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POLITICA-RDC: Il conto alla rovescia

BUNIA, RDC orientale, 4 agosto 2006 (IPS) – È iniziato il conteggio dei voti nella Repubblica democratica del Congo (RDC), dove domenica si sono tenute elezioni politiche di portata storica.

I risultati preliminari sono previsti solo a tre settimane dal voto, data la vastità di questo paese dell’Africa centrale e le misere condizioni delle reti di trasporto e telecomunicazioni, eredità di decenni di malgoverno. Le Nazioni Unite hanno coordinato la più grossa operazione aerea per la distribuzione di urne elettorali in tutto il Congo; circa 50.000 seggi elettorali sono stati attrezzati con materiale per il voto.

”Organizzare le elezioni è stata una grande sfida”, ha dichiarato Flavien Misoni, a capo delle operazioni per la Commissione elettorale indipendente (Commission Electorale Independente).

I 25 milioni di votanti potrebbero dover affrontare un secondo round elettorale il 29 ottobre, qualora nessuno dei candidati presidenziali raccogliesse più del 50 per cento delle preferenze. In questo caso, si passerebbe al ballottaggio tra i due avversari con il maggior numero di voti, rimandando a novembre il risultato definitivo.

Trentatré sono i candidati in gara per la presidenza, e più di 9.700 si contendono i 500 seggi parlamentari. Sono state necessarie schede elettorali di diverse pagine per disporre nomi e fotografie di una così vasta gamma di candidati.

Sembra che la partecipazione al voto sia stata massiccia, ma il timore di possibili violenze durante le operazioni si è dimostrato ampiamente ingiustificato.

Sono stati incendiati undici seggi nella regione centrale, considerata la roccaforte del veterano leader dell’opposizione Etienne Tshisekedi, che ha boicottato il voto. Perciò, secondo alcune fonti, lunedì scorso i funzionari addetti avrebbero dovuto riaprire alcuni seggi nella città di Mbuji-Mayi, per dare ai cittadini un’ulteriore possibilità di voto.

A parte questo episodio, le operazioni si sono svolte ovunque pacificamente – il che non è poco, in un paese che lotta per riemergere da due guerre civili combattute tra il 1996 e il 2002, da decenni di corruzione, e dalla brutale legge coloniale eliminata solo nel 1960. Le votazioni di domenica rappresentano le prime elezioni multipartitiche nella RDC dopo più di 40 anni.

”Il voto è stato un successo. I congolesi hanno lavorato duramente per raggiungere questo risultato”, ha dichiarato Ali Diabacté, capo della divisione elettorale dell’Onu in Congo.

L’Onu ha schierato nella RDC quella che oggi costituisce la più imponente forza di pace nel mondo: circa 17.500 truppe che hanno aiutato a mantenere l’ordine durante le elezioni, e che hanno disarmato i combattenti nel Congo orientale, scenario del conflitto civile di questo paese.

Per finanziare il voto, sono stati stanziati circa 400 milioni di dollari in donazioni. Tuttavia, per quanto complessa o dispendiosa sia stata l’organizzazione delle elezioni, le sfide ancora da affrontare potrebbero essere ancora più impegnative.

Il presidente in carica Joseph Kabila è considerato il favorito nella corsa presidenziale, malgrado debba scontrarsi con l’ex leader dei ribelli, Jean-Pierra Bemba, attuale vicepresidente. In corsa per la presidenza anche Azaria Ruberwa, un altro ex ribelle eletto alla vicepresidenza dopo la guerra civile del 1998-2002.

Secondo i giornalisti, i due ex ribelli avrebbero già dichiarato opposizione al voto, dicendo che avrebbero respinto un risultato considerato ingiusto.

Inoltre, sebbene possa considerarsi ufficialmente concluso il conflitto durato cinque anni tra il governo e i ribelli sostenuti dall’Uganda e dal Ruanda, migliaia di miliziani sono ancora in libertà, e impongono violenza e anarchia sulle zone del territorio orientale.

Il timore è che il caos continuerà dopo le elezioni, minacciando qualsiasi governo dovesse salire al potere. Dato che i disordini in Congo orientale hanno permesso lo sfruttamento illecito delle enormi risorse naturali del paese da parte di tutte le fazioni, molte persone hanno uno scarso interesse a vedere costituito uno stato di diritto in questa parte del paese.

In una dichiarazione del 28 luglio, Human Rights Watch, dalla sua sede di New York, ha reso nota la propria preoccupazione per il generale disertore dell’esercito Laurent Nkunda, che minaccia di agire qualora gruppi di minoranza non venissero inclusi nella nuova amministrazione.

Nkunda è già accusato di crimini di guerra contro l’umanità. Quando in gennaio aveva attaccato una base militare nella provincia di Nord Kivu, più di 1.500 gruppi governativi hanno scelto di unirsi alle sue forze anziché combatterle; uno sgradito segnale delle precarie alleanze vigenti all’interno dell’esercito nazionale.

Un altro dei compiti fondamentali che dovrà affrontare il governo entrante sarà quello di promuovere la disciplina all’interno delle forze di governo, composte in gran parte da miliziani che venivano pagati per il disarmo e addestrati nuovamente per il servizio militare. Oggi succede spesso che i soldati, con i loro miseri stipendi, saccheggino le stesse comunità che dovrebbero proteggere.

Molti dei congolesi intervistati per questo articolo sperano che il voto di domenica possa portare a un’era di pace, dopo il lunghissimo conflitto e la morte di circa quattro milioni di persone nei combattimenti degli ultimi anni, oltre alle malattie e alla fame provocate dalla guerra.

”Poco a poco, il Congo verrà ricostruito e guarirà da tutte le guerre”, ha detto Florence Tambwe, un venditore di carte telefoniche a Bunia. “Con queste elezioni, il nostro popolo avrà una possibilità di migliorare le cose. Dobbiamo sfruttare questa opportunità”.

Clarice Kahekwa, madre di tre figli, ha espresso sentimenti analoghi: “Speriamo tutti che il voto porterà la pace dopo tanti anni di guerra. Se il nuovo governo si dimostrerà responsabile di fronte al suo popolo, il merito sarà dei nostri voti”.