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RIFUGIATI-KENYA: Contraccettivi: necessari e disprezzati

NAIROBI, 24 giugno 2005 (IPS) – Mentre la comunità internazionale prepara la Giornata mondiale dei rifugiati, il racconto di una donna somala che ha aiutato altre rifugiate a interrompere la gravidanza mette in luce l’insufficiente cura della salute riproduttiva nei campi profughi.

Mariam (nome di fantasia) ha praticato aborti clandestini su donne giovani e adulte nel campo di Dadaab, nel Kenya settentrionale, dove ha vissuto dal 1992 al 1998.

”Non mi piaceva farlo, ma venivano da me in lacrime, alcune mi raccontavano di avere già dieci bambini o più, e che non avrebbero potuto occuparsi di un altro”, ha raccontato all’IPS. “Una donna ha anche minacciato che se avessi rifiutato, si sarebbe impiccata nella mia baracca”.

In totale, Mariam ha messo in pratica più di 20 procedure, quasi sempre gratuite.

”Per portare a termine il lavoro, utilizzavo arnesi in legno, tondini di ferro – anche ganci, o altro. Alcune gravidanze erano già di quattro mesi, talvolta la situazione era difficile, ma fortunatamente nessuna donna è morta”. Mariam ha lasciato il campo all’inizio del 1999 per andare nella capitale, Nairobi, dove attualmente lavora come venditrice ambulante.

Secondo le statistiche diffuse il mese scorso dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR), Dadaab ospita più di 140.000 profughi, di cui circa 69.000 sono donne.

L’assistenza umanitaria in questo e in altri campi è chiaramente concentrata su cibo, acqua, alloggio e misure igieniche. Nella lotta per la vita, il bisogno femminile di contraccezione può passare in secondo piano – nonostante in quel contesto le donne siano più esposte ad abuso sessuale e malattia, e a gravidanze indesiderate.

Florence Machio, coordinatrice di Africa Woman Communications, servizio di informazione della regione che difende i diritti delle donne, sostiene che le rifugiate avrebbero bisogno di ricevere un “kit completo per la salute riproduttiva”, dotato di contraccettivi per prevenire le gravidanze indesiderate, spesso subite da donne con difficoltà insormontabili.

”Per le donne in stato interessante, le cure prenatali insufficienti e talvolta inesistenti, e la scarsa assistenza al parto costituiscono senza dubbio una minaccia alla vita”, osserva Machio.

In Africa, il grande numero di profughi (secondo gli ultimi dati dell’UNHCR, più di 4,2 milioni) conferma l’importanza di rispondere ai bisogni delle rifugiate, in modo che il continente possa raggiungere il quinto Obiettivo di sviluppo del Millennio (MDG), secondo il quale la mortalità materna deve essere ridotta di tre quarti entro il 2015.

Gli otto MDG sono stati sanciti dai leader mondiali al Vertice delle Nazioni Unite sul Millennio, nel tentativo di vincere il sottosviluppo. Gli altri obiettivi riguardano fame, povertà, istruzione e sostenibilità ambientale.

Come sottolinea Abraham Wol, 20 anni, la campagna per favorire l’uso dei contraccettivi nei campi profughi riguarda anche gli uomini. Il giovane ha vissuto per sette anni fino al 1999 nel campo profughi di Kakuma, nel Kenya nord-occidentale, vicino al confine con il Sudan, sua terra natale. L’UNHCR stima che la popolazione di Kakuma superi le 90.000 persone. Le donne sono circa 37.000, meno della metà dei rifugiati nel campo.

”Quando ho lasciato Kakuma, avevano già iniziato a distribuire i preservativi… Ce ne davano cinque ogni mese o ogni due mesi. Sicuramente non erano sufficienti”, afferma Wol.

Oggi lavora per la GTZ (Deutsche Gesellschaft für Technische Zusammenarbeit, Società tedesca per la cooperazione tecnica), un’agenzia di sviluppo del governo tedesco, che offre anche servizi alla Banca mondiale e ad altri organismi.

Parlando con l’IPS nell’ufficio della GTZ di Nairobi, Wol ha sottolineato che la distribuzione dei preservativi avrebbe dovuto essere accompagnata da azioni formative, facendo osservare che ”i profilattici vengono consegnati, ma gli uomini non sanno usarli, e li buttano via. Per questo è indispensabile che qualcuno dica loro perché vengono distribuiti, spiegando per prima cosa come si dovrebbero usare”.

Se si trattano concetti moderni che si scontrano con la tradizione, come il controllo delle nascite, il messaggio dovrà probabilmente essere ripetuto diverse volte prima che attecchisca.

”Quando ai rifugiati vengono illustrati i vantaggi della pianificazione familiare, molti si oppongono. Dicono di essere fuggiti dalla guerra perché hanno perso i loro figli, e che ora vogliono sostituirli”, racconta il Dr. Burton Wagacha, coordinatore medico della GTZ per l’assistenza ai profughi di Dadaab.

”Per questi rifugiati, il numero di figli è davvero importante”.

Parole analoghe ci vengono riferite da Firdoso Salad Aden, rifugiata somala che vive a Dadaab dal 1998. A 21 anni, è già madre di quattro bambini.

”Non credo nei metodi di pianificazione familiare, e nemmeno mio marito ci crede. Lui non usa neanche i preservativi. Questi bambini non sono stati programmati, e ne arriveranno altri”, ha detto all’IPS.

Ma sulle idee contrastanti di pianificazione familiare e controllo delle nascite si aggira lo spettro dell’Aids. In un’intervista all’IPS, Wagacha ha dichiarato che il tasso di prevalenza dell’Hiv tra i profughi di Dadaab è decisamente in crescita. Nel 2002, era tra lo 0,5 e lo 0,7 per cento; nell’aprile del 2005, è arrivato tra lo 0,8 e l’1,1 per cento.

Come i rifugiati iniziano a comprendere, presto la decisione se usare o no quei rari preservativi potrebbe riguardare meno la prevenzione delle gravidanze indesiderate, molto di più la prevenzione di morti premature.