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MEDIORIENTE: Hara-Kiri in stile palestinese

GERUSALEMME, 22 maggio 2007 (IPS) – È la supplica angosciosa di un politico di lungo corso che vede il suo popolo fatto a pezzi, e non può farci niente.

“Ciò che sta succedendo a Gaza mette in pericolo non solo il governo d’unità, ma lo stesso tessuto sociale palestinese, la causa palestinese e la strategia palestinese nel loro insieme”, ha lamentato Saeb Erekat, stretto collaboratore del Presidente palestinese Mahmoud Abbas, e da tempo responsabile dei negoziati con Israele. Erekat si riferisce alle violenze settarie tra Hamas e Fatah, che hanno di nuovo impantanato la striscia di Gaza, provocando più di 50 vittime nell’ultima settimana e terrorizzando gli abitanti, barricati nelle loro case mentre gli scontri imperversavano per le strade.

L’intervento nella faida di Israele – che ha preso di mira i militanti di Hamas in risposta al lancio di decine di razzi dalla fascia costiera contro la parte meridionale di Israele – minaccia di complicare ancora di più la situazione.

In uno degli episodi più sanguinosi della settimana scorsa, cinque guardie di Fatah sono state freddate in un attacco sferrato da alcuni militanti di Hamas contro l’abitazione del capo della sicurezza di Abbas a Gaza. Rashid Abu Shbak e la famiglia non erano in casa al momento dell’assalto. Qualche ora dopo, i militanti di Hamas hanno sparato dei colpi di mortaio contro il complesso residenziale degli uffici di Abbas a Gaza.

In un altro attacco, alcuni cecchini di Hamas hanno teso un’imboscata contro un veicolo che apparteneva a una squadra dei servizi di sicurezza palestinesi fedeli a Abbas, crivellandolo di colpi e uccidendo l’autista e altri sei passeggeri. È poi emerso che cinque delle persone uccise erano in realtà militanti di Hamas che erano stati arrestati e stavano per essere condotti in prigione.

Alcuni cecchini delle fazioni rivali, coi volti coperti e fucili semiautomatici, si sono collocati agli incroci delle strade. Gli abitanti che si avventuravano per quelle zone sapevano di farlo a loro rischio e pericolo. Otto persone sono rimaste ferite quando i militanti hanno aperto il fuoco contro un gruppo di 200 dimostranti riuniti per manifestare la loro rabbia verso la guerra fratricida.

Si tratta del peggiore bagno di sangue tra Hamas e Fatah dall’inizio dell’anno, quando oltre 100 palestinesi erano rimasti uccisi nell’esplosione degli scontri tra le due fazioni a Gaza. Il ciclo di violenze si era interrotto grazie ad un accordo negoziato alla Mecca dai Sauditi, che avevano convinto Hamas – vincitore alle elezioni parlamentari di gennaio 2006 – e Fatah a spartire il potere. Ma l’accordo del governo di unità era difettoso sin dall’inizio, avendo lasciato irrisolta la questione cruciale di chi avrebbe esercitato il controllo sulle forze di sicurezza palestinesi, e preparando così il terreno per una successiva impennata delle violenze. ”Il problema di fondo del controllo dei servizi di sicurezza rimane aperto”, ha detto all’IPS Ely Karmon, ricercatore presso il Centro interdisciplinare di Herzliya, a nord di Tel Aviv. “Hamas continua a far entrare clandestinamente le armi a Gaza, e ad addestrare una grossa forza da contrapporre alle forze di sicurezza di Fatah”.

L’autorità centrale di Gaza, dove vive più di un milione di palestinesi, è stata quasi completamente erosa. Abbas è stato costretto ad annullare la sua visita alla striscia la scorsa settimana, intesa a fermare la faida settaria, perché la sua sicurezza personale non poteva essere garantita.

Il primo ministro di Hamas Ismail Haniyeh non è stato più efficace: nonostante il suo appello alla calma, i militanti dell’organizzazione islamica hanno continuato a sparare per le strade di Gaza.

Karmon evidenzia la debolezza della leadership politica palestinese e le divisioni all’interno di Fatah e Hamas, per spiegare il fallimento di ogni intento di porre fine alle violenze. “C’è una divisione in entrambe le organizzazioni”, sostiene. “Abu Mazen (Abbas) non è riuscito a unificare Fatah, che è divisa tra la vecchia guardia e la nuova generazione”.

Ma anche all’interno di Hamas c’è divisione, afferma l’esperto, ricordando che fu il leader Khaled Meshal di Damasco a negoziare l’accordo della Mecca, e non il primo ministro Haniyeh. Sin dal rapimento, nel giugno dello scorso anno, del soldato israeliano Gilad Shalit – che i militanti di Hamas tengono ancora prigioniero a Gaza – “Haniyeh non ha più il controllo sul braccio armato di Hamas”, secondo Karmon.

Il caos a Gaza, però, non può essere attribuito semplicemente ad un chiarimento tra Hamas e Fatah. Con la disintegrazione delle istituzioni dell’Autorità palestinese – accelerata dall’imposizione delle sanzioni internazionali per il rifiuto di Hamas di riconoscere Israele e rinunciare alle violenze – i clan e le piccole fazioni hanno preso il controllo delle diverse parti del territorio di Gaza. “Spesso, molto dipende da interessi economici”, ha spiegato Karmon.

Il rapimento del corrispondente della BBC Alan Johnston, sequestrato alcune settimane fa a Gaza, prosegue Karmon, è significativo. Una spiegazione, sostiene, “è che viene trattenuto da un clan che non è disposto ad ascoltare né Fatah né Hamas”.

Negli ultimi scontri, i militanti di Hamas, meglio armati, hanno avuto la meglio, mentre le forze di Fatah hanno subito perdite più gravi. La settimana scorsa, il quotidiano Haaretz riportava che “i funzionari della sicurezza occidentali hanno chiesto a Israele di dare al presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas gli strumenti necessari per combattere Hamas – e prima di tutto, la possibilità di pagare gli stipendi dei propri servizi di sicurezza”.

Ma l’intervento di Israele, schieratosi dalla parte di Fatah, potrebbe comportare un ulteriore indebolimento di Abbas, che verrebbe visto come un servitore di Israele e dell’Occidente. Già la scorsa settimana, quando si è diffusa la notizia che Fatah avrebbe chiesto rinforzi militari, il portavoce di Hamas ha accusato il gruppo di essere un burattino dell’Occidente. Accuse analoghe sono state lanciate dopo che Israele, in risposta agli attacchi missilistici di Hamas, ha cominciato ad attaccare i membri del gruppo islamico a Gaza, uccidendo almeno 10 militanti di Hamas.

L’unico modo per uscire dal pantano di Gaza, secondo Karmon, è che la destra più pragmatica di Hamas si unisca a Fatah. “Solo così potrebbe esserci qualche speranza”.

Ma questo sembra uno scenario improbabile, soprattutto laddove le voci moderate sono quasi totalmente stordite dal frastuono delle sparatorie e dalle esplosioni dei missili israeliani per le strade di Gaza.