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FORUM SOCIALE MONDIALE: I rischi del successo

RIO DE JANEIRO, 8 febbraio 2005 (IPS) – Il Forum Sociale Mondiale (FSM) potrebbe rivelarsi vittima del suo stesso successo. L’ansia di “azione” e di risultati concreti minaccia di produrre divisioni e frustrazioni. Lo scrittore portoghese José Saramago ha espresso questo contrasto, sottolineando la necessità che il Forum si trasformi “in uno strumento d’azione” con proposte consensuali, per evitare che diventi una semplice “mecca” di pellegrinaggio del mondo della sinistra per discussioni e dibattiti “utopici”.

Alla sua prima partecipazione all’incontro, conclusosi lo scorso 31 gennaio, il Premio Nobel della letteratura si è unito ad altre 18 personalità fortemente legate al FSM per divulgare il “Manifesto di Porto Alegre”, la città brasiliana sede e culla di tre edizioni passate del Forum e dell’incontro di quest’anno.

Il Manifesto traccia 12 proposte “che nell’insieme danno un senso alla costruzione di un altro mondo possibile”.

Pur riconoscendo di “non parlare a nome del Forum”, ma a titolo strettamente personale, i 19 intellettuali sintetizzano le “innumerevoli proposte” presentate, in 12 punti che, “se venissero attuati, permetterebbero infine ai cittadini di riappropriarsi del proprio futuro”.

Il fatto che la maggior parte dei firmatari siano noti protagonisti del FSM sin dalla sua nascita, e molti siano membri del Consiglio internazionale organizzatore, potrebbe far confondere il Manifesto con una posizione comune adottata dal movimento. Sembrerebbe anche che il Forum, negando la sua stessa natura, sia diventato una sorta di “politburo”.

tra i firmatari del documento ci sono l’argentino Adolfo Pérez Esquivel (Premio Nobel per la pace 1980); il sociologo portoghese Boaventura de Souza Santos; il francese Bernard Cassen (direttore di Le Monde Diplomatique); l’economista egiziano Samir Amin; il sociologo statunitense Immanuel Wallerstein e lo scrittore pachistano Tariq Ali.

Sette proposte sono di carattere economico: “Cancellare il debito pubblico ai paesi del Sud”; tassare le transazioni finanziarie e la vendita d’armi; raggiungere la piena occupazione e la protezione sociale; smantellare i paradisi fiscali; adottare il commercio equo; sovranità e sicurezza alimentare promovendo la piccola agricoltura; proibire i brevetti sulla conoscenza e sugli esseri viventi e la privatizzazione dell’acqua.

Gli altri cinque punti riguardano: “Democratizzare in profondità le organizzazioni internazionali”, “garantire il diritto all’informazione e il diritto a informare”, smantellare le basi militari straniere, lottare per politiche pubbliche contro ogni forma di discriminazione, e mettere fine alla distruzione dell’ambiente, soprattutto nel quadro del cambiamento climatico.

Tra gli altri firmatari del Manifesto, Walden Bello, direttore dell’organizzazione non governativa tailandese Focus on the Global South, aveva già affermato in un dibattito che il Forum dovrebbe adottare posizioni politiche. “Non è sufficiente che sia uno spazio aperto” perché rimanga significativo, ha osservato.

Molti chiedono che il FSM scelga tre o quattro temi, al massimo, su cui concentrare i propri sforzi, sostenendo che la pluralità di idee e proposte rischia di indebolirne l’efficacia.

Il FSM, tuttavia, non è altro che un forum, uno “spazio aperto di dibattito per riflettere, …formulare proposte, per il libero scambio di esperienze e per fare rete in vista di azioni concrete” contro il modello neoliberista del libero mercato, e non “vuole essere un’entità rappresentativa della società civile mondiale”, come dice la sua Carta dei principi adottata dal Consiglio internazionale a giugno del 2001.

Uno dei quattordici punti della Carta, il sesto, dice chiaramente che “gli incontri del FSM non hanno carattere deliberativo” e che “nessuno è autorizzato a manifestare – a nome del Forum -posizioni che possano essere attribuite a tutti i partecipanti”, né questi devono essere mai chiamati a prendere decisioni.

Il Forum “non si costituisce pertanto come entità dotata di un potere che i suoi partecipanti si contendano”, conclude il sesto punto della Carta dei principi.

Tali principi, secondo gli organizzatori, esprimono chiaramente la natura del FSM e servono spesso come uno strumento usato dalle organizzazioni per resistere alle diverse pressioni. Sono gli enti e i movimenti sociali che devono articolarsi in gruppi o reti e prendere decisioni, non il Forum.

Ma questo incontro di migliaia di organizzazioni e movimenti sociali ha avuto crescenti ripercussioni sin dalla sua prima edizione nel 2001, sebbene a volte venga sopravvalutata la sua importanza quanto alla capacità di introdurre tematiche sociali nell’agenda mondiale, dimenticando le grandi conferenze delle Nazioni Unite (Onu) degli anni ’90.

È una tentazione sempre più forte, usare la forza simbolica e di mobilitazione del FSM nella lotta per “un altro mondo possibile” e contro “il neoliberismo”. Il successo si trasforma così in un veleno che può togliere al Forum la sua forza innovatrice: l’orizzontalità, l’assenza di gerarchie e la diversità di partecipanti ed esperienze.

Le incomprensioni sulla natura del Forum emergono ad esempio nella proposta del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, che cerca di promuovere un dialogo tra i “mondi” di Porto Alegre e di Davos, la città svizzera sede del Forum Economico Mondiale.

L’idea ha suscitato disagi e dissensi nel FSM, che non ha leader né portavoce per un simile dibattito, non essendo un’organizzazione in sé.

Alcuni membri del Consiglio internazionale hanno ammesso la possibilit di partecipare a questo dialogo come dirigenti delle loro rispettive organizzazioni, ma riconoscono che sarebbe impossibile evitare di apparire quali rappresentanti del Forum sociale mondiale.

Sarebbe difficile anche mantenere l’unità del Forum, intesa come adesione generale, senza dissidenze.

E’ quanto è accaduto al Forum sociale europeo, tenutosi a Londra lo scorso ottobre come un incontro regionale del FSM, e chiusosi con delle divisioni. Gruppi insoddisfatti si sono riuniti separatamente, accusando le autorità locali e i partiti politici di imporre regole “mediante il controllo sul bilancio dell’evento”.

Le decisioni relative all’organizzazione non sono neutre. Per quanto i forum sociali rifiutino le gerarchie e le dispute per il potere interno, il Consiglio internazionale e i comitati organizzatori sono di fatto terreno di scontro.

Non sarà facile decidere, ad esempio, se il Forum Sociale delle Americhe del prossimo anno si terrà in Venezuela, come vorrebbero il presidente di questo paese Hugo Chávez e i suoi sostenitori, o no. L’incontro della società civile risulterebbe distorto, se venisse identificato con una manifestazione politica di sostegno a un governo nazionale.(FINE/2005)