IPS Inter Press Service Agenzia Stampa

SALUTE INFANTILE: L’Unicef chiede un maggior impegno

NAIROBI, 15 ottobre 2004 (IPS) – La buona notizia è che sempre meno bambini muoiono sotto i cinque anni, quella cattiva è che la mortalità infantile rimane comunque estremamente alta
Prima la buona notizia: se nei primi anni ’60 un bambino su cinque moriva prima di compiere cinque anni, nel 2002 questo numero è sceso a meno di uno su dodici.

La cattiva notizia è che la mortalità infantile rimane a livelli scioccanti in molti paesi in via di sviluppo, in particolare nella regione sub-sahariana e in tutti quegli stati che non riescono a realizzare il Millenium Development Goal (MDG) di ridurre di due terzi la mortalità infantile entro il 2015.

Queste conclusioni sono contenute nel rapporto UNICEF “Progress for Children” pubblicato venerdì 8 ottobre. Il rapporto si basa sulle informazioni raccolte tra il 1999 e il 2002, ultimo anno al quale si fa riferimento per attendibilità dei dati.

Quattro anni fa a New York, durante il Millenium Summit, i leader internazionali adottavano otto obiettivi di sviluppo del millennio. Oltre alla riduzione della mortalità infantile, gli obiettivi riguardano la riduzione della povertà, il raggiungimento dell’istruzione primaria universale e la lotta alla diffusione dell’AIDS.

I progressi realizzati vengono calcolati in relazione ai dati del 1990 – il cosiddetto ‘anno di partenza’ per gli MDG.

Per ridurre la mortalità infantile dei due terzi entro il 2015, i paesi devono registrare una riduzione annuale del 4,4%. (Il termine “mortalità infantile” si riferisce al numero di bambini che muoiono prima di aver compiuto cinque anni).

Ma secondo “Progress for Children” in almeno 18 paesi africani della regione sub-sahariana la situazione è rimasta invariata se non è addirittura peggiorata.

Sei delle nazioni che non sono riusciti a ridurre la mortalità infantile, si trovano in questa regione: Botswana (incremento annuo del 5,3%, dal 1990 al 2002), Zimbabwe, Swaziland, Kenya, Camerun e Costa d’Avorio (incremento dell’1,1%).

Il che significa che nel 2002 mentre in un paese sviluppato solo sette su 1000 bambini sopravvissuti alla nascita muoiono prima di aver compiuto i cinque anni, nell’Africa sub-sahariana, 174 bambini su 1000 non raggiungono quest’età.

Nel 2002, dei dieci paesi con il tasso di mortalità infantile più alto, nove sono paesi africani – con la Sierra Leone che conta il tasso più alto a livello mondiale.

Ogni 1000 bambini nati in questa nazione dell’Africa occidentale, 284 muoiono prematuramente. Nella lista seguono Niger (con 265 morti), Angola, Liberia, Somalia, Mali, Guinea-Bissau, Burkina Faso e Repubblica Democratica del Congo (205 morti).

“Progress for Children” sottolinea come “le scarse condizioni di assistenza prenatale siano ancora la causa principale della mortalità nella regione”. Tra queste, è da includere la mancanza di personale qualificato durante il parto.

Dopodichè, infezioni respiratorie, diarrea e malattie come malaria e morbillo sono responsabili – insieme alla malnutrizione – del maggior numero di morti. Il rapporto rivela che l’infezione da HIV/AIDS causa l’8% delle morti nell’Africa sub-sahariana – “più del doppio della media mondiale”.

Botswana, Zimbabwe e Swatziland – che hanno registrato il secondo, terzo e quarto maggiore incremento di mortalità infantile – hanno anche i tassi di prevalenza di HIV più alti del mondo: nello Swatziland il 39%, nel Botswana il 37% e nello Zimbabwe il 25%.

Se è vero che i bambini non muoiono per le malattie correlate all’AIDS, le possibilità di sopravvivenza per quelli di loro che perdono i genitori a causa dell’epidemia, sono gravemente compromesse.

L’UNICEF afferma che dei 13,4 milioni di bambini resi orfani dall’AIDS, 11 milioni vivono nell’Africa sub-sahariana. Mentre la regione conta solo il 10% della popolazione mondiale, due terzi di tutte le persone sieropositive vivono in questa area – secondo il Joint UN Programme su HIV/AIDS.

“L’imminente e spaventosa crisi dovuta all’AIDS renderà ancora più complesso il tentativo di ridurre – nei tempi stabiliti – la mortalità infantile nella regione sub-sahariana”, ha dichiarato Per Engebak, direttore regionale per l’UNICEF in Africa meridionale e orientale.

Khin Sandi Lwin, rappresentante dell’UNICEF in Namibia, ha sottolineato che convincere le persone a fare il test dell’AIDS potrà avere un ruolo fondamentale nella riduzione degli effetti dell’epidemia sui bambini.

“Convincere le madri ad avere coscienza del loro stato, convincerle a fare il test mentre sono in cinta può aiutarci a curare i loro bambini, ancora in grembo, ed evitare che vengano infettati dal virus”, ha detto Lwin.

Lwin ha anche aggiunto che l’esperienza della Namibia ha premiato questo metodo – anche se la risposta iniziale delle donne incinte era sconfortante.

“All’inizio le donne non volevano fare il test perché non arrivavano a comprendere il loro stato”, ha aggiunto Lwin. “Ma dopo aver informato e reso coscienti le popolazioni dei benefici del programma, ora sono le donne a venire da noi per fare il test e spesso portano con loro i mariti. Risultato: la mortalità infantile da HIV/AIDS è diminuita drasticamente”.

La Namibia ha cominciato il programma di prevenzione della trasmissione dell’HIV madre-figlio due anni fa.

Come dimostra l’aumento della mortalità infantile in Costa d’Avorio, anche le guerre civili possono avere ripercussioni sui bambini. La nazione è in conflitto dal 1999, quando il presidente Henri Konan Bedie fu spodestato da un colpo di stato.

Alla luce di questi diversi fattori, dice il rapporto UNICEF, gli sforzi per ridurre la mortalità infantile nella regione sub-sahariana dovrebbero moltiplicarsi. Se si volessero realizzare gli impegni dei MDG, la regione dovrebbe cominciare a ridurre la mortalità dell’8,2% l’anno, “quasi il doppio del tasso richiesto inizialmente”.

Ciononostante, nell’introduzione del rapporto, Carol Bellamy, direttore esecutivo dell’UNICEF rivela come il mondo abbia già gli strumenti per ridurre la mortalità infantile: “misure a costi contenuti come vaccini, antibiotici, integratori multi-vitaminici, una migliore pratica dell’allattamento al seno e il trattamento dei nidi di zanzare con insetticidi”.

In altre regioni del mondo, la situazione è meno deprimente.

I nove paesi asiatici impegnati nella riduzione della mortalità infantile, hanno raggiunto buoni risultati anche se solo Bangladesh e Bhutan raggiungeranno gli obiettivi stabiliti dal Millenium Summit.

Nell’Asia orientale e nella regione del pacifico, la Cambogia ha registrato un aumento della mortalità infantile. Anche essendo un caso isolato, l’UNICEF nota una riduzione di “solo il 2,8%” in queste regioni tra il 1980 e il 2000 – dal 5% degli anni ’60 e ’70.

I paesi dell’Asia centrale e dell’Europa presentano una situazione mista. Mentre un certo numero di stati (Armenia, Lituania e Turchia, per citarne alcuni) saranno in grado di raggiungere gli impegni dei MDG, la Federazione degli stati russi “ha compiuto progressi minimi nella riduzione della mortalità infantile nell’ultimo decennio”.

La situazione è altrettanto variegata se si prendono in considerazione il Medio Oriente e il Nord Africa.

“Almeno due terzi dei 21 paesi della regione….rientravano nei parametri dei MDG per i dati del 2002”, dice il rapporto. Eppure, il paese che ha visto il più alto incremento di mortalità infantile, l’Iraq, è situato in quest’area (un aumento del 7,6% tra il 1990 e il 2002).

Il rapporto dell’UNICEF si dice soddisfatto dei risultati dei paesi industrializzati, sebbene aggiunga “ci si aspettano ancora miglioramenti” da Ungheria, Polonia e Slovacchia, dove la mortalità ha “tassi sostanzialmente più alti della media della regione”.

L’America Latina e i Carabi si distinguono per “essere riusciti a mantenere negli anni ’90 un tasso costante di riduzione, portando il tasso annuo alla media del 4% per tutto il decennio”.

“Nello stesso periodo, nessuna altra regione è stata in grado di mantenere una media costante del 3% o superiore”, aggiunge il rapporto.

L’UNICEF afferma di considerare il tasso di mortalità infantile “il metro di misura del progresso di una nazione”.(FINE/2004)