NAIROBI, 22 luglio 2006 (IPS) – Una nota ottimistica sulle prospettive dei colloqui per porre fine alla guerra in Uganda del Nord è arrivata da Salva Kiir, vicepresidente del Sudan e capo di stato dell’autorità regionale nel Sudan meridionale, che ha il ruolo di mediatore nei dibattiti in corso.
Negli ultimi 19 anni, il Nord Uganda è stato devastato dagli scontri tra il governo e il Lord’s Resistance Army (LRA), l’Esercito di Liberazione del Signore, un gruppo di ribelli noto per le violazioni dei diritti umani, come i sequestri di bambini che vengono poi 'utilizzati' come soldati o schiavi del sesso. Secondo le Nazioni Unite, sarebbero oltre 20.000 i giovani reclutati con la forza dall’inizio del conflitto.
“Abbiamo parlato con entrambe le parti, che si sono impegnate a negoziare la pace. Ci aspettiamo una soluzione pacifica del conflitto entro la fine del periodo stabilito”, ha detto Kiir ai giornalisti lunedì scorso nella capitale keniana Nairobi, riferendosi alla scadenza del 12 settembre stabilita per un accordo di pace dal presidente ugandese Yoweri Museveni.
“Da quando (l’LRA) ha accettato di negoziare… ci aspettiamo che risponderà all’impegno assunto, per raggiungere una soluzione pacifica, e non militare”, ha aggiunto.
I colloqui si sono tenuti venerdì scorso nella capitale del Sudan meridionale Juba, e quasi subito sono emerse delle difficoltà, quando la delegazione governativa ha contestato una dichiarazione dell’LRA in cui si accusava Kampala di corruzione e di altre malefatte.
Ciononostante, Carlos Rodriguez, membro di un gruppo di leader religiosi venuti dal Nord Uganda per partecipare come osservatori ai colloqui, si è detto fiducioso sull’esito degli incontri.
“Almeno negli ultimi tre giorni le due parti si sono incontrate quotidianamente, discutendo faccia a faccia. Se continuano a parlarsi in questi termini, credo che ci siano buone prospettive di pace”, ha detto all’IPS.
“Non ci si può aspettare che dopo essersi combattuti per tanto tempo, ci si possa capire al primo incontro. Sì, ci sono delle tensioni, ma le due parti stanno parlando”.
E sembra esserci anche un’altra complicazione, nella promessa di amnistia avanzata da Museveni all’inizio di luglio nei confronti del leader dell’LRA Joseph Kony, a condizione di deporre le armi: l’amnistia contrasta infatti con un mandato di arresto per Kony e diverse figure di spicco tra i ribelli, emesso l’anno scorso dal Tribunale penale internazionale con sede in Olanda, che ha accusato i membri dell’LRA di crimini di guerra.
Sembra che negli ultimi mesi il gruppo di ribelli abbia stabilito delle basi anche nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, mentre operava già nel Sudan meridionale, al confine con l’Uganda.
Kiir ha riferito ai giornalisti che questo è stato un elemento chiave nella decisione del Sudan meridionale di mediare nel processo di pace.
“Siamo stati costretti (a farlo) perché è il nostro popolo che sta morendo. La guerra in Nord Uganda si è spostata nel Sudan meridionale, e tutte le atrocità che vengono commesse in Uganda dall’LRA vengono commesse (contro) il popolo del Sudan meridionale”, ha detto.
Ogni precedente tentativo di negoziato tra il governo e i ribelli è fallito. Nel perdurare della guerra civile, secondo le agenzie di aiuti, sono rimaste uccise decine di migliaia di persone e quasi due milioni sono state sfollate.
L’LRA accusa le autorità di emarginare la popolazione del Nord Uganda, e dice di voler istituire un governo in questo paese dell’Africa orientale basato sui 10 comandamenti della Bibbia.
Durante la conferenza stampa tenuta da Kiir sono stati evidenziati anche gli sviluppi della situazione in Darfur.
Questa regione del Sudan occidentale è rimasta impantanata nella guerra dall’inizio del 2003, quando l’Esercito di liberazione del Sudan (SLA) e il Movimento di giustizia e uguaglianza hanno cominciato ad opporsi al governo per protestare contro la presunta emarginazione della regione.
Le autorità sono state accusate di gravi violazioni dei diritti umani nella loro campagna contro i ribelli, e forti critiche sono state mosse in particolare contro i cosiddetti “janjaweed”, o “diavoli a cavallo”, miliziani arabi al soldo del governo centrale.
Mentre in Darfur sono stati dispiegati i peacekeeper dell’Unione Africana, numerosi sono stati gli appelli per portare nella regione una forza dell’Onu con maggiori risorse.
Il governo del Sudan era sembrato favorevole alla presenza di questa forza di pace, dopo aver firmato un accordo con la principale fazione dell’SLA, il maggiore gruppo ribelle del Darfur, in Nigeria circa due mesi fa. Ma poi ha inasprito la sua posizione.
Il leader del Sudan meridionale ha detto che non tutti erano favorevoli a un simile cambiamento.
“La nostra posizione era di mettersi seduti per decidere le dimensioni della forza, la sua missione e durata, come era già stato concordato. Ma il presidente (Omar Hassan Ahmed el-Bashir) ha rifiutato l’arrivo delle forze di pace dell’Onu. Ha detto che nessuna forza internazionale dovrà venire in Darfur”, ha osservato Kiir, in partenza per Washington, dove dovrebbe incontrarsi con i funzionari americani per parlare del Darfur, e dell’accordo di pace del gennaio 2005 che è poi sfociato in una lunga guerra civile nel Sudan meridionale.
David Mozersky, esperto del Sudan per l’International Crisis Group, un think-tank con sede a Bruxelles, crede che l’opposizione di Khartoum ad una forza dell’Onu derivi dai dubbi sull’affidabilità di chi si è reso responsabile delle violazioni dei diritti umani.
“Il governo teme che una presenza consistente dell’Onu in Darfur porterebbe all’arresto di uomini del governo che sono stati citati dal Tribunale penale internazionale per essere coinvolti nei crimini di guerra nella regione”.
Secondo i dati dell’Onu, le violenze in Darfur avrebbero provocato la morte di circa 200.000 persone, e sarebbero più di due milioni gli sfollati.