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POLITICA-SUDAN: Resto, perché questa è casa mia

KHARTOUM, 10 gennaio 2007 (IPS) – Nelle ultime settimane, la violenza è nuovamente esplosa nella regione del Darfur, nel Sudan occidentale, imponendo la più imponente evacuazione di operatori umanitari dal 2004, quando iniziarono le operazioni di aiuto nell’area dilaniata dalla guerra.

Il mese scorso, oltre 400 impiegati delle Nazioni Unite e di organizzazioni non governative (Ong) sono stati trasferiti dalle zone di guerra a causa della crescente insicurezza. Tra questi, anche impiegati del gruppo umanitario irlandese GOAL.

”Per tre anni abbiamo supplicato la comunità internazionale di inviare una forza di pace per proteggere i civili innocenti e mantenere aperti i canali di aiuto”, ha detto il fondatore di GOAL, John O Shea, in una dichiarazione alla stampa dopo il ritiro. “È ovvio che la comunità internazionale non tiene conto della vita dei quattro milioni di abitanti della regione, per i quali è indispensabile la protezione della comunità internazionale“.

Sono stati evacuati operatori internazionali e sudanesi provenienti da regioni diverse dal Darfur: “Quando si recluta qualcuno dal Sudan, la responsabilità di rimandarlo indietro è enorme”, ha detto all’IPS Mark Blackett, direttore regionale di GOAL Sudan.

Alcuni degli operatori umanitari locali sono rimasti nella regione, cercando di mantenere le proprie mansioni e di operare al meglio.

”È sbagliato pensare che la situazione è troppo pericolosa per gli operatori internazionali, e che questi ultimi vengono evacuati per lasciare solo quelli locali” ha detto Alun McDonald, portavoce della Ong Oxfam. “Non è questo il caso. Il punto è che hanno famiglie, mogli e figli. Non possiamo evacuare anche tutte le famiglie”.

La maggior parte dei locali rimasti non hanno voluto rilasciare dichiarazioni circa la decisione di continuare a lavorare dopo il ritiro degli altri operatori, citando la politica delle Ong che consente domande ai soli portavoce delle agenzie. Secondo i funzionari umanitari, questa politica serve a prevenire attacchi contro lo staff locale.

Tuttavia, alcuni hanno dichiarato all’IPS che continuare con l’aiuto umanitario in Darfur è una responsabilità verso la loro regione d’origine, oltre a rappresentare un’opportunità di lavoro meglio retribuita rispetto ad altre.

Abdallah, originario della città di Nyala, sud-Darfur, e che chiede di essere identificato solo con il suo nome di battesimo, ha perso il lavoro presso il Consiglio norvegese per i rifugiati dopo che la Ong è stata mandata via dal Darfur meridionale. È accaduto in novembre, dopo una sospensione delle attività di due mesi voluta dal governo sudanese, che – tra l’altro – accusa l’agenzia di diffondere disinformazione.

”La perdita del lavoro è un grande problema”, ha detto Abdallah. “A casa ho sei bambini. Sto cercando un altro impiego, ma rimango perché questa è casa mia e voglio aiutare gli abitanti del Darfur”.

A Gereida, dove si trova il più grande campo profughi del Darfur, gli operatori di Oxfam rimasti stanno portando combustibile per pompare l’acqua dai fori di sonda, ma la portavoce dell’agenzia Caroline Nursey, ha detto all’IPS che l’operazione non può continuare a lungo senza lo staff al completo.

Gruppi umanitari hanno denunciato la frustrazione crescente provocata dalla spirale di violenza nel Darfur, una minaccia per la più imponente missione umanitaria del mondo che dovrebbe aiutare circa quattro milioni di persone.

Oxfam ha interrotto le operazioni a Gereida alla fine del mese scorso, dopo il furto di cinque dei sei veicoli dell’organizzazione da parte di sconosciuti armati che hanno rubato anche denaro e strumenti per le comunicazioni.

”Siamo in prima linea, per questo siamo stati colpiti così”, ha detto Nursey. “Abbiamo dovuto mettere al primo posto la sicurezza dello staff “.

”Fino a poco tempo fa c’era rispetto per gli operatori umanitari, non rappresentavano un obiettivo. Ma negli ultimi due mesi c’è stato un grave inasprimento del conflitto e la violenza è aumentata”.

Tredici operatori umanitari, tutti sudanesi, sono stati assassinati dalla firma dell’accordo di pace per il Darfur, in maggio.

Gli operatori umanitari sostengono che gli impiegati sudanesi sono più a rischio per due ragioni. La natura più pericolosa delle loro mansioni, ovvero lavorare come guardie e autisti, e il maggior numero dei sudanesi che lavorano nell’area.

”La maggioranza della gente uccisa, è vittima di assalti sul proprio veicolo”, ha detto Nursey.

Le circostanze di estrema insicurezza possono tuttavia provocare anche il ritiro di lavoratori locali. La causa dell’evacuazione è uguale sia per gli impiegati stranieri che per i sudanesi: “Quando non puoi più garantire aiuto, chiunque si sente frustrato – locali e internazionali”, ha detto il direttore regionale di Oxfam, Mark Blackett.

La firma dell’accordo di maggio era stata inizialmente accolta come una svolta verso la fine del conflitto nel Darfur; ma dopo il rifiuto della maggior parte dei ribelli, oggi il trattato è considerato ampiamente inutile.

Solo una fazione dell’Esercito di liberazione del Sudan (SLA), guidato dal comandante Minni Minnawi, ha siglato l’accordo. Una parte dello SLA, insieme al Movimento ribelle di giustizia ed uguaglianza, ha dichiarato che l’accordo non soddisfa le loro richieste di base, relative alla divisione della ricchezza e del potere. In particolare, dicono i ribelli, risulta insufficiente l’offerta del Sudan di 30 milioni di dollari come compenso per i circa tre milioni di vittime del lungo conflitto.

A settembre, le autorità hanno lanciato un’offensiva militare contro l’opposizione dei ribelli nel Darfur settentrionale, provocando la fuga forzata di altri civili dalle proprie case.

Gli osservatori denunciano il governo per aver distrutto villaggi di civili con i bombardamenti aeri, e accusano le milizie arabe note come janjaweed – che significa “diavoli a cavallo” – di continuare impunemente a uccidere, stuprare e saccheggiare.

I funzionari sono ritenuti colpevoli di sfruttare le tensioni inter-etniche tra arabi nomadi e agricoltori con altri gruppi etnici, che hanno a lungo combattuto per la terra e le risorse idriche, e di armare i janjaweed in una guerra su procura a nome del governo. Il conflitto, che sta entrando nel suo quarto anno, è iniziato quando i ribelli del Darfur hanno attaccato le posizioni del governo nella regione. Questi imputavano il mancato sviluppo dell’interno del Darfur alla negligenza di Khartoum.

Ad agosto, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato l’invio nella regione di un contingente di oltre 20.000 uomini per la missione di pace, a sostegno delle forze dell’Unione africana (Ua) già sul posto (la missione Ua è stata dilaniata da enormi problemi e da un mandato debole che non consente una protezione adeguata dei civili).

Il Sudan aveva inizialmente rifiutato la forza Onu, accusandola di voler ri-colonizzare il paese. Il mese scorso, il presidente Omar el-Bashir ha dato il proprio consenso all’inizio delle operazioni con un programma in tre fasi con forze miste Onu e Ua, ma pare che successivamente egli abbia dichiarato che questa forza allargata possa essere costituita di sole truppe africane, che operino con il supporto tecnico dell’Onu.

L’Onu avverte che il conflitto nel Darfur, esteso al vicino Ciad e alla Repubblica dell’Africa centrale, minaccia di travolgere l’intera regione e di mettere a rischio circa sei milioni di persone. Dall’inizio della violenza nel Darfur, i morti sono oltre 200.000 e i profughi circa due milioni.