periodo classico, è stato solo grazie alla traduzione araba che i due filosofi sono sopravvissuti. E furono ritradotti in latino per far rivivere quella parte di civiltà occidentale. Perciò la globalizzazione delle idee è stata una cosa enormemente costruttiva.

E lo stesso per la globalizzazione delle relazioni economiche. Ma non si tratta di essere contro la globalizzazione; si tratta di assicurarsi che le diverse comunità, le diverse parti del mondo possano beneficiare tutte del processo di globalizzazione, e che non vi sia una distribuzione impari dei benefici, diretti prevalentemente ad alcuni e non ad altri.

È proprio la condivisione, e l'eliminazione delle disuguaglianze, di cui ci stiamo occupando. Non si tratta di essere contrari alla globalizzazione. E non credo che il punto sia di chi è la globalizzazione. Se c’è globalizzazione, allora la globalizzazione è di tutti.

Ma lei ha ragione, è una buona domanda, bisogna assicurarsi che la globalizzazione sia davvero quella dell’intero globo. E non solo di una parte del globo.