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BRASILE: Il Brasile incoraggia la biodiversità

CURITIBA, Brasile, 17 marzo 2006 (IPS) – Nella presidenza della VIII Conferenza delle parti della Convenzione sulla diversità biologica (COP-8), fermare la perdita della biodiversità e stabilire un regime internazionale di accesso alle risorse genetiche saranno le due priorità del Brasile, ha segnalato all’IPS Marina Silva, ministro dell’ambiente brasiliano.

“Il nostro incarico è la realizzazione; ci sono già moltissimi accordi internazionali, che hanno bisogno di essere tradotti in azioni concrete”, ha detto il ministro, che presiederà la COP-8 (Curitiba, 20-31 marzo).

“Nei prossimi due anni lavoreremo affinché il regime internazionale abbia carattere vincolante e obbligatorio e non venga inteso come qualcosa che serve a favorire l’accesso, ma piuttosto a mettere in atto la protezione, l’uso sostenibile e la ripartizione dei benefici”, ha spiegato.

L’adozione di un regime di accesso e di ripartizione equa dei benefici della ricchezza biologica è un aspetto chiave per raggiungere entro il 2010 l’obiettivo centrale della Convenzione: fermare l’allarmante perdita di diversità dell’habitat e delle specie animali e vegetali.

Il Brasile conta già sull’appoggio della Spagna per ottenere l’adesione dell’Unione europea (Ue), e durante la COP-8 intende intensificare i rapporti politici con i 17 paesi “megadiversi” (di grande diversità biologica), ha osservato Silva.

Sempre durante la conferenza, il Brasile annuncerà un progetto di legge nazionale per regolare l’accesso alla biodiversità, che garantisca i diritti delle comunità locali.

Il ministro non ha partecipato al primo giorno di incontri della terza Riunione delle parti del Protocollo di Cartagena sulla sicurezza nella biotecnologia (MOP-3), all’inizio della settimana a Curitiba, ma ha comunicato a San Paolo l’auspicio di una definizione da parte del suo paese dell’identificazione dei carichi di prodotti transgenici (OVM, organismi vivi modificati) nel trasporto e commercio internazionale.

Il Protocollo, in vigore dal settembre 2003, è un accordo sussidiario della Convenzione, inteso a proteggere la diversità biologica dai potenziali rischi degli organismi vivi modificati dalla moderna biotecnologia.

Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha ricomposto i dissensi interni al suo consiglio, approvando la decisione di specificare sull’etichettatura “contiene OVM”, invece di “può contenere”, definizione che aveva sostenuto nell’incontro internazionale di nove mesi fa a Montreal.

Brasilia intende negoziare con Curitiba una fase di transizione di quattro anni, per permettere ai paesi e alle imprese di istituire un sistema di identificazione e separazione dei prodotti transgenici. Durante questo periodo, verrebbe applicata la definizione “può contenere”, oltre a un elenco dei procedimenti di trasformazione genetica approvati nel paese esportatore.

Al termine del periodo di adattamento, tutto il trasporto transfrontaliero degli OVM dovrebbe essere identificato in modo chiaro, con informazioni precise sulle modificazioni genetiche.

Il Brasile ha deciso per il periodo di transizione, “per via degli investimenti necessari nella logistica e nella certificazione del sistema, a garanzia dell’identificazione”, come precisa una nota divulgata dal Ministero dell’ambiente.

Il ministro ha spiegato che la posizione del Brasile aiuta a superare il principale ostacolo nei negoziati del Protocollo di Cartagena: “Lasciando che i paesi creino gradualmente le condizioni interne per l’etichettatura dei prodotti transgenici. Questa settimana dovremo partire con i negoziati e fare qualche passo avanti”.

La decisione non è piaciuta ai rappresentanti dell’agribusiness. “La proposta del governo brasiliano ci sembra frustrante, e peserà molto sull’agricoltura, visto che dovremo disgiungere i prodotti dalla loro origine”, ha lamentato all’IPS Carlo Lovatelli, presidente dell’Associazione brasiliana delle industrie di oli vegetali.

Prima della conclusione della MOP-3 potranno esserci delle novità. “Abbiamo saputo che alcuni paesi latinoamericani, come Messico, Colombia, Paraguay, Perù e Nicaragua, potrebbero scegliere la dicitura ‘può contenere’, prima preferita dal Brasile”, ha detto.

Nell’incontro della MOP-3, l’impresario ha diffuso uno studio economico secondo cui l’etichettatura dei transgenici alzerebbe i costi della produzione di soia dell’8-9 per cento. “Se il Brasile manterrà la sua posizione, dovremo chiedere un aiuto finanziario al governo per adeguarci al Protocollo”, ha aggiunto Lovatelli.

La soia è la principale coltivazione transgenica in Brasile e in diversi paesi sudamericani.

Gli ambientalisti approvano l’invito rivolto da Lula ai negoziatori brasiliani perché sostengano l’espressione “contiene OVM”, ma respingono la proposta di quattro anni di adeguamento, sostenendo che durante questo periodo si verificherebbero molti incidenti di contaminazione da transgenici.

“L’agribusiness ha già avuto a disposizione un periodo di sei anni per adattarsi al Protocollo di Cartagena, approvato nel 2000. Quattro anni è un tempo più che accettabile. Negli ultimi sei anni ci sono state contaminazioni in decine di paesi. L’agribusiness si adatta alle nuove norme quando vuole”, ha fatto notare all’IPS Marijane Lisboa, rappresentante della Associazione di agricoltura organica e docente dell’Università cattolica di San Paolo.

Le dichiarazioni dei diplomatici di Messico, Nicaragua e Perù, vicini alle posizioni ora abbandonate dal Brasile, lasciano perplessi gli ambientalisti della MOP-3.

“Tutti questi paesi hanno avuto casi di contaminazione da transgenici, o hanno ricevuto alimenti dagli Stati Uniti contenenti mais transgenico non identificato. È strano che in questo caso non difendano l’interesse delle loro popolazioni, visto che si sono dimostrati incapaci di identificare i prodotti transgenici”, ha osservato Lisboa, ex attivista dell’organizzazione ecologista Greenpeace ed ex segretario per la qualità ambientale del Ministero dell’ambiente brasiliano nel 2003 e 2004.

Per essere coerente con la sua nuova posizione, Brasilia dovrebbe avviare delle indagini sul perché le industrie agropecuarie non si adeguano all’etichetattura degli alimenti transgenici secondo quanto stabilito dalla legislazione nazionale, ha suggerito, all’inaugurazione del Forum globale della società civile, parallelo alla MOP-3, Joao Pedro Stédile, uno dei coordinatori del Movimento dei lavoratori rurali Sem Terra, a nome della rete internazionale Via Campesina.

Un migliaio di attivisti di Via Campesina hanno occupato martedì scorso gli impianti della filiale nazionale della multinazionale svizzera Syngenta a Santa Teresa de Oeste, a 550 chilometri da Curitiba, per chiedere l’interdizione degli esperimenti illegali con i transgenici in un luogo vietato, perché troppo vicino al Parco nazionale di Iguaçú, un’area dichiarata protetta dalle autorità ambientali.