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COMMERCIO-AMERICHE: Quanto vale la biodiversità delle Ande?

LIMA, 4 febbraio 2005 (IPS) – Il rifiuto di Washington di riconoscere il diritto dei paesi andini al risarcimento economico per l’uso commerciale della biodiversità continua ad ostacolare i negoziati sul trattato di libero commercio tra Stati Uniti,
Colombia, Ecuador e Perù, che a febbraio celebreranno il loro settimo
incontro.

Gli Stati Uniti insistono sulla necessità che il trattato riconosca i brevetti registrati dalle imprese Usa che sviluppano prodotti geneticamente modificati, sfruttando il patrimonio di conoscenze ancestrali delle popolazioni andine sulle proprietà farmacologiche, nutritive e industriali della loro flora.

La proposta statunitense è stata inserita nel capitolo della bozza del trattato sulla proprietà intellettuale, che sancisce il libero accesso alla possibilità di brevettare piante e animali, che così verrebbero definiti “invenzioni”.

La divergenza di posizioni su questo punto rappresenta uno dei principali scogli nei negoziati per l’accordo, che dal 7 all’11 febbraio saranno alla loro settima edizione nella città di Cartagena, nel nord della Colombia.

La richiesta dei tre paesi andini, che venga riconosciuto il valore economico della biodiversità, è la prima nel suo genere che sia mai stata rivolta a Washington nelle discussioni sui trattati di libero commercio.

Nel corso del sesto incontro, tenutosi a Tucson, in Arizona, non si è riusciti a raggiungere un’intesa sulla questione, e secondo diversi esperti peruviani, non ci sono basi concrete per sperare che a febbraio la questione si risolva in favore dei paesi andini.

Ma il viceministro del commercio estero peruviano, Pablo de la Flor, ha dichiarato di recente che “faremo forse progressi nei negoziati, poiché alcuni portavoce statunitensi hanno detto di capire il nostro interesse in tema di biodiversità”.

Questo cauto ottimismo non è condiviso da esperti peruviani come Reynaldo Trinidad, editore della rivista AgroNoticias, che ha dichiarato a Tierramerica che “forse i negoziatori nordamericani pronunceranno frasi di riconoscimento formale dell’importanza della biodiversità, ma non cederanno sul punto fondamentale: il risarcimento economico per i paesi che hanno condiviso la ricchezza della loro biodiversità”.

José Luis Silva, presidente dell’Istituto peruviano dei prodotti naturali, ha concordato con Trinidad: “Nel settimo round di negoziati, gli Stati Uniti manterranno la facoltà di brevettare come proprietà delle loro imprese le conoscenze e le piante e gli animali provenienti dai territori andini sui quali abbiano operato modificazioni genetiche, senza sborsare un solo centesimo”, ha osservato.

”Gli Usa, ha aggiunto Silva, non hanno sottoscritto la Convenzione sulla diversità biologica di Rio de Janeiro del 1992, promossa dalle Nazioni Unite. Adesso, nei negoziati sul libero commercio, chiedono sanzioni contro la pirateria ai danni della proprietà intellettuale, ma al tempo stesso difendono il presunto diritto delle multinazionali a non pagare niente per la conoscenza ancestrale delle proprietà naturali della flora e della fauna provenienti dal nostro paese”.

Il docente universitario Antonio Brack Egg, ex consulente allo sviluppo dell’Onu e uno dei massimi esperti di ecologia del Perù, ha affermato che “per le ingenti risorse genetiche presenti nel paese, nel ventunesimo secolo la biodiversità dovrebbe essere la sua principale fonte strategica di reddito”.

Secondo lo studioso, grazie alla sua straordinaria varietà di ecosistemi, piante e animali, il Perù è tra i primi cinque paesi al mondo per “mega-diversità”, e il suo territorio comprende parte della foresta amazzonica, che regola il clima del pianeta.

Il Perù è inoltre ai primi posti per le piante con proprietà benefiche, riconosciute e utilizzate dalla sua popolazione (4.500 specie); il primo per specie native acclimatate (182), ed è considerato uno dei principali centri di raccolta mondiali di risorse genetiche conosciute.

Anche la diversità culturale è assai vasta, con 14 famiglie linguistiche e almeno 44 diverse etnie, che nel corso di un processo di almeno diecimila anni hanno selezionato, addomesticato e adattato un’ampia gamma di specie animali e botaniche.

Le conoscenze ancestrali della popolazione aborigena hanno generato prodotti come il chinino, che ha salvato il mondo dalla malaria, e in tema di alimenti la patata, che nel diciottesimo secolo ha salvato gran parte dell’Europa dal flagello della fame”, ha sottolineato Brack.

“Negli ultimi anni – ha proseguito l’esperto – altri prodotti della farmacopea popolare peruviana sono stati utilizzati da laboratori all’estero: l’unghia di gatto (Uncaria tormentosa), che rafforza le difese immunitarie, il ‘yacon’ (Smallantus Sanchifolius), che contiene uno zucchero adatto per i diabetici, la ‘sangre de grado’ (Croton lechleri) e diversi prodotti ad alto valore nutrizionale come la ‘maca’ (Lepidium peruvianum) e il ‘camu camu’ (Myrciaria dubia)”.

“Il Perù costituisce un’immensa riserva di materiale genetico e di conoscenze tradizionali sull’uso della propria biodiversità, e ha il diritto di pretendere un trattamento preferenziale” negli accordi commerciali, ha concluso lo scienziato.