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SVILUPPO: Il grande business a scuola di riforma

NAZIONI UNITE, 14 Maggio 2006 (IPS) – Dopo aver cercato di vigilare sul comportamento sociale delle grandi imprese, le Nazioni Unite decantano ora alcune delle esperienze di successo, anche se limitate, di paesi come Canada, Gran Bretagna, Brasile, Ghana, Nigeria, Kenya, Francia e Olanda.

In Canada, banche e istituzioni finanziarie con oltre un miliardo di dollari di capitale netto devono produrre dichiarazioni pubbliche di responsabilità sul proprio contributo all’economia e alla società del paese.

In Nigeria, le imprese petrolifere e del gas devono contribuire con circa il tre per cento dei loro introiti annui alla Commissione per lo sviluppo del Delta del Niger, mentre, per il governo britannico, i fondi pensione devono dichiarare come intendono affrontare i fattori sociali, ambientali ed etici nelle loro decisioni sugli investimenti.

Il Dipartimento degli affari economici e sociali delle Nazioni Unite (UN/DESA), in un rapporto intitolato “Tendenze dello sviluppo sostenibile”, pubblicato in coincidenza con l’attuale sessione della Commissione Onu sullo sviluppo sostenibile (UNCSD, composta di 53 membri), cita diversi esempi di “responsabilità sociale delle imprese”.

“La domanda pubblica di migliorare le condizioni di lavoro e la responsabilità ambientale nei sistemi di produzione globale, sta influenzando le politiche dei governi”, sottolinea il documento.

In Francia, il governo ha stabilito che le imprese di interesse pubblico debbano includere nei loro rapporti annuali informazioni verificabili sulle loro prestazioni sociali e ambientali, mentre le imprese brasiliane che intraprendono volontariamente pratiche di governance aziendale al di là dei vincoli previsti ottengono una quotazione speciale nella borsa valori di San Paolo.

Ma vigilare sulla responsabilità sociale delle imprese sta diventando sempre più difficile, a causa dell’outsourcing e della globalizzazione.

“La globalizzazione della rete di produzione significa che le multinazionali ricevono sempre di più i loro prodotti e servizi da altri paesi, rendendo più difficile regolamentare le attività delle grandi imprese mediante meccanismi legali e regolatori nazionali di un singolo paese”, si legge nello studio.

Le Nazioni Unite vigilano sul comportamento sociale delle imprese mediante il “Global Compact”, stabilito nel 2000. Definito come “una delle maggiori iniziative al mondo sulla responsabilità sociale delle imprese”, il Global Compact comprende oltre 2.300 imprese di tutto il mondo. Aderendo al progetto, le imprese si impegnano ad osservare 10 principi universali su diritti umani, determinati standard di lavoro, e il rispetto di pratiche per l’ambiente e contro la corruzione.

La sessione dell’UNCSD, durata due settimane, si è occupata prevalentemente di sviluppo sostenibile, sviluppo industriale, inquinamento e cambio climatico. Una “giornata degli affari e dell’industria” è stata dedicata alla dimostrazione delle migliori prassi nel campo degli affari e dell’industria.

“L’industrializzazione non può contribuire stabilmente allo sviluppo, se continua a pregiudicare il cambiamento climatico e l’inquinamento dell’aria”, ha detto ai delegati José Antonio Ocampo, vicesegretario generale dell’Onu per gli affari economici e sociali.

Ocampo ha poi dichiarato che “la storia ha ribaltato l’idea che le questioni ambientali possano essere rimandate oltre, nel corso del processo di sviluppo”.

“Crescita economica, sviluppo sociale e tutela ambientale, in quanto pilastri di sostegno reciproco e interdipendenti, devono essere considerati insieme in modo integrato”, ha aggiunto.

Patti Lynn, coordinatrice della Corporate Accountability International, lamenta che le Nazioni Unite non sono riuscite a dare priorità a uno dei principali temi sociali e ambientali a livello mondiale: il diritto all’acqua.

Così, i giganti delle multinazionali operano in tutto il mondo senza eccessivi limiti al loro potere e senza standard forti e vincolanti a tutela dei consumatori.

“Le Nazioni Unite prevedono che due persone su tre non avranno un accesso sufficiente all’acqua entro il 2015. Nella misura in cui la comunità internazionale deve affrontare questa crisi globale dell’acqua, la Commissione Onu sullo sviluppo sostenibile avrà un ruolo importante nell’assicurare il diritto all’acqua e l’accesso ad essa negli anni a venire”, ha detto Lynn all’IPS.

L’Onu riconosce che “l’acqua è cruciale per lo sviluppo sostenibile, per la tutela del nostro ambiente naturale e nell’alleviare la povertà e la fame”.

Lynn ha ricordato gli obiettivi specifici definiti dall'Onu di dimezzare il numero di persone senza accesso all’acqua potabile o ai servizi sanitari di base entro il 2015, come anche di porre fine allo sfruttamento non sostenibile delle fonti idriche.

Così come il trattato internazionale sul tabacco – ufficialmente noto come Convenzione quadro per il controllo del tabacco dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) – protegge le politiche sulla salute pubblica dalle interferenze di multinazionali del tabacco come Philip Morris/Altria, ha proseguito la coordinatrice, l’UNCSD deve contribuire a proteggere le politiche sull’acqua dall’intromissione delle grandi imprese che cercano di trarre profitti dalla gestione dell'acqua.

“Possono esserci forti conflitti d’interesse tra i profitti dell’industria dell’acqua e la salute dei cittadini”, ha detto Lynn, aggiungendo che multinazionali come Coke e Suez sono partner eminenti nei progetti di sviluppo sostenibile dell’Onu.

Visti i possibili conflitti d’interesse di queste corporation, prosegue l’esperta, queste partnership col settore privato possono essere molto pericolose.

Lynn ha poi sottolineato che l’acqua è un diritto umano fondamentale – non una merce che può essere comprata e venduta – e che la fornitura d’acqua non è un servizio da vendere al miglior offerente.

“È rischioso invitare le grandi imprese al tavolo dei negoziati senza aver prima definito l’inviolabilità di questi concetti con delle leggi internazionali vincolanti. Il mondo deve guardare avanti munito di strumenti legali internazionali che tutelino il diritto e l’accesso delle persone all’acqua”, ha dichiarato Lynn.

Walter Hook, direttore esecutivo dell’Istituto per le politiche dei trasporti e dello sviluppo, deplora l’assenza di tecnologie energetiche efficaci nel campo dei trasporti.

Secondo lui, il veicolo a energia più efficiente è sempre stato il corpo umano, e qualsiasi cosa funzionasse grazie all'energia umana era la più efficace.

Così, la promozione di una tecnologia efficace dovrebbe partire dal camminare, ha detto Hook. Anche la bicicletta è sempre stata molto efficace dal punto di vista energetico: nessun problema per il mondo sviluppato, come in Asia e America Latina, ma in Africa mancava una fornitura di biciclette e di imprese che la sostenessero.

“L’industria mondiale delle automobili ha visto l’Africa come un potenziale mercato”, ha detto Hook, “ma quella delle biciclette sembrava non aver capito che 800 milioni di persone non avrebbero mai potuto permettersi un veicolo a motore, e che, perciò, poteva esserci una fetta di mercato per le biciclette”.

In India, ha osservato il funzionario, “circolavano 300.000 biciclette”, non si produceva inquinamento ma moltissimi posti di lavoro.

Secondo Hook, le tecnologie più efficaci a livello energetico sono quelle che trasportano molte persone, in particolare gli autobus, tranne quando rimangono intrappolati nel traffico prodotto dai veicoli per una singola persona.

Dare la precedenza agli autobus è forse la misura più importante che paesi sviluppati e in via di sviluppo dovrebbero adottare, ha concluso.