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IMPATTO TSUNAMI: Il ruolo delle comunità è cruciale per mitigare i disastri

BANGKOK, 1 aprile 2005 (IPS) – Benché scienza e tecnologia offrano puntuali sistemi di segnalazione per individuare tsunami mortali, i paesi bagnati dall’Oceano Indiano stanno imparando in fretta il ruolo cruciale che possono avere le comunità pubbliche e locali per salvare delle vite umane.

Questo è ciò che è emerso nella regione lo scorso lunedì notte, quando un violento terremoto sottomarino ha scosso la costa dell’isola indonesiana di Sumatra.

Nel giro di pochi minuti, mentre nei paesi del bacino dell’Oceano Indiano si diffondeva la notizia del sisma, una rete di funzionari e dirigenti pubblici locali veniva mobilitata per evacuare le popolazioni lungo le aree costiere, possibili vittime di un devastante tsunami.

Nella Tailandia del sud, ad esempio, civili, esercito e polizia si sono precipitati a svegliare gli abitanti per condurli in un’area più sicura. “Abbiamo fatto tutto entro mezz’ora dal segnale di allarme”, ha dichiarato ai giornalisti Suvit Yodmani, direttore esecutivo dell’Asian Disaster Preparedness Centre (ADPC), con sede a Bangkok.

“Le aree sono state evacuate bussando alla porta di ogni casa”, ha aggiunto. “La comunicazione usata per trasmettere il messaggio non è stata caotica”.

Nello Sri Lanka, gruppi religiosi, capi comunitari e polizia erano in prima linea nel coordinare le misure di evacuazione, non appena il governo ha dato l’allarme del possibile tsunami che avrebbe colpito la costa orientale del paese. “I templi hanno suonato le campane, le reti dei villaggi sono entrate in azione e anche la polizia è passata casa per casa per far uscire le persone”, ha detto all’IPS un diplomatico del paese.

Anche le regioni costiere di India meridionale, Malesia occidentale e provincia indonesiana del nord di Aceh – la regione più colpita dallo tsunami dello scorso dicembre, che ha causato circa 290.000 vittime – hanno assistito agli sforzi della comunità per l’allerta tsunami della scorsa notte.

Ma il mare, questa volta, non si è sollevato come lo scorso dicembre, dopo una scossa sottomarina a largo della costa di Sumatra, anche se il sisma di lunedì scorso è stato della stessa intensità – 8,7 di magnitudo – di quello registrato tre mesi prima, di 9.0 gradi della scala Richter.

L’incredibile tributo di sangue dello tsunami del 26 dicembre è stato attribuito alla mancanza di un sistema di allarme tempestivo nei paesi colpiti, oltre che alla limitata conoscenza della popolazione sulle misure preventive da adottare di fronte a simili disastri naturali incombenti.

Ma se i paesi vulnerabili pensano di fare affidamento su un maggiore ruolo pubblico nell’ambito di un nuovo sistema di allerta per gli tsunami, allora il piano di prevenzione dei disastri delle Filippine può essere molto utile per riflettere sul lavoro che c’è dietro.

Pochi paesi dell’Oceano Indiano, infatti, sono dotati di programmi per monitorare ciò che avviene nell’arcipelago, dove la minaccia di terremoti, eruzioni vulcaniche e tifoni rientra nella vita di tutti i giorni.

Nelle Filippine, l’insegnamento pubblico su come affrontare imminenti disastri naturali comincia a scuola. “I programmi del sesto anno di scuola prevedono corsi di informazioni vitali relative a terremoti e eruzioni vulcaniche. E gli studenti cominciano a studiare i tifoni già nei primi anni delle elementari”, ha segnalato all’IPS Renato Solidum Jr., direttore dell’Istituto di vulcanologia e sismologia delle Filippine.

Inoltre, i piani di prevenzione dei disastri prevedono di insegnare alle comunità vulnerabili i sistemi da adottare non appena viene trasmesso il messaggio di evacuazione, le zone a rischio da evitare in caso di disastro e le vie di fuga da seguire.

“Devi andare nella comunità e informare le persone sui livelli di allerta quando una tragedia come lo tsunami colpisce”, ha detto Solidum. “Le comunità possono fare la loro parte con l’osservazione naturale, ad esempio notando livelli insoliti di innalzamento o abbassamento del mare, o il rapido riflusso del mare che precede uno tsunami”.

Secondo Suvit dell’ADPC, uno dei tre pilastri su cui costruire un efficace sistema di allarme contro gli tsunami è il coinvolgimento della comunità, oltre a sistemi di monitoraggio e individuazione ad alta tecnologia – che senza dubbio scarseggiano nella regione dell’Oceano Indiano – e una rete di comunicazione per trasmettere gli allarmi di imminenti tsunami.

“Nella regione dobbiamo concentrarci sulla comunicazione e sul coinvolgimento della comunità perché sono settori ad alta efficacia di spesa”, ha aggiunto.

Per di più, sono misure che i paesi vulnerabili possono perseguire a livello nazionale, mentre i governi della regione cercano metodi di cooperazione per un sistema ad alta tecnologia di individuazione degli tsunami, una questione costosissima e politicamente delicata.

Secondo un funzionario dell’Onu, c’è stata una scarsa mobilitazione per creare un centro di allerta tsunami centrale per l’Oceano Indiano, da affiancare al centro di individuazione delle Hawaii, che controlla gli tsunami nell’Oceano Pacifico.

Anche l’offerta finanziaria del primo ministro tailandese Thaksin Shinawatra, subito dopo il devastante tsunami di dicembre, di aprire un fondo per costruire un centro di allerta, non è stata accolta dagli altri undici paesi colpiti dallo scorso maremoto.

Ma nelle principali conferenze internazionali sul disastro, comprese quelle tenutesi in Giappone e Indonesia, è emerso un forte interesse a creare un simile centro, che, secondo gli esperti, costerà miliardi costruire, e altrettanti mantenere.

Seppure se ne costruisse uno – ha detto Suvit – potrebbero passare altri due anni prima che diventi pienamente operativo.

Fino ad allora, i paesi che rischiano di essere vittime di uno tsunami dopo terremoti e scosse di assestamento provenienti dalla linea di contatto delle faglie di Giava e Sumatra dovranno rivolgersi alle comunità locali per reagire, una volta dato l’allarme sul muro d’acqua che potrebbe rovesciarsi sulle loro coste.

“Per i paesi in via di sviluppo, è molto importante un tale livello di consapevolezza della popolazione per salvare delle vite subito dopo uno tsunami. Dobbiamo lavorare seriamente in tal senso”, ha concluso il diplomatico dello Sri Lanka.