KABUL, 28 luglio 2006 (IPS) – L’imprevista crisi afgana si riassume in un pugno di dati concatenati che, se non troveranno soluzione, potrebbero renderla irreversibile. Se così fosse, ha commentato un diplomatico europeo a Kabul, “tutti noi corriamo il rischio di finire come gli inglesi”, le cui truppe furono sconfitte dagli afgani agguerriti non una, ma tre volte: nel 1842, nel 1880 e nel 1919.
La speranza riposta negli stranieri si è esaurita in fretta e la ribellione è andata aumentando, così come la debolezza del governo. Le truppe statunitensi e britanniche, che cominciano ad essere viste come invasori, hanno scatenato due mesi fa la più vasta offensiva militare dal settembre 2001, quando in meno di due mesi rovesciarono il governo talebano.
Adesso, l’obiettivo dichiarato è “ripulire” il territorio controllato dai talebani a sud e ad est del paese, prima che gli Stati Uniti facciano un passo indietro e il comando delle operazioni passi all’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO).
Con l’aumento degli scontri e dei morti da una e dall’altra parte, c’è da dubitare che la “pulizia” si compia nel tempo sperato. Alcuni minimizzano, dicendo che si tratta della classica offensiva estiva, e che con i primi freddi tornerà la “calma”.
Più cauto, il generale Rahim Wardak, ministro della difesa afgano, ha dichiarato la settimana scorsa al quotidiano inglese Financial Times che la resistenza talebana nel sud del paese verrà sconfitta entro la fine dell’anno.
Il giorno dopo, il portavoce talebano Mohammad Hanif ha annunciato: “Aumenteremo i nostri attacchi, intensificheremo le azioni suicide e trascineremo le truppe ‘infedeli’ in una guerriglia”.
Secondo altri, ancora più cauti, “abbiamo davanti a noi sei mesi dall’esito incerto”.
Il nuovo comandante della NATO, il tenente generale inglese D.J.Richards, è arrivato lo scorso maggio portando con sé ottimismo e una volontà di capire basata sulla sua intelligenza politica e su due concetti chiave: sostituire il termine terroristi con “insorti”, e dialogare rispettosamente con la popolazione.
Così ha spiegato nel suo primo incontro con i media afgani e internazionali: “Ho imparato che questo rapporto è imprescindibile”, ha detto all’IPS.
Poco dopo è stato informato di una situazione potenzialmente drammatica: i maggiori finanziatori del rapido sviluppo dei mezzi di comunicazione afgani – la Commissione Europea (CE) e l’Agenzia USA per lo sviluppo internazionale (USAID) – non hanno più fondi a disposizione per continuare a sostenerli.
Per di più, dopo quasi cinque anni dalla caduta del regime talebano, il presidente del paese Hamid Karzai non ha ancora la possibilità di parlare a tutto il paese attraverso la radio e la televisione. L’ambasciatore di un paese europeo vede con preoccupazione i primi sintomi di ciò che nell’ambiente della cooperazione internazionale viene chiamata “stanchezza del donatore”. “È uno specchio del successo o del fallimento, ed è generalmente più facile attribuire questo secondo al governo, anziché riflettere su cosa possiamo aver sbagliato noi”.
“Abbiamo accumulato quattro anni di errori”, ha detto lo stesso diplomatico, che teme una situazione irreversibile, e che preferisce rimanere anonimo. “Ricostruiremo davvero, o continueremo con il disarmo e con la lotta alla droga, come attività più visibili? Bisogna costruire scuole, ospedali, fabbriche, e dare alle persone la speranza che almeno i loro figli potranno vivere meglio”, ha affermato.
Davanti alla mancanza di un piano concreto per convertire la produzione di papavero, gli agricoltori si rivolgono ai talebani e ai “signori della droga” per proteggere la loro unica fonte di reddito.
Diversi concordano ora sul fatto che l’errore iniziale sia stato l’applicazione dell’Accordo di Bonn, firmato il 5 dicembre 2001. A quella firma è seguita una rapida successione di passi istituzionali che si sono conclusi con “elezioni libere e giuste”, che hanno confermato alla presidenza, nell’ottobre 2004, l’uomo scelto dagli Stati Uniti, Karzai, e portato all’elezione di un parlamento (settembre 2005).
La fretta non ha permesso la formazione di partiti politici, e per questo i “signori della guerra” abbondano alla guida dei ministeri e siedono negli scranni del parlamento.
“A Bonn hanno inventato una scatola senza pensare a cosa sarebbe accaduto al suo interno”, ha detto all’IPS, a Kabul, un parlamentare afgano che ha preferito anche lui restare anonimo. “Karzai è stata la prima scelta sbagliata; la seconda, indebolire il re, che invece avrebbe potuto giocare un ruolo di pacificatore”.
Esprimere un’opinione senza voler essere identificati è un altro segno dell’attuale clima di incertezza, nel quale tutti continuano a deliberare con tutti, cercando soluzioni che non possono essere compromesse da una qualche opinione controversa.
Non ha questo problema Shahir Zahine, ex combattente contro i sovietici, presidente di una organizzazione non governativa (Ong) afgana che dà lavoro a 1.500 persone, e di un gruppo che possiede gli unici due settimanali distribuiti in tutto il paese e di due radio, a Herat e a Kabul.
“L’accordo di Bonn è cartesiano. Questo paese non è la Bosnia, la Palestina o il Pakistan. Non ci sono modelli che possano essere applicati in modo meccanico”, ha detto. “Imporre alla nostra società un sistema chiamato democrazia occidentale, ha prodotto la maschera di una democrazia”.
Il portavoce dell’ex re dell’Afghanistan Zahir Shah, oggi “padre della patria”, si dice sorpreso per la mancanza di memoria degli occidentali. “Ci hanno studiato per 300 anni, e ciò non ha impedito loro di applicare una formula sbagliata”, ha detto Aziz Ahmad all’IPS.
Secondo lui, le radici sociali gerarchiche di una realtà tribale sono così importanti che solo il re poteva legittimare l’unità, “della quale è stato un simbolo impeccabile”. L’errore, ha precisato, potrebbe essere corretto, con un emendamento della costituzione che conceda a Zahir Shah il potere di esercitare quel ruolo.
Anche se potrebbe essere tardi, la proposta non è molto diversa da quella già avanzata da persone come Zahine, che suggeriva di dimenticare le elezioni presidenziali, rinnovare il mandato per cinque anni a Karzai, avere un “padre della patria” con funzioni reali e costruire, senza fretta, delle forze politiche rappresentative in grado di eliminare i “signori della guerra” e consentire negoziazioni dignitose con i poteri stranieri.
La guerra ad oltranza contro i talebani può essere una semplificazione destinata al fallimento, se non si fa spazio alla politica. “Gran parte dell’appoggio che ricevono non è per le loro idee, è solo un modo opportunistico di manifestare l’opposizione al governo”, ha detto un cooperante europeo che lavora in Afghanistan da 15 anni.
Su questo concorda Zahine. “Bisogna costruire, ricostruire e fare politica per risolvere i problemi reali: l’ingiustizia, la mancanza di istruzione, e di una corretta distribuzione”, ha detto, mettendo a fuoco la realtà di un paese che, secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, è una delle sei nazioni più povere al mondo.
“Karzai è un pashtun, ma viene considerato un traditore da due delle tribù che rappresentano il 70 per cento dell’etnia pashtun”, ha aggiunto. “Bisogna sedersi intorno a un tavolo, negoziare e distribuire potere. E accettare l’idea che se ci sarà una pace afgana, le truppe straniere non avranno niente da fare qui”.