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AMBIENTE-AFRICA: Cambia il clima, cambiano le vite

NAIROBI, 14 novembre 2006 (IPS) – Le comunità più emarginate fra quelle che partecipano alla conferenza delle Nazioni Unite a Nairobi sui mutamenti climatici, raccontano di come le loro vite siano peggiorate – un peggioramento che loro imputano ai cambiamenti climatici.

”Non possiamo andare a caccia come prima. Non riusciamo nemmeno a pescare come un tempo, perché i pesci non ci sono e l’acqua di fiumi e laghi si sta prosciugando. Stiamo per diventare rifugiati del clima”, ha detto ai giornalisti Anna Pinto, delegata indiana.

Secondo Hussein Abdullahi, di una comunità di pastori del Kenya nord-orientale, i modelli climatici in questa regione sono diventati imprevedibili, rendendo vana la conoscenza tradizionale sui problemi legati al clima.

”Anticamente, i pastori si basavano sulla conoscenza popolare per predire il tempo. Un pastore non avrebbe mai chiesto a un meteorologo quando sarebbero arrivate le piogge”, ha detto Abdullahi.

”Prima erano le rane che mi aiutavano a capire…e attraverso il canto degli uccelli capivamo quando si avvicinavano le piogge, e con il buon tempo preparavamo il pascolo per i nostri animali, perché non soccombessero di fronte alla siccità”, ha aggiunto Abdullahi.

”Ma questa è storia, e oggi dobbiamo contare su meteorologi e astrologi; e spesso anche le loro previsioni non corrispondono alla realtà”.

Abdullahi riferisce che il cambiamento dei pattern climatici ha portato periodi di forte siccità, costringendo i pastori ad abbandonare la loro tradizione e ad emigrare in città. Oggi, la sopravvivenza di molti dipende dagli aiuti alimentari, e la siccità ha portato via tante vite.

Data la scarsa disponibilità di servizi nel Kenya settentrionale, gli abitanti devono camminare diversi giorni per arrivare ai punti di distribuzione dell’acqua. In quelle zone, secondo i dati forniti dall’Onu, il cinquanta per cento del bestiame è morto a causa della siccità che ha schiacciato la regione negli ultimi anni.

Obbiettivo della conferenza di Nairobi (6-17 novembre), che ha riunito circa 6.000 delegati da tutto il mondo, è individuare delle strade per attenuare gli effetti del cambiamento climatico.

I paesi poveri, dove le risorse per affrontare i cambiamenti climatici scarseggiano, sono com'è ovvio i più duramente colpiti dagli spostamenti dei modelli climatici. Oltre alla prolungata siccità, i cambiamenti del clima sono considerati anche causa di inondazioni e dell'eccessivo aumento delle temperature, e motivo di insicurezza idrica e alimentare.

Un rapporto Onu divulgato all’inizio della riunione rivela che il numero di persone uccise e colpite da disastri legati al clima in Africa tra il 1993 e il 2002 supera i 136 milioni.

L’incontro di Nairobi è la dodicesima conferenza dei 189 paesi che hanno firmato la Conferenza quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico del 1992. Solo 165 hanno ratificato il trattato del Protocollo di Kyoto, che chiede alle nazioni industrializzate di ridurre le loro emissioni di gas serra, come il diossido di carbonio e il metano.

Questi gas sono rilasciati nell’atmosfera in parte dai combustibili fossili che bruciando assorbono l’energia solare e le inibiscono di diffondersi nuovamente nello spazio dopo che ha raggiunto la superficie della terra. Molti scienziati sostengono che le crescenti concentrazioni di emissioni serra stanno portando un aumento della temperatura terrestre, e il cambiamento del clima.

Il protocollo era stato firmato nel 1997 nella città giapponese di Kyoto, e chiede a 35 nazioni industrializzate di ridurre entro il 2012 le loro emissioni combinate del cinque per cento rispetto ai livelli del 1990.

Gli Stati Uniti, che emettono la maggior parte dei gas serra (il 25 per cento delle emissioni totali dei paesi industrializzati) non hanno ancora ratificato il protocollo. Malgrado il documento sia stato firmato durante il mandato di Bill Clinton con l’idea di raggiungere un sette per cento di riduzioni nelle emissioni, è stato rifiutato dall’amministrazione Bush, con la motivazione che avrebbe minacciato l’economia Usa.

”Abbiamo bisogno di un impegno (sul cambiamento climatico) da parte di tutti i paesi, compresi gli Usa”, ha detto all’IPS Jukka Ousukainen, alto funzionario del governo finlandese. La Finlandia detiene attualmente la presidenza dell’Unione Europea (Ue), che è responsabile del 14 per cento di emissioni di gas serra nel mondo industrializzato.

”L’Ue da sola non può risolvere il problema del clima. Anche se eliminassimo gradualmente tutte le nostre emissioni, non riusciremmo a fermare il cambiamento climatico”, ha dichiarato Ousukainen.

Tuttavia, un funzionario Usa intervenuto a margine della conferenza, dichiara che il suo paese appoggia l’idea di ridurre le emissioni di gas serra attraverso l’uso di tecnologie più pulite – intervento che non minaccerebbe industria e occupazione.

Anche un gruppo di paesi che sostengono la posizione degli Usa insistono sulle tecnologie più pulite, e stanno incoraggiando i paesi in via di sviluppo a piantare alberi per assorbire l’eccesso di diossido di carbonio.

Questa strategia è difesa dalla nota ambientalista keniana, il premio nobel per la pace Wangari Maathai, che ha partecipato alla campagna del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) per piantare un miliardo di alberi entro il 2007. L’iniziativa è stata presentata l’8 novembre.

”Conosciamo i dati, e conosciamo i segni del cambiamento climatico. Possiamo parlare alla gente di siccità, inondazioni e altro. Ma la vera questione è, cosa facciamo per fermare tutto questo? Possiamo almeno provare a migliorare questa condizione piantando degli alberi. Tutti possono scavare una buca, metterci un albero e dargli acqua per assicurarne la sopravvivenza”, ha detto Maathai ai giornalisti a Nairobi.

Oggi molti poveri in Africa usano gli alberi come fonte di energia e di reddito, e forse sono più propensi a tagliarli che a piantarli.

Tuttavia, Maathai crede davvero che piantare alberi sia una strada percorribile: “Possiamo investire in energia solare (e) idrica dando ai poveri una possibilità, perché non debbano tagliare i loro alberi come combustibile”. (FINE/2006)