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POLITICA: Allarme Onu sul fallimento degli accordi di pace

NAZIONI UNITE, 1 agosto 2005 (IPS) – Mentre centinaia di pacifisti e rappresentanti della società civile erano riuniti all’Onu in una conferenza di tre giorni per la presentazione della nuova agenda per la prevenzione dei conflitti, cresceva lo scetticismo sulla durata degli accordi di pace firmati in situazioni post-guerra.

”La recente esperienza dimostra che circa metà dei paesi che escono dalla guerra ricadono nella violenza dopo cinque anni”, ha detto il Segretario generale dell’Onu Kofi Annan ad una conferenza mondiale degli attivisti della società civile provenienti da più di 118 paesi.

”La tragiche conseguenze sono state fin troppo evidenti”, ha dichiarato, riportando i successi – e i successivi fallimenti – degli accordi di pace in Angola, Repubblica democratica del Congo, Haiti, Liberia e Rwanda. ”Se gli accordi di pace fossero stati definitivi almeno in due di quei paesi straziati dalla guerra – Angola e Rwanda – avremmo evitato milioni di morti”, ha dichiarato.

Due settimane fa, Annan ha accolto l’ultimo accordo di pace raggiunto in linea di principio tra il governo dell’Indonesia e il Movimento per Aceh libera, in lotta per l’indipendenza di quella provincia devastata dallo tsunami nel dicembre scorso.

Dopo 30 anni di conflitto, si prevede che l’accordo proposto porti la pace nella provincia indonesiana. Annan ha detto di aspettare la firma del Memorandum di intesa (MoU, Memorandum of Understanding) il 15 agosto, ”sperando che questa svolta preannunci un futuro nuovo e più luminoso per la popolazione di Aceh.”

I 25 membri dell’Unione Europea (Ue) e i 10 paesi dell’ Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN, Association of South East Asian Nations) hanno offerto congiuntamente un team per la supervisione del cessate il fuoco, una volta che il MoU sarà stato firmato.

Annan ha chiesto alle organizzazioni della società civile ”di difendere gli accordi di pace appoggiati dall’Onu, assicurandosi che non falliscano per arrendersi alla rinnovata violenza”.

La conferenza di tre giorni della società civile conclusasi giovedì scorso, è stata organizzata dall’Alleanza mondiale per la prevenzione dei conflitti armati (GPPAC, Global Partnership for the Prevention of Armed Conflict), in collaborazione con il Dipartimento per gli affari politici dell’Onu.

L’incontro voleva rappresentare il culmine di un processo di tre anni iniziato nel 2002, quando Annan incoraggiò la società civile e le organizzazioni non governative (Ong) a incontrarsi e a definire la loro posizione collettiva sulla prevenzione dei conflitti.

L’obiettivo principale della riunione era incoraggiare i governi e le organizzazioni internazionali a lavorare a più stretto contatto con la società civile nelle zone di guerra.

”Le organizzazioni della società civile sono più efficaci quando lavorano insieme, il lavoro di rete è una delle nostre più grandi forze”, riporta una dichiarazione del GPPAC. ”Noi, i costruttori di pace della società civile provenienti da tutto il mondo, chiediamo che l’approccio al conflitto cambi in modo profondo e sostanziale”, prosegue. “Le guerre stanno uccidendo i nostri bambini, distruggendo le comunità, prosciugando le nostre risorse e minando la nostra capacità di affrontare le tante sfide dello sviluppo”. ”Per la popolazione mondiale, è arrivato il momento di unirsi per prevenire i conflitti violenti. La società civile sarà un partner volontario indispensabile in questa impresa storica”, ha aggiunto il GPPAC.

Annan ha dichiarato che “ovviamente, i nostri risultati nella prevenzione (dei conflitti) sono differenziati”. Per impedire le guerre tra gli stati, ha proseguito, i segretari generali Onu hanno sfruttato l’unicità del loro ruolo, malgrado le risorse limitate.

”Ciononostante, sappiamo tutti che le Nazioni Unite hanno un primato irregolare nella prevenzione dei conflitti interni”, ha aggiunto. La società civile deve “collaborare per disinnescare le guerre potenziali”. ”Come vuole l’esperienza, sarete più efficaci se vi coordinerete con gli attori bilaterali e inter-governativi – e l’uno con l’altro”, ha proseguito.

Il segretario generale ha manifestato il suo appoggio alla proposta di creare una Commissione per la costruzione della pace, con il compito di “consigliare e promuovere strategie inclusive” e aiutare a evitare conflitti futuri.

La creazione della Commissione è stato uno degli obiettivi chiave del comitato Onu di alto livello su “Minacce, sfide e cambiamenti”, presieduto da un ex primo ministro tailandese.

Secondo una relazione diffusa dal comitato, la proposta di una Commissione è finalizzata a colmare “una lacuna istituzionale nel sistema delle Nazioni Unite, per sostenere paesi in transizione dalla guerra verso una pace duratura, nella veste di organo coordinatore centrale delle Nazioni Unite”.

Mentre il comitato di alto livello ha raccomandato che la Commissione sia un corpo ausiliario del Consiglio di sicurezza, conformemente all’articolo 29 della Carta dell’Onu, Annan ha insistito sulla parità della Commissione sia con il Consiglio di sicurezza che con il Consiglio economico e sociale dell’Onu (ECOSOC).

Il GPPAC, che sostiene la creazione del nuovo ente, afferma che molti conflitti hanno radice nelle disuguaglianze sociali ed economiche e nell’accesso imparziale al potere e alle risorse. E prosegue: ”Lo sviluppo inizia dando forza agli individui e alle comunità. I governi e la comunità internazionale devono fare di più per affrontare le cause strutturali della povertà, i bisogni specifici dei gruppi emarginati e gli approcci dipendenti dal conflitto fondamentali per lo sviluppo. Donne, giovani e minoranze devono avere più potere per partecipare alle decisioni che li riguardano”.

Annan, d’accordo con questa visione, si è rivolto ai delegati delle Ong: “Dobbiamo accettare lo sviluppo come fondamento indispensabile dei nostri sforzi a prevenire gli scontri violenti. Senza di esso, agli stati mancherà la capacità di esercitare la propria sovranità in maniera responsabile, per liberarsi delle impalcature tipiche del conflitto e costruire una pace sostenibile”.