IPS Inter Press Service Agenzia Stampa

U.S.A – 9/11: Secondo i sondaggi diminuisce la fiducia negli interventi militari

WASHINGTON, 11 settembre 2006 (IPS) – Cinque anni dopo l’11 settembre, gli americani sono molto meno entusiasti degli interventi militare all’estero: lo rivela un importante sondaggio effettuato di recente, il primo di una lunga serie di inchieste diffuse oggi, in occasione del quinto anniversario degli attacchi contro New York e il Pentagono.

Dal sondaggio, condotto dal Pew Research Centre for People and the Press degli Usa, emerge che i repubblicani sono sostanzialmente più favorevoli ai dispiegamenti militari all’estero rispetto ai democratici e agli indipendenti, che pensano – con un margine variabile da tre a uno – che gli Usa negli ultimi anni abbiano perso il rispetto del mondo.

L’inchiesta, eseguita su un campione di 1.500 adulti, ha inoltre rivelato che quasi la metà (il 46 per cento) degli intervistati ritiene che il sostegno Usa a Israele sia una “ragione fondamentale” dell’accresciuto sentimento anti-Usa nel mondo, un aumento significativo rispetto al precedente sondaggio di Pew, 10 mesi fa.

Questa opinione era condivisa da percentuali analoghe di individui che si autodefiniscono repubblicani e democratici i quali, su quasi tutte le altre questioni di politica estera, hanno mostrato nette differenze di parte.

Il sondaggio, tuttavia, è stato condotto tra il 9 e il 13 agosto, poco prima del cessate il fuoco che ha fermato la guerra, durata un mese, tra Israele e Hezbollah, e al culmine delle pressioni internazionali su Washington per persuadere lo Stato ebraico ad interrompere i bombardamenti contro il Libano.

Lo studio di Pew è stato pubblicato in coincidenza con una seconda inchiesta diffusa dalla CNN la scorsa settimana, che mostrava un diffuso scetticismo rispetto alle affermazioni dell’amministrazione Bush, che sostiene che gli Usa stiano facendo progressi nella guerra in Iraq e che questa guerra sia legata alla più ampia “guerra globale al terrorismo” lanciata dopo l’11 settembre.

Solo una su quattro persone intervistate per questo sondaggio, effettuato tra il 30 agosto e il 2 settembre, riteneva che Washington e i suoi alleati stessero vincendo la guerra, mentre il 13 per cento sosteneva una vittoria dei ribelli, e il 62 per cento dichiarava che la guerra sarebbe in sostanza ad un punto morto.

Nonostante le ripetute e sempre più frequenti affermazioni di Bush sulla guerra in Iraq come “fronte principale” nella guerra al terrorismo, una maggioranza del 53 per cento la considera invece “un’azione militare completamente distinta”. Un’ampia maggioranza (58 per cento) si è detta contraria alla guerra, mentre il 39 per cento favorevole; un margine rimasto sostanzialmente immutato negli ultimi mesi.

La rivelazione più importante dell’ultimo sondaggio del Pew sembra essere il crescente disinganno rispetto agli interventi militari degli Usa.

Con un margine del 45-32 per cento, gli intervistati hanno dichiarato che a loro parere il modo più efficace per limitare la minaccia degli attacchi terroristici contro gli Usa fosse di “ridurre”, invece di “aumentare”, la presenza militare di Washington all’estero.

Come si osserva in un’analisi affiancata del Pew Centre, questi dati marcano una “netta inversione di tendenza” rispetto alla posizione della popolazione nel primo anniversario degli attacchi dell’11 settembre. All’epoca, il 48 per cento delle persone dichiarava che l’aumento delle truppe militari Usa all’estero fosse il modo migliore per proteggersi contro futuri attacchi, mentre il 29 per cento chiedeva di limitare l’impegno.

Analogamente, secondo il sondaggio, il 43 per cento degli intervistati sostiene oggi che le “incursioni militari” contro altri paesi che tentino di sviluppare armi nucleari sia importante per ridurre il terrorismo in futuro: il 15 per cento in meno rispetto al sondaggio Pew condotto nell’ottobre 2002, quando Bush cercava l’approvazione del Congresso per una risoluzione che lo autorizzasse ad un’azione militare contro l’Iraq.

L'inchiesta indica poi un desiderio più diffuso di limitare il coinvolgimento degli Usa in Medio Oriente, rispetto a quattro anni fa. Alla richiesta di identificare quale fosse un “passo fondamentale” per vincere il terrorismo, il 58 per cento degli intervistati ha scelto, tra cinque opzioni, l’attacco alle armi nucleari. La seconda preferenza (53 per cento) indica l'aumento della spesa per la difesa e la riduzione della dipendenza dal petrolio mediorientale, mentre il 32 per cento suggerisce di “non intromettersi nei problemi di altri paesi”.

Nel sondaggio più recente, comunque, l’attacco alle attrezzature nucleari è stata la terza scelta, con un ampio margine rispetto al ridurre la dipendenza dal Medio Oriente (67 per cento) e ad aumentare la spesa per la difesa (52 per cento) mentre, a soli due punti percentuali in meno, la scelta della non intromissione, che è salita al 41 per cento.

L’aumento di ciò che qualcuno definirebbe sentimento “isolazionista” rispecchia un altro sondaggio analogo condotto a novembre 2005 da Pew e dal Council on Foreign Relations, nel quale il 42 per cento degli intervistati sosteneva che Washington dovesse “occuparsi dei propri affari sul piano internazionale e lasciare che gli altri paesi facessero ciò che potevano da soli”, rispetto ad appena il 30 per cento che aveva preso questa posizione nel dicembre 2002.

Gran parte di questi mutamenti d’opinione sono da attribuire ai democratici e agli indipendenti. Nell’estate 2002, ad esempio, i democratici, con un margine di otto punti, erano favorevoli ad aumentare la presenza militare all’estero, mentre oggi preferiscono una minore presenza, con un margine da tre a uno. Anche tra gli indipendenti, è aumentato nettamente il sostegno per una minore presenza militare, di circa 17 punti percentuali, raggiungendo ben il 49 per cento.

Alla domanda perché gli Usa abbiano perso il sostegno del resto del mondo, più di due terzi degli intervistati hanno individuato nella guerra all’Iraq una “ragione fondamentale”, mentre il 58 per cento lo ha attribuito alla “ricchezza e potere degli Usa”; il 49 per cento alla “guerra al terrore mossa dagli Usa”, e il 46 per cento al “sostegno degli Stati Uniti ad Israele”.

I democratici hanno menzionato molto più dei repubblicani la guerra all’Iraq e al terrorismo, mentre i repubblicani erano molto più propensi ad attribuire la perdita di consenso alla “ricchezza e potere degli Usa”.

Il sondaggio ha poi mostrato un graduale aumento nell’opinione che gli attacchi dell’11 settembre possano significare l’inizio di un grosso conflitto tra Occidente e mondo islamico: ad ottobre 2001, solo il 28 per cento degli intervistati condivideva questa prospettiva; ad agosto 2002, erano il 35 per cento; mentre, nel sondaggio più recente, il 40 per cento.

Al contrario, la percentuale di chi pensa che l’11 settembre rappresenti solo un conflitto con un “piccolo gruppo radicale” è scesa dal 63 al 49 per cento, sempre negli ultimi cinque anni.

E ancora, il 47 per cento degli intervistati sostiene oggi che gli attacchi dell’11 settembre avrebbero la stessa gravità dell’incursione giapponese del 1941 contro Pearl Harbour, nelle Hawaii, che fece entrare in guerra gli Stati Uniti, mentre il 35 per cento li considera “più gravi”. I più giovani in particolare li ritengono “più gravi” rispetto agli altri intervistati.