IPS Inter Press Service Agenzia Stampa

FORUM ECONOMICO MONDIALE: Guerra al terrore, quanto è lontana la soluzione?

DAVOS, Svizzera, 29 gennaio 2007 (IPS) – I grandi della politica e della sicurezza mondiali cercano una “risposta globale al terrorismo”, come emerso nella 37° sessione del Forum Economico Mondiale di Davos; non devono tuttavia sorprendere le differenze sulle linee strategiche di questa battaglia che, secondo molti, investe sempre più i diritti umani fondamentali.

”Dobbiamo stabilire un equilibrio, o si rischia di precipitare in risposte autoritarie che minaccerebbero libertà e diritti fondamentali racchiusi nella Dichiarazione universale [dei diritti umani]”, avverte David Cameron, leader del partito conservatore inglese.

Il terrorismo è stato in cima all’agenda del FEM di quest’anno, e – tra le 23 grandi minacce che richiedono un’azione comune internazionale – rappresenta una delle maggiori sfide alla sicurezza e all’ordine globale.

In una sessione concentrata esclusivamente su quella che dovrebbe essere “una risposta globale al terrorismo”, il FEM ha chiesto a un gruppo di partecipanti – tra cui il capo del Dipartimento Usa di sicurezza interna, il coordinatore anti-terrorismo per l’Unione europea, il Primo Ministro pachistano Shaukat Aziz, e il leader del partito conservatore inglese – se esiste un coordinamento adeguato tra agenzie nazionali e internazionali per identificare ed eliminare le cellule terroristiche.

Altra questione dibattuta, la possibilità che le istituzioni internazionali si impegnino maggiormente per creare un clima che impedisca a persone innocenti di partecipare ad operazioni terroristiche. Il Forum si è chiesto se “le società occidentali sono preparate ad accettare ulteriori compromessi tra sicurezza e libertà individuali”, suggerendo implicitamente che mettere da parte i diritti umani e civili per garantire la sicurezza non sia realmente un errore.

Il Primo Ministro Aziz, sotto pressione sin dal suo arrivo al meeting annuale, dopo le rivelazioni della stampa sull’intelligence pachistana che starebbe aiutando e incoraggiando i combattenti talebani in Afghanistan, ha lanciato un forte appello, dichiarando che il terrorismo può essere combattuto solo affrontando in maniera globale le sue “cause radicali” e le “fonti” che lo alimentano.

Aziz ha indicato i problemi in “Medio Oriente, Palestina, Libano e Iraq” come “fonti” che favoriscono il terrorismo, chiarendo che il suo governo non si sta tirando indietro dall’adottare risposte forti e coordinate sulla sicurezza. Ha poi accusato il governo afgano che, pur avendo aderito a un’azione internazionale congiunta, non avrebbe messo il suo paese nelle condizioni di gestire il problema “talebano”.

Cameron si è detto d’accordo con il Primo MInistro Aziz sul fatto che le cause radicali del terrorismo – anche se nascono da presunte ingiustizie o violazioni dei diritti fondamentali – devono essere affrontate sul piede di guerra.

”Oggi la natura del terrorismo è diversa da quella dell’IRA [Esercito repubblicano irlandese] o da altre organizzazioni analoghe del passato, perché l’obiettivo dei terroristi di oggi è uccidere il maggior numero di persone possibile”, ha dichiarato.

”È un tipo di terrorismo diverso”, ha proseguito Cameron, citando poi “i grandi cambiamenti che si stanno verificando in Stati Uniti, Regno Unito, e Pakistan”, per combattere il terrorismo. Tuttavia, il leader politico ha insistito su quanto sia importante che “noi [gli attori principali] stabiliamo un equilibrio [tra risposte di sicurezza eccessive e diritti umani fondamentali]”, pur concordando con diversi esperti Onu di diritti umani, secondo i quali le operazioni anti-terrorismo stanno gradualmente distruggendo i diritti umani fondamentali.

Ovviamente, c’è la necessità di affrontare cause “ideologiche” e d’altro tipo, comprese quelle che nascono dalla povertà, prosegue Cameron, aggiungendo che è necessario fare “un po’ di chiarezza” sugli obiettivi stabiliti nella lotta al terrorismo, posizione apparentemente diversa da quella dell’attuale governo britannico, che pretende la linea dura contro terrorismo e terroristi.

In netto contrasto con gli argomenti offerti dal Primo Ministro pachistano e per certi versi dal leader conservatore britannico, per gli Stati Uniti – responsabili di aver alzato il livello nella cosiddetta “guerra al terrore” – non c’è nulla di sbagliato nell’adottare il pugno di ferro in tema di sicurezza.

Michael Chertoff, Segretario al Dipartimento di sicurezza interna Usa, ha dichiarato con forza che la “complessità del terrorismo globale” ha bisogno di risposte eccezionali, ma ha scelto di eludere questioni contingenti che hanno minato diritti umani e libertà fondamentali, come la detenzione arbitraria, le carceri segrete e l’uso della tortura per estorcere informazioni.

Il coordinatore anti-terrorismo Ue, Gijs M. de Vries, ha adottato una posizione intermedia, appoggiando da una parte risposte di sicurezza ad alto contenuto tecnologico, e sostenendo, dall’altra, la necessità di sanzioni legali adeguate per tutelare dal rischio di un’evidente violazione dei diritti umani fondamentali per i cittadini.

De Vries ha sollecitato i presenti perché spieghino ai governi l’importanza di ratificare la convenzione Onu anti-terrorismo, sostenendo che il problema deve essere affrontato con un’azione internazionale congiunta. Il coordinatore Ue ha inoltre parlato della necessità di rafforzare il regime di non-proliferazione per garantire che le armi di distruzione di massa non arrivino nelle mani dei terroristi.

L’incontro ha inoltre evidenziato l’importanza di nuove tecniche biometriche e di riconoscimento delle impronte digitali per contrastare il terrorismo, ma il consenso sull’utilità di database globali e nazionali per tracciare informazioni vitali sui cittadini è stato debole.

La discussione è infine approdata sul difficile terreno delle tecniche di “soft power” e ”hard power” per combattere il terrorismo. Il professore dell’Università di Harvard che ha coniato il termine di “soft power” per porre l’accento sull’importanza di vincere le menti e gli animi dei terroristi, ha chiesto ai partecipanti se si sia ragionato adeguatamente su metodi alternativi per attenuare l’impatto delle operazioni anti-terrorismo.

Anche in questo caso, non vi è stato un consenso deciso tra i partecipanti, che avrebbero potuto scegliere di adottare una combinazione di strategie contro il terrorismo, anziché investire tutto su “sicurezza” e tecnologia.