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PAKISTAN: Il culto dei kamikaze è vivo e sta bene

PESHAWAR, 18 settembre 2006 (IPS) – Una mattina di fine agosto, un gruppo di circa 15 uomini dell’organizzazione di jihadisti Hizbul Mujahideen è entrato in casa di Lal Faqir per congratularsi con lui del “martirio” di suo figlio Bahar Ali, morto, come hanno riferito, dopo aver lanciato una macchina carica di esplosivo su un veicolo NATO in Afghanistan.

”Non provo rimorso per quello che ha fatto mio figlio. È il modo più facile per ricevere la benedizione di Dio onnipotente e entrare in paradiso”, ha detto all’IPS Lal Faqir, cercando disperatamente di nascondere il dolore per la perdita di un figlio di 23 anni.

Ali, ha detto suo padre, era una persona tranquilla, ma estremamente religiosa. Aveva lasciato la sua famiglia due anni fa per entrare a far parte della “jihad” nel Kashmir, un territorio a maggioranza musulmana da lungo tempo conteso tra India e Pakistan.

”Era tornato dopo circa sei mesi, ma era di nuovo partito il giorno successivo prima dell’alba; abbiamo ricevuto solo una volta una sua telefonata, nella quale ci diceva che era da qualche parte in Afghanistan e stava bene”, ha aggiunto il padre.

Tutto era iniziato tre anni fa, quando un gruppo di mujahidin aveva visitato la scuola locale che frequentavano Ali e i suoi compagni e dove pregavano per la jihad. Non era passato molto tempo, quando Ali divenne uno dei centinaia di potenziali attentatori suicidi che il comandante dei talebani, il Mullah Dadullah, aveva chiesto per il suo comando; ragazzi pronti a uscire e sfidare le forze degli Stati Uniti e i loro alleati in Afghanistan.

Il potenziale di morte dello spaventoso organico di Dadullah è diventato evidente domenica scorsa, quando un attentato suicida ha ucciso Hakim Taniwal, governatore della provincia orientale afgana di Paktia, e altre due persone, e il giorno successivo quando, in un secondo attacco durante il funerale del governatore, sono state assassinate altre sei persone. L’8 settembre, un attentatore suicida ha lanciato una macchina carica di esplosivo su un convoglio militare Usa, uccidendo 16 persone nel centro purificato di Kabul. Il giorno precedente, l’obiettivo era stato un’altro convoglio della coalizione nella città sud-occidentale di Kandahar, ma non erano state riportate vittime.

Molte delle reclute di Dadullah vengono da luoghi come Charsadda, che si trova 35 chilometri a nord di Peshawar. Questi villaggi Pashtun sono vicini al poroso confine afgano, e costituiscono un rifugio naturale per i talebani, oltre ad essere delle rampe di lancio per la loro resurrezione, che si ritiene stiano organizzando.

Un leader nazionalista, il Dr Said Alam Mahsud del partito di sinistra Pakhtunkhwa Milli Awami, che è anche un chirurgo pediatrico, ha puntato il dito sull’Inter-Services Intelligence (ISI), servizio segreto pakistano, accusandolo di incoraggiare l’attività dei mujahiddin.

Bahar Ali, ha detto il suo unico amico Farooq Asmat, ha sviluppato un odio violento per gli Usa e i loro alleati, soprattutto dopo gli eventi dell’11 settembre, quando i musulmani sono stati demonizzati. “Diceva che avrebbe dato la vita pur di vendicarsi sulle forze armate americane per aver ucciso musulmani innocenti”, ha detto Asmat.

Ali non era il solo attentatore suicida che aveva come obiettivo le truppe della coalizione in Afghanistan. Il 22 luglio, Aminullah, 23 anni, si era fatto saltare in aria a Kandahar insieme a un altro kamikaze lanciando un’automobile carica di esplosivo su un veicolo della coalizione; due soldati canadesi erano stati uccisi e altri otto feriti.

Il giovane aveva lasciato un biglietto per la sua famiglia. “Non versate lacrime per me, perché questo era il sogno di tutta una vita: combattere la jihad e abbracciare lo shahadat (martirio). Sto partendo per un attacco suicida (missione), e lo faccio per mia espressa volontà. Potreste non trovare il mio corpo, ma non piangete. L'ho scelto io”.

Come per Ali, la morte del giovane è stata comunicata alla famiglia nelle prime ore del 5 agosto, quando qualcuno, bussando alla porta, li ha svegliati con questa notizia scioccante. Per la popolazione di Shabqadar, il villaggio di Aminullah, anch’esso 35 chilometri a nord di Peshawar, la notizia è giunta inaspettata. “Non era il tipo”, ha dichiarato Karim, un cugino.

Figlio di un soldato dei Corpi di frontiera in pensione, Aminullah aveva seguito i passi di suo padre e si era unito all’esercito paramilitare. La sua ultima spedizione era stata a Balakot, nel distretto di Mansehra, devastato dal terremoto dello scorso anno. Non è chiaro se egli abbia disertato l’esercito o si sia ritirato, ma la sua famiglia ha detto che Aminullah aveva comunicato loro di aver lasciato l’esercito sei mesi prima per entrare nella Tablighee Jamaat, una comunità di predicatori.

Suo cugino ha raccontato che Aminullah non aveva parlato con la famiglia fino a 15 giorni prima della sua morte, quando li aveva chiamati da Quetta, la capitale della provincia del Balochistan. “Le sue sorelle e la madre avevano pianto al telefono pregandolo di ritornare”, ha ricordato il cugino Karim. “Nessuno della famiglia sapeva cosa stava per fare. Lui non si era mai consultato con nessuno, né aveva raccontato le sue intenzioni a qualcuno della sua famiglia, altrimenti lo avremmo fermato”, ha aggiunto.

Nella nota che è stata recapitata alla famiglia, aveva scritto che stava abbracciando il “martirio”. “Non sono stato costretto da nessuno”, ha lasciato scritto. “Se Allah mi avesse dato mille volte la vita, io mille volte l’avrei sacrificata”.

Stranamente, né Ali né Aminullah avevano frequentato una delle madrasse (scuole religiose), che sono considerate terreno fertile per i guerrieri santi.

Funzionari della sicurezza avvertono che potrebbero essere centinaia i potenziali attentatori suicidi che aspettano vicino all’inquieto Waziristan in Pakistan, e in altre parti confinanti dell’Afghanistan meridionale. Il fiero appello del Mullah Dadullah non è rimasto inascoltato.

”Nell’addestramento degli attentatori suicidi la spinta è l’indottrinamento religioso, che motiva i futuri kamikaze a togliersi la vita per Allah”, ha dichiarato un funzionario.

Vengono loro impartite lezioni di guida per macchine e motociclette, e consegnati giubbotti o automobili cariche di esplosivo. “Tutto quello che devono fare è premere un bottone o tirare una sicura. È semplicissimo. Non serve frequentare un’accademia per diventare kamikaze”.