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SALUTE-KENYA: Rompere con la tradizione per avere nascite più sicure?

NAIROBI, 21 febbraio 2005 (IPS) – “Io uso rasoio, forbici e filo”, racconta l’ostetrica locale tradizionale Peris Machanja parlando della sua attività di far nascere i bambini. “A volte uso i guanti, che poi disinfetto e riutilizzo, se non sono strappati. Altrimenti, ne cerco un paio nuovi”.

Machanja è una donna di cinquantacinque anni che vive nella zona a basso reddito di Kayole, alla periferia della capitale keniota Nairobi, e assiste a circa cinque nascite al mese, che nei periodi di maggior lavoro possono anche raddoppiare. La sua tariffa è di 6,5 dollari a parto.

Ma se il Kenya vuole raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG), riducendo la mortalità infantile di tre quarti entro i prossimi dieci anni, le autorità devono mettere fine al lavoro di queste ostetriche tradizionali. Se lasciamo che svolgano il loro lavoro indisturbate, osserva il Ministero della salute kenyota, corriamo rischi troppo alti.

Secondo un sondaggio su demografia e salute del Kenya, condotto nel 2003 da Ministero della salute e Ufficio centrale di statistica, il tasso di mortalità materna in questo paese dell’Africa orientale si aggira attualmente intorno a 414 decessi su 100.000 nascite. (È l’ultimo sondaggio su questo tema effettuato in Kenya).

C’è una grande differenza rispetto al tasso medio – di 920 decessi ogni 100.000 nascite – stimato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) nell’Africa subsahariana (per cui la regione conta il tasso di mortalità materna più alto al mondo).

Ma in ogni caso non c’è confronto con le percentuali registrate nei paesi sviluppati, di circa 20 morti materne ogni 100.000 nascite. Ciò è dovuto, in parte, al fatto che molte donne muoiono nelle mani delle ostetriche tradizionali, a cui mancano le competenze per gestire le eventuali complicazioni che possono sorgere durante il parto.

Il 28 per cento delle nascite in Kenya vengono assistite dalle levatrici tradizionali, secondo l’ultima inchiesta demografica del 2003.

“A volte le cose si complicano, e appena lo capisco faccio in modo che la paziente venga portata di corsa alla struttura sanitaria più vicina”, racconta Machanja.

Tuttavia, sostiene Josephine Kibaru, a capo dei servizi sanitari riproduttivi del Ministero della salute del Kenya, spesso questa decisione viene presa troppo tardi: “Quando le donne arrivano ai centri sanitari per le cure specializzate, sono già morte”.

Gli sforzi del governo per educare le levatrici tradizionali e ridurre il numero di morti materne hanno avuto scarso successo, aggiunge Kibaru. “Adesso, non abbiamo scelta. Se vogliamo raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del millennio e ridurre la mortalità materna entro il 2015, dobbiamo disfarci delle assistenti al parto tradizionali (TBA, la sigla in inglese).

Il governo spera invece che le ostetriche informino la popolazione su altri aspetti legati alla nascita e alla sessualità, come l’uso di metodi contraccettivi e per prevenire la trasmissione dell’Hiv.

Alcuni sostengono che in Kenya in realtà mancano gli ospedali, le cliniche e il personale medico per permettere a tutte le donne incinta di partorire nelle strutture istituzionali.

“C’è carenza di personale medico, e la cosa più pratica è tentare di lavorare con ciò che abbiamo. Per questo stiamo incorporando le TBA nei nostri programmi”, ha detto all’IPS Roselyn Gichira, del Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne.

Anche Kibaru ammette che la scarsità di personale è un problema serio nelle strutture sanitarie del Kenya.

“Il governo sta dando formazione alle levatrici ma non dà lavoro”, osserva. “Il mio ministero ha fatto pressioni. Abbiamo scritto delle lettere al governo chiedendo di riconoscere il bisogno di occupazione, perché il Ministero della salute deve salvare vite; ma non è stato fatto niente di sostanziale, a parte minimi e sporadici interventi”.

Altri sottolineano che il problema della mortalità materna deve essere affrontato più a monte, aiutando le donne ad evitare le gravidanze indesiderate, che costringono molte di loro a fare figli nonostante condizioni non certo adeguate. Si tratta, in pratica, di assicurare che tutte le donne keniote abbiano accesso agli anticoncezionali.

Il mese scorso, il ministro della sanità Charity Ngilu ha riconosciuto che il suo paese deve ancora fare molti passi avanti in questo campo.

Durante il lancio di un rapporto che valuta i progressi della comunità internazionale nell’attuazione degli MDG, intitolato “Investire nello sviluppo: un programma pratico per raggiungere gli Obiettivi del millennio”, Ngilu ha parlato della necessità di “riabilitare le strutture sanitarie e migliorare la disponibilità di contraccettivi”.

Ma questo significherebbe investire di più nei servizi sanitari in Kenya.

Al momento, solo il 7,5 per cento della spesa pubblica viene destinato alla sanità pubblica, anche se il Kenya si è unito ad altri paesi africani impegnandosi ad assegnare il 10 per cento del bilancio a questo settore. L’impegno è stato preso nel 2000 in Nigeria, durante il “Vertice africano su Hiv/Aids, tubercolosi e altre malattie infettive correlate”.

Nel 2000, i leader mondiali hanno concordato otto MDG, nel corso del Vertice del millennio delle Nazioni Unite.

Oltre a ridurre la mortalità materna, gli obiettivi si propongono di porre fine alla fame e alla povertà, raggiungere l’educazione primaria universale, promuovere l’uguaglianza di genere, ridurre di due terzi la mortalità infantile e invertire la diffusione dell’Aids e di altre malattie che contano molte vittime nel mondo in sviluppo.

Gli MDG definiscono inoltre delle strategie per garantire la sostenibilità ambientale e per una partnership globale nell’affrontare i problemi delle barriere commerciali, il debito del Terzo mondo e altri temi. Il 2015 è la scadenza stabilita per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo.