LISBONA, 2 novembre 2006 (IPS) – Dopo secoli di colonialismo portoghese e più di vent’anni di occupazione militare dell’Indonesia, instabilità e violenza continuano ad affliggere Timor Est, una delle nazioni più giovani e povere del mondo.
Da quando ha ottenuto l’indipendenza nel maggio 2002, l’insicurezza ha segnato il futuro di questa piccola ex colonia portoghese dell’arcipelago indonesiano, che ha subito il più grande genocidio del XX secolo in termini percentuali di popolazione uccisa.
I violenti scontri di quest’anno, che hanno raggiunto il loro apice a giugno, sembrerebbero segnalare che la lunga battaglia per la libertà si è trasformata oggi in una lotta per il potere.
La settimana scorsa, ancora una volta gruppi rivali di giovani banditi hanno combattuto con coltelli, machete e archi con frecce, incendiando case, e attaccando le truppe straniere in missione di pace.
Il grosso contingente internazionale di 1.600 uomini è principalmente costituito da australiani, con un contributo di 130 soldati e 20 poliziotti portoghesi, presenza ampiamente simbolica in ricordo della storia comune dei due paesi.
Le agitazioni, che da domenica scorsa hanno già fatto quattro vittime, vengono interpretate dal comandante in capo delle forze armate, il Generale Taur Matan Ruak, come un palese tentativo di rovesciare il governo guidato dal primo ministro José Ramos-Horta, vincitore del Nobel per la pace nel 1996.
I principali obiettivi delle bande violente sono “la caduta dell’esecutivo, lo scioglimento del parlamento, e l’istituzione di un governo di unità nazionale”, sostiene Matan Ruak, leggendario leader della guerriglia che ha combattuto gli indonesiani nella giungla per 25 anni, dopo l’invasione del 1975.
Un terzo dei 660.000 abitanti di Timor Est – la popolazione attuale – è morta a seguito dell’invasione e dell’occupazione.
Negli ultimi due giorni, i rivoltosi hanno concentrato le loro aggressioni sulle truppe di pace australiane, dopo che quei soldati avevano sparato lacrimogeni in un improvvisato campo per rifugiati vicino l’aeroporto di Dili, la capitale, ferendo un bambino.
Secondo quanto riportato, quel giorno le truppe australiane avrebbero aperto il fuoco vedendo avvicinarsi un uomo con fare sospetto.
Secondo quanto rivelato la settimana scorsa ai corrispondenti portoghesi dal direttore dell’ospedale di Dili, Antonio Calere, fino a quel momento quattro persone erano rimaste uccise e 47 ferite. Tra i feriti, due soldati portoghesi e uno australiano.
L’Ufficio delle Nazioni Unite a Timor Est (UNOTIL) ha chiesto la sostituzione delle truppe australiane con forze di polizia delle Nazioni Unite, comandate dal Commissario portoghese Antero Lopes. Le forze di polizia comprenderebbero soldati provenienti da Portogallo, Malesia e Bangladesh.
Intervistato dalla stampa portoghese, il Commissario Lopes ha dichiarato che la violenza scatenatasi la settimana scorsa è la peggiore da giugno.
Ramos-Horta, a Roma per partecipare un seminario internazionale e per recarsi in visita al Vaticano ed invitare Papa Benedetto a Timor Est, intervistato telefonicamente dall’IPS, ha detto che “diversi gruppi a Timor stanno tentando di manipolare le forze militari straniere, accusando a turno portoghesi e australiani”.
”Membri di un gruppo 'neutralizzato' dagli australiani accusano proprio gli australiani di sostenere l’altra parte, e membri di un gruppo 'neutralizzato' dai portoghesi accusano i portoghesi di favorire l’altra parte. È una storia infinita”, ha aggiunto Ramos-Horta, capo della difesa oltre che primo ministro.
”Le forze australiane, neozelandesi, malesi e portoghesi sono venute a Timor Est su richiesta della presidenza, del parlamento e del governo, e i soldati si sono sempre comportati in maniera esemplare. Ci sono stati incidenti, ma mai eventi intenzionali”, ha detto.
Il primo ministro ha inoltre sottolineato il ruolo delle forze armate di Timor Est guidate da Matan Ruak, “che hanno agito con grande dignità, coraggio e umiltà”.
Nell’intervista, Ramos-Horta ha fatto notare che le forze armate e lo stesso Matan Ruak “hanno presentato pubbliche scuse”, dopo che la Commissione d’inchiesta speciale indipendente istituita dall'Onu per Timor Est ha pubblicato questo mese i risultati delle sue indagini.
”È molto raro che una forza militare – in qualunque posto del mondo essa sia – dimostri una tale integrità, coraggio e umiltà, un atteggiamento che aiuterà a curare le molte ferite della nostra società”, ha affermato.
La commissione indipendente Onu era stata istituita per indagare sui violenti incidenti di aprile che avevano scatenato una crisi segnata da forti divisioni all’interno dell’esercito, costituito principalmente da ex guerriglieri che avevano combattuto gli indonesiani, e dalla disgregazione delle forze di polizia.
Gli scontri sono durati diversi mesi, raggiungendo l’apice in giugno; in quella circostanza, 40 persone erano state uccise e il maggiore dell’esercito Alfredo Reinado aveva disertato con 20 uomini, e si era rifugiato nella giungla, dove è rimasto.
Alla fine di giugno, il presidente di Timor Est José Alexandre Xanana Gusmão ha chiesto le dimissioni dell’allora primo ministro Mari Alkatiri e del ministro della difesa Roque Rodrigues, mominando al loro posto il ministro degli esteri Ramos-Horta. La motivazione era presunta discriminazione contro il gruppo etnico dei loromunus, che abitano l'area occidentale dell’isola, da parte dei lorosae, che ne occupano la parte orientale.
I loromunus dichiarano di essere discriminati dai lorosae, che controllano esercito e polizia.
Tuttavia, gli analisti in Portogallo e Australia sostengono che il problema non sia di natura etnica, ma economica. Puntano il dito all’interesse suscitato dalle vaste riserve di petrolio e gas naturale intorno a Timor Est, che ha un territorio di appena 15.000 chilometri quadrati e circa un milione di abitanti.
Prima dell’attuale crisi, “Timor era calma, pacifica, con tassi sorprendentemente bassi di criminalità, considerata la grossa povertà, l'elevato livello di disoccupazione e la fragilità delle istituzioni dello stato, soprattutto di giustizia e forze dell’ordine”, ha detto Ramos-Horta.
Secondo il primo ministro, la violenza è localizzata, soprattutto a Dili. “Se si viaggia all’interno del paese, non si vedrà un solo poliziotto o un soldato, e quelle aree sono assolutamente pacifiche”.
Ha comunque ammesso che “le difficoltà del paese sono enormi, e la povertà è dilagante”.
”Non abbiamo un ceto medio nel vero senso della parola, né un settore privato significativo; lo dico perché nessun paese si può sviluppare senza un settore privato o un ceto medio”, ha proseguito Ramos-Horta.
”Come tutti sanno, ci vorranno molti anni per svilupparsi. A volte la gente dimentica che abbiamo l’indipendenza da soli quattro anni”, ha detto.
Nell’ottica delle forze armate, il rapporto della commissione indipendente Onu non basta.
Secondo Matan Ruak si dovrebbe istituire una commissione di indagine parlamentare “per garantire un rapido ripristino della pace”. L’obiettivo della commissione sarebbe “determinare obiettivi e strategie” dei gruppi violenti, “e identificare i responsabili morali e intellettuali della crisi – e, soprattutto, giudicarne le responsabilità”.
In questo rapporto, la commissione di inchiesta Onu ha chiesto che circa 90 alti funzionari e altri vengano indagati e processati dal sistema giudiziario di Timor Est. Tra i funzionari ci sono Rodrigues e Matan Ruak.
Secondo Ramos-Horta, era “assolutamente ovvio” che l’Onu avrebbe chiesto ulteriori indagini, ma ha aggiunto che “è responsabilità del procuratore generale stabilire se siano necessarie o meno“.
”Da parte mia, continuo ad avere piena fiducia nel Generale Taur Matan Ruak”, ha detto Ramos-Horta, che viene spesso descritto come un politico prudente, capace e discreto, in un paese nel quale occupare la poltrona di primo ministro equivale a sedersi su un barile carico di esplosivi.