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POLITICA: Le donne contro la guerra fanno il giro del mondo

NEW YORK, 29 gennaio 2006 (IPS) – Eminenti scrittrici, artiste, parlamentari donne e attiviste sociali degli Stati Uniti stanno cercando di raggiungere le donne di tutto il mondo per dare forma a un’alleanza globale contro la guerra guidata dagli Usa in Iraq.

Un gruppo di donne con sede negli Usa ha lanciato una campagna globale per raccogliere 100.000 firme entro l’8 marzo, Giornata internazionale della donna, data in cui la petizione sarà recapitata alla Casa Bianca e alle ambasciate Usa di tutto il mondo.

”Stiamo dando voce a un coro femminile globale che grida, ‘È troppo!’”, ha dichiarato Medea Benjamin, cofondatrice di CODEPINK: Women for Peace, un gruppo in difesa dei diritti con sede in California, che ha lanciato la campagna globale dal titolo “Le donne dicono NO alla guerra”. ”L’amministrazione sta cercando di sottrarsi alla responsabilità (della guerra), ma non permetteremo che ciò accada”, ha detto all’IPS Jodie Evans di CODEPINK. “Questa campagna è eccezionale, riunisce migliaia di donne in tutto il mondo, creando qualcosa che noi non possiamo nemmeno vedere”.

Descrivendo come “schiacciante” la risposta iniziale all’appello del gruppo, Benjamin ha dichiarato che più di 200 donne di alto profilo in vari campi hanno appoggiato la campagna anche prima che venisse formalmente lanciata all’inizio del mese.

Tra le firmatarie ci sono popolari attrici, come Susan Sarandon, la drammaturga Eve Ensler, l’attrice comica Margaret Cho, e scrittrici come Alice Walkers, Anne Lamott, Maxine Hong Kingston e Barbara Ehrenreich.

”Noi, donne di Stati Uniti, Iraq, e di tutto il mondo, ne abbiamo abbastanza della guerra insensata in Iraq e del crudele attacco ai civili in tutto il mondo”, si legge nell’appello. “Abbiamo seppellito molti dei nostri amati e visto troppe vite mutilate per sempre….”.

”Questo non è il mondo che vogliamo per noi e per i nostri figli”, prosegue. “Con il fuoco nello stomaco e l’amore nel cuore, noi donne ci alziamo in piedi – aldilà dei confini—per unirci e chiedere la fine dello spargimento di sangue e della distruzione”.

Cindy Sheehan, il cui figlio Casey è stato ucciso combattendo in Iraq, e che ha successivamente digiunato – senza successo – vicino al ranch del presidente Bush in Texas per chiedere un incontro faccia a faccia, attirando l’attenzione dei media, è stata una delle prime firmatarie della campagna.

”Il dolore provocato da questa guerra in tutto il mondo è inimmaginabile”, riporta una dichiarazione di Sheehan. “Ho incontrato altre donne pronte a riunirsi per porre fine a questa follia”.

Sollecitando un cambiamento di strategia degli Usa in Iraq, “da un modello militare a un modello di risoluzione del conflitto”, gli organizzatori chiedono il ritiro di tutte le truppe straniere dall’Iraq, e ampia rappresentanza femminile nel processo di pace di quel paese.

”Oggi le donne irachene sono devastate. Ci vorranno decenni di lotta per ritornare a una vita pacifica e civile”, ha dichiarato Yanar Mohammed, firmataria della campagna e presidente dell’Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq.

”L’occupazione Usa ha gettato i semi di una divisione etno-settaria, preparando l’Iraq a una guerra civile, e ha consacrato la supremazia religiosa sopra e contro i diritti umani e delle donne”, ha aggiunto l’attivista in una dichiarazione.

Dall’invasione dell’Iraq da parte delle forze di coalizione guidate dagli Usa, hanno perso la vita decine di migliaia di innocenti civili iracheni, comprese donne e bambini. Gli oppositori denunciano che, malgrado la protesta di influenti gruppi per i diritti umani, come Amnesty International, con sede nel Regno Unito, e la statunitense Human Rights Watch, l’esercito americano continua a eludere la responsabilità di tenere un registro delle perdite civili. Tuttavia, un sondaggio indipendente condotto dal giornale medico britannico “The Lancet”, ha concluso lo scorso anno che almeno 100.000 civili erano già morti in Iraq a causa della guerra.

Alcuni gruppi umanitari che lavorano vicino al governo Usa hanno iniziato a chiedere al Pentagono di pagare un indennizzo alle famiglie di caduti sotto i bombardamenti aerei americani in Iraq.

”Abbiamo la responsabilità di aiutare le vittime e i loro congiunti”, ha dichiarato Sarah Holewinsky, direttrice della Campagna per le vittime innocenti nei conflitti (CIVIC) con sede a Washington, gruppo fondato da Maria Rouzicka, uccisa in un attacco suicida in Iraq mentre aiutava le vittime civili della guerra in quel paese.

Tuttavia, malgrado il rifiuto dell’amministrazione di decidere una scadenza per il ritiro, una maggioranza della popolazione Usa è diventata contraria alla guerra, e molti ex-generali dell’esercito Usa e parlamentari precedentemente favorevoli al conflitto chiedono oggi a gran voce una strategia concreta di uscita.

Recenti sondaggi d’opinione mostrano anche un continuo calo della popolarità del presidente Bush, che ha cercato di sostenere la propria immagine di “presidente di guerra“. Nel frattempo, prospera ogni giorno la campagna globale delle donne contro il conflitto. A una settimana dall’inizio, il numero di firme sul web era già salito a 21.326.