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AFGHANISTAN: La maggior parte degli italiani vuole il ritiro

ROMA, 26 gennaio 2007 (IPS) – Il cinquantasei per cento degli italiani vorrebbe il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan, secondo un sondaggio commissionato dal quotidiano La Repubblica.

Nelle prossime settimane il Parlamento voterà il rinnovo della missione militare italiana in Afghanistan. Il decreto è stato approvato ieri in tarda serata dal Consiglio dei ministri, senza il voto dei tre ministri 'dissidenti' della sinistra radicale Paolo Ferrero (Prc), Alessandro Bianchi (Pdci), e Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi). Una scelta annunciata, la loro.

Irritati dalla recente decisione del governo di ampliare la base militare Usa di Vicenza, gli alleati della sinistra più radicale nella coalizione di governo, si oppongono al rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, e chiedono il ritiro delle truppe, come accaduto in Iraq lo scorso anno.

Il Primo Ministro Romano Prodi ha detto che l’espansione della base di Vicenza, che ospita la 173° brigata dell’esercito americano, si farà, accettando così l’arrivo di circa 1.500 che si aggiungono agli oltre 2.750 militari Usa già di base nella città.

La decisione presa dall’ex governo di centro-destra, e varata lo scorso aprile a fine mandato, consente l’ampliamento della base militare nell’area di un ex aeroporto della città; la maggioranza degli abitanti di Vicenza si oppone.

In questo governo, con appena nove mesi di vita e una maggioranza parlamentare molto debole – un unico seggio in Senato – un solo voto contrario al rifinanziamento potrebbe forzare il rientro delle truppe, infliggendo un grave colpo alla coalizione di Prodi. L’Italia appoggia l'International Security Assistance Force (ISAF) della NATO, composta da 32.000 uomini, con un contingente di circa 1.800 soldati. La percentuale di contrari alla permanenza delle truppe italiane sale al 64 per cento fra gli elettori dell'Unione, mentre il dissenso raggiunge l'85 per cento fra i sostenitori della sinistra più radicale.

Comunisti e verdi accusano il governo Prodi di sminuire il messaggio elettorale “pacifista” delle elezioni 2006.

“Il nostro in Afghanistan non è un impegno di guerra”, ha detto Prodi durante la recente visita ufficiale in Turchia, riferendo che le truppe italiane non sono schierate nelle città di Kabul e Herat, o nei campi di battaglia contro i talebani – e concludendo che la natura dell’intervento non cambierà.

”Non ci sarà un aumento delle truppe, ma rispetteremo i nostri impegni”, ha dichiarato Prodi. Il Generale David Richards, comandante delle forze NATO in Afghanistan, in una dichiarazione al quotidiano The Guardian aveva dichiarato di aver bisogno di altri soldati in Afghanistan.

Forse non arriveranno dall’Italia, ma l’Italia non può nemmeno ritirarsi completamente. “Condivido i timori sulla situazione in Afghanistan sempre più difficile, ma l’Italia non può decidere unilateralmente di lasciare l’Afghanistan; al momento, il ritiro è impossibile”, è l’ultima dichiarazione del Ministro degli esteri Massimo D'Alema. “Il nostro paese pagherebbe un prezzo altissimo in termini di credibilità e di isolamento dalla comunità internazionale”.

A coloro che chiedono comunque una qualche modifica nella strategia afgana, il ministro ha risposto che il governo “aumenterà la presenza di civili e si impegnerà nell’organizzazione di una conferenza di pace internazionale sull’Afghanistan da tenersi a Roma entro ottobre”.

”Questa è una buona notizia”, ha detto all’IPS Sergio Marelli, presidente dell’Associazione ONG Italiane. “È già la seconda volta che il governo parla di aumentare la cooperazione civile”. L'Italia aveva già destinato, lo scorso anno, 30 milioni di euro per il Libano, dove sta guidando la missione di peacekeeping Unifil 2.

”Questo vuol dire che una cultura non-militarista si sta diffondendo sempre più, e questo anche grazie alle organizzazioni della società civile, che ripetono da sempre che l’intervento militare non è una soluzione”, ha detto Marelli all’IPS. “Ora ci aspettiamo che l’impegno venga rispettato, il che significa un fondo specifico per le iniziative civili, e che le truppe non si spostino nel del paese, dove le forze internazionali hanno chiaramente un mandato offensivo”.

Comunisti e verdi hanno accolto positivamente l’annuncio sulle restrizioni del ruolo militare dell’Italia. Ma chiedono di più: “Vogliamo che il decreto di finanziamento indichi una data esatta per il ritiro, altrimenti voteremo contro”, ha detto all’IPS Paolo Cento, Sottosegretario all’economia e rappresentante dei verdi.

”Una data accettabile per il ritiro italiano dall’Afghanistan sarebbe dicembre 2008, non oltre”.