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MALAYSIA: Il nuovo premier contro la libertà di stampa

Penang, 25 agosto 2004 (IPS) – Nonostante i più importanti editori del paese abbiano richiesto l’abrogazione della legge draconiana che regola le pubblicazioni, il nuovo primo ministro della Malaysia, Abdullah Ahmad Badawi, ha cancellato ogni speranza di ridurre le restrizioni ai media nazionali

Uno dei casi limite riguarda il portale web Malaysiakini.com che nel settembre del 2002 ha richiesto di pubblicare un settimanale cartaceo e che, ad oggi, non ha ottenuto alcuna risposta.

Steven Gan, capo editore del portale d’informazione molto popolare in Malaysia, si dice pessimista.

“Non penso riceveremo mai una risposta. – ha detto all’IPS -. Il governo non ha rifiutato la nostra domanda, solo non credo abbia intenzione di risponderci”.

In Malaysia i giornalisti subiscono pressioni e minacce di persecuzione, attraverso il durissimo International Security Act (ISA), che legittima la detenzione a tre anni senza processo per chiunque sia giudicato “una minaccia per la sicurezza nazionale”. Ovviamente, nessun giornalista esce mai dalle righe.

Ma proprio per la libertà che esiste solo nella rete, Malysiakini.com, visitato da 50.000 persone il giorno, rappresenta un’eccezione.

Eppure, nel gennaio del 2003, in seguito alla denuncia dell’ala giovane del partito di governo United Malays National Organisation, infuriata per una lettera comparsa sul portale che lamentava la palese discriminazione nel paese a favore della popolazione malese, la polizia ha fatto irruzione negli uffici del giornale, confiscato i computer e interrogato il personale.

Lo scorso novembre, per la prima volta si è sperato in una riforma, quando Abdullah è diventato primo ministro ed ha sostituito Mahathir Mohamad, per ben tre anni consacrato dalla Commissione di New York per la Difesa dei Giornalisti, tra i “10 peggiori nemici della stampa”.

Ma le speranze si stanno dileguando in fretta. Abdullah, che è anche ministro della sicurezza e quindi responsabile dei permessi per le nuove pubblicazioni, non è apparso particolarmente intenzionato ad alleggerire le restrizioni imposte alla stampa.

A giugno, il nuovo primo ministro ha lasciato intendere che la richiesta di Malaysiakini.com non sarebbe stata approvata per motivi di “sicurezza nazionale ed ordine pubblico”.

Intanto, il partito islamico all’opposizione, che al momento cura una pubblicazione quindicinale, ha fatto richiesta di diventare un quotidiano ed è ancora in attesa di una risposta.

Un editore associato di un giornale vicino al governo, ha affermato recentemente di avere intuito – da discorsi avuti con alcuni ufficiali – che il governo intende congelare le licenze per almeno dieci anni.

Il 24 luglio, durante una consulta nazionale sui diritti umani, Rehman Rashid del “New Straits Times” ha detto rivolgendosi ai giornalisti che Pak Lah (così è conosciuto Abdullah) sta realizzando il suo obiettivo di ‘consolidamento’.

“Mahathir controllava la quantità, Pak Lah lavora sulla qualità”, ha detto Rehman.

Chia Kwang Chye, vice ministro alla sicurezza interna, ha detto a Malaysiakini.com che non ci sono stati cambiamenti e che la loro richiesta è ancora in esame.

Chia ha affermato che chi vuole pubblicare un giornale, può presentare domanda al ministro ma ha poi ricordato che la decisione finale rimane a sua discrezione. “Non esiste una legge che regola il numero di pubblicazioni”, ha aggiunto Chia.

Sembra già un ricordo lontano la richiesta di tre mesi fa dei principali editori del paese – forse nella speranza che la nuova amministrazione fosse più aperta alle riforme – di accelerare il processo di liberalizzazione delle leggi sull’editoria.

Per lanciare l’inaspettata richiesta di liberalizzazione, gli editori hanno scelto il World Press Freedom Day, intitolato quest’anno “Testing the Limits” ed organizzato dalla Conservative Union of Journalists, il sindacato dominato dai giornalisti dei media filo governativi.

Wong Chun Wai, editore del “The Star”, il quotidiano in lingua inglese più venduto nel paese, si è detto sorpreso dopo aver presentato le sue riserve sulla legge sulla stampa e le pubblicazioni del 1984 (Printing Presses and Publications Act, PPPA).

Alcuni critici affermano che questa legge repressiva nega la libertà di stampa, poiché impone a editori e tipografi di richiedere il rinnovo della licenza ogni anno.

Wong ha sottolineato che se questa legge non verrà abrogata, sarà comunque resa obsoleta dall’avvento delle nuove tecnologie come Internet.

Un altro autorevole editore, Zainon Ahmad, editore capo del “The Sun”, secondo quotidiano in lingua inglese del paese, ha proposto l’abolizione del sistema attuale di licenze.

Al suo posto, propone di rilasciare una licenza iniziale, senza obbligo di rinnovo, ma soggetta a sospensione nel caso si violi la legge.

Le richieste degli editori non hanno portato a nulla e sembra invece che il paese dovrà continuare a subire il controllo sui media, a vedere gli ‘amici’ del partito diventare i proprietari delle principali testate nazionali e a vivere in un clima di auto censura.

Negli anni, l’autorità centrale della Malaysia ha ricordato ai principali media nazionali la loro responsabilità sociale in quanto partner del governo nella ricostruzione del paese.

Mustafa K Anuar, analista dei media, ha rivelato come il ‘developmentalism’ – che promuove il benessere materiale – e la crescente commercializzazione dell’industria della comunicazione, abbiano eroso i diritti dei cittadini.

L’attenzione dei media del paese, ha aggiunto Mustafa, è sempre più rivolta ai consumatori piuttosto che ai cittadini, che possono solo reclamare i propri diritti.

“Gli unici malesi che contano oggi sono quelli che possono comprare”, continua Mustafa. “Mentre si ignorano purtroppo i diritti dei malesi marginalizzati”.