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BIRMANIA: Suu Kyi rifiuta l’offerta della giunta

BANGKOK, 1 Giugno 2006 (IPS) – Con il recente annuncio del prolungamento degli arresti domiciliari per Aung San Suu Kyi, leader in lotta per la democrazia, il regime militare della Birmania ha aggravato la disperazione politica nel paese.

Secondo l’unica fonte che conosce a fondo le procedure di Rangoon, le misure adottate dalla giunta per informare il premio nobel per la pace Suu Kyi del perpetrarsi della sua condizione di prigioniera politica sono state diverse dalla prassi usuale.

La fonte, dopo aver chiesto l’anonimato, dichiara che l’incontro, avvenuto venerdì scorso, “è stato più lungo del solito”. “In genere servivano pochi minuti perché gli ufficiali di polizia leggessero una comunicazione a Suu Kyi. Ma questa volta si è parlato più a lungo”.

Nei giorni passati, altri birmani con collegamenti all’interno del paese erano stati in grado di decifrare il messaggio inviato dalla giunta a Suu Kyi, leader del principale partito di opposizione, la Lega nazionale per la democrazia (NLD).

Secondo Thaung Htun, rappresentante della Coalizione di Governo per l’Unione della Birmania (NGCUB) – il governo birmano eletto democraticamente, oggi in esilio – ”Venerdì scorso, nella discussione con Aung San Suu Kyi, il Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo (SPDC, State Peace and Development Council) le ha offerto una libertà parziale come condizione per il suo rilascio”.

”L’SPDC vuole impedirle di viaggiare per il paese, visitare gli uffici dell’NLD e tornare alla politica attiva”, ha dichiarato Htun durante un’intervista. “L’SPDC non si sente sicuro della nuova ondata politica che si creerà dopo la sua liberazione. Non sono pronti per rilasciarla senza condizioni”.

Tuttavia, Suu Kyi non ha ceduto. “Non ha accettato le condizioni perché, dato il suo ruolo, non erano ragionevoli. È stata una sua decisione”, ha detto all’IPS Khin Omar, capo della Rete per la democrazia e lo sviluppo (Network for Democracy and Development), un gruppo di attivisti politici birmani in esilio.

Il Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo è il nome ufficiale del regime militare. L’attuale dittatura, che ha cambiato il nome del paese in Myanmar, rappresenta uno dei regimi militari che hanno governato con la forza in Birmania dopo il colpo di stato del 1962.

Nei giorni precedenti al 27 maggio, quando il periodo di detenzione di Suu Kyi stava per scadere, grandi erano le speranze che la donna venisse rilasciata, sia tra i birmani che vivono nel paese che tra coloro in esilio.

Tali aspettative sulla leader democratica, che sta diventando famosa come il sudafricano Nelson Mandela, erano cresciute dopo la recente visita di Ibrahim Gambari, al quale era stato concesso un incontro di un’ora in una residenza governativa di Rangoon. In due anni, era stato il primo contatto della sessantenne premio Nobel con un inviato Onu, o un visitatore straniero.

L’incontro di Gambari con la leader dell’NLD seguiva la richiesta personale fatta dal Segretario Generale dell’Onu Kofi Annan al generale maggiore Than Shwe, l’uomo forte della Birmania. “Colgo l’occasione per appellarmi al generale Than Shwe e al governo perché venga rilasciata”, ha detto Annan in una dichiarazione del 26 maggio durante una breve visita a Bangkok. “Conto su di lei, generale Than Shwe, perché faccia la cosa giusta”.

La settimana scorsa, Annan ha dichiarato il proprio disappunto per la decisione di prolungare gli arresti domiciliari a Suu Kyi. “Sono amareggiato perché il governo, riesaminando la sua detenzione, non ha deciso di scarcerarla. Continuerò a lavorare con i nostri collaboratori nella regione; come sapete, solo pochi di loro hanno rilasciato dichiarazioni in favore del rilascio”, è il commento di Annan riportato dai media.

Sono passati esattamente tre anni dall’inizio dell’attuale detenzione di Suu Kyi, dopo l’attacco del 30 maggio 2003 contro di lei e altri membri dell’NLD, da parte di criminali legati alla giunta. Gli attivisti stavano portando avanti una campagna politica nella Birmania del nord. La donna viene trattenuta in “detenzione preventiva“, secondo la legge introdotta nel paese nel 1875, quando la Birmania era una colonia britannica.

Suu Kyi ha trascorso più di 10 degli ultimi 17 anni agli arresti domiciliari, ma l’ultimo arresto, il terzo, è il peggiore, dato che la giunta ha tagliato tutti i suoi possibili contatti con il mondo esterno, a parte la sua villa sul lago a Rangoon. Anche le visite del medico personale sono ristrette a una ogni otto settimane.

Si prevede che la prolungata reclusione del simbolo della democrazia birmana aggiunga nuova pressione internazionale su un regime considerato alla stregua degli intoccabili dal governo Usa e dall’Unione Europea, e giudicato una responsabilità politica dai suoi vicini del sud-est asiatico. Washington ha condotto la campagna globale per imporre sanzioni alla Birmania e ha esercitato pressioni sulle Nazioni Unite per ispezioni in Birmania da parte del Consiglio di Sicurezza.

Il regime militare, che ha ostinatamente cercato di evitare la condanna dell’Onu, viene accusato di fermare la riforma politica rimanendo al potere con la forza. Gli vengono inoltre addebitate diverse violazioni dei diritti umani, tra cui il lavoro forzato, l’arruolamento obbligatorio dei bambini soldato, l’uso dello stupro come arma di guerra, attacchi alle comunità etniche del paese, l’arresto di più di 1.100 attivisti democratici e l’imposizione di una severa censura.

La legittimità della giunta è in dubbio da quando l’NLD si era assicurato una vittoria schiacciante alle elezioni del 1990, dove aveva conquistato 392 dei 485 seggi parlamentari. Rangoon ha rifiutato di riconoscere l’NCGUB, governo formatosi dopo quel trionfo. Il Partito di unità nazionale (NUP), che in quel confronto rappresentava la giunta, si era assicurato solo 10 seggi.

La settimana scorsa, il ministro degli esteri birmano Nyan Win, a margine di un meeting del Movimento dei non allineati riuniti in Malesia, ha detto ai giornalisti che la questione di Suu Kyi è un affare interno. “Non è un problema internazionale”, è la sua dichiarazione riportata dai media.

Un simile atteggiamento, con l’aumento dei segnali secondo i quali l’SPDC intende emarginare Suu Kyi e l’NLD, si aggiunge alle preoccupazioni che la vita di questa icona della democrazia possa essere in pericolo una volta liberata. Il timore nasce dal crescente potere e visibilità che l’SPDC sta concedendo all’Associazione per l’unione, lo sviluppo e la solidarietà (USDA), descritta da alcuni come la faccia politica del regime e da altri come milizia civile. I membri dell’USDA, di fatto, erano coinvolti nell’attacco a Suu Kyi del maggio 2003.

”Siamo preoccupati per la sicurezza di Suu Kyi”, sostiene Khin Omar, attivista politico. L’SPDC avrà un piano di riserva per tenerla a bada anche dopo la liberazione”.