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THAILANDIA: L’eccesso di forza che genera martiri

Bangkok, 19 maggio 2004 (IPS) – Se gli Stati Uniti possono imporre l’uso eccessivo della forza nella conquista dell’Iraq e se Israele può fare lo stesso nella lotta alla resistenza palestinese, perché non dovrebbe il governo thailandese ricorrere agli stessi metodi contro i separatisti del sud'

Questo sembra pensare il primo ministro Thaksin Shinawatra quando risponde con l’esercito ai gruppi separatisti della minoranza musulmana, che vive nelle cinque principali regioni a sud del paese.

Venerdì, tutti i giornali parlavano delle politiche di ‘get tough’ (colpire duro) e di ‘search and destroy’ (cerca e uccidi) approvate dal governo di Banckok in seguito all’esplosione di violenza della settimana scorsa che ha causato la morte di 110 persone.

“Giovedì, l’esercito ha dispiegato 500 unità di ‘rapido intervento’ contro 5000 militanti musulmani, in una missione denominata ‘cerca e uccidi’”, si legge sul quotidiano “The Nation”.

Inoltre, come ha dichiarato il Ministro alla Difesa Chettha Thanajaro, la presenza militare nel sud del paese è stata rinforzata da altri due battaglioni che contano un totale di mille unità.

Pnitan Wattanayagorn, esperto di sicurezza nazionale per l’università Chulalongkorn di Bangkok, ha detto all’IPS: “Le forze di sicurezza sono state esortate ad agire con cautela, ma se attaccate, risponderanno con forza”.

Mercoledì mattina, la polizia e le forze di sicurezza hanno dimostrato ampiamente quanto possono colpire ‘duro’, usando una potenza di fuoco inaudita contro militanti adolescenti e armati di coltelli e machete.

Una strategia che ha evocato parole come ‘carneficina’ e ‘genocidio’ tra giornalisti e sostenitori dei diritti umani. Sunai Phasuk, rappresentante thailandese dell’Human Right Watch (HRW), ha dichiarato in un’intervista: “Le truppe dell’esercito erano chiaramente intenzionate a non lasciare vivi”.

La moschea di Krue Se a Pattani, una delle tre regioni dove sono esplosi gli scontri con i separatisti, è diventata il simbolo di quella che è stata già definita da molti un’orgia di violenza.

Trentadue militanti si erano rifugiati nell’antica moschea e sono stati trucidati. Un massacro inutile che secondo molti testimoni poteva essere evitato.

I musulmani del luogo ricorderanno la violenza di mercoledì non solo per i morti. Il sacro libro del Corano e il pavimento della moschea, costruita nel XVI sec. e molto amata dai fedeli, sono intrisi di sangue. Ora, tutti associano il governo di Thaskin alle immagini del strage e “le conseguenze sul piano politico potrebbero essere molto serie”, ha dichiarato Chaiwat Satha-Anand, direttore del Peace Information Centre dell’università di Thammasat a Bangkok.

I rapporti potrebbero deteriorarsi. Le forze di sicurezza, che hanno l’opportunità di mediare e sedare la violenza, scelgono invece di imporre il potere dello stato “e addirittura, violano la casa di Allah”, continua Chaiwat, membro della comunità islamica.

Il massacro di mercoledì ha in qualche modo consacrato i morti a martiri della guerra santa. Chaiwat ha aggiunto: “Molte famiglie stanno già celebrando i riti particolari per chi muore difendendo il suo dio”.

Venerdì, il Bangkok Post ha scritto: “Ou Mameh, segretario generale del Comitato Islamico di Pattani, ha proclamato le vittime guerrieri di Allah e chiesto che i loro corpi non venissero lavati prima della sepoltura”.

La Thailandia, un paese di 63 milioni di persone a maggioranza buddista, non contempla il martirio. I musulmani, che abitano principalmente le regioni al confine con la Malaysia, sono sei milioni.

“E’ la prima volta che in questo paese qualcuno sceglie di combattere l’autorità centrale sacrificando la propria vita”, ha detto Sunay sui fatti di mercoledì.

I giovani musulmani, alcuni tra15 e 20 anni, armati di coltelli, hanno attaccato alcune stazioni di polizia delle province di Yala, Songkhla e Pattani.

Secondo alcuni, la reazione di Bangkok alla carneficina di mercoledì, in cui sono morti 108 musulmani e cinque membri delle forze di sicurezza, potrebbe spingere altri giovani a intraprendere la via del martirio.

Questa ipotesi è purtroppo reale, se si considera la quasi totale assenza del governo e il crescente senso di umiliazione e alienazione da parte di alcune frange della minoranza musulmana.

Venerdì, “The Nation” ha pubblicato l’articolo di Pravit Rojanaphruk, che evidenzia l’eredità di anni di abbandono e marginalizzazione della comunità islamica: “Chiunque sia stato a capo del governo thailandese, ha sempre osteggiato ogni tentativo di valorizzare la storia e la religione del sud”.

“Negli ultimi anni, la legge marziale è prassi; non è permesso eleggere rappresentanti locali ed i leader islamici eletti da Bangkok sembrano seguire fedelmente la linea del governo”, ha aggiunto.

L’anno scorso, per esempio, in seguito all’assalto a due uffici del governo, Thaksin ha autorizzato le forze di sicurezza a usare la violenza ed a emanare ‘condanne a morte’.

Dall’inizio dell’anno c’è stato un insorgere della violenza e scuole, posti di polizia e campi militari sono stati attaccati a più riprese. Circa sessanta persone tra poliziotti, soldati e monaci buddisti, sono rimaste uccise.

L’attività militare del governo nel sud è volta principalmente a contrastare i movimenti islamici separatisti, sorti trenta anni fa nel paese. Già agli inizi degli anni ’80, Bangkok sembrava avere la situazione sotto controllo.

L’ostilità verso il governo centrale ha le sue radici nella storia di queste province. Più di un secolo fa, Narathiwat, Pattani, Satun, Songkhla e Yala appartenevano al Sultanato di Pattani, ma nel 1902 vennero annesse al Siam, la Thailandia di oggi.

Nei conflitti di allora, non esisteva il concetto di martirio, indice che il risentimento del sud ha acquisito oggi un nuovo, preoccupante linguaggio.

“Nel sud si vive nella rabbia e si guarda alla morte in modo differente; il governo non può trascurare questi nuovi elementi”, ha affermato Chaiwat, acceso sostenitore della pace. “Un passo falso può spingere i giovani a sentirsi ancora più umiliati e a vedere nel martirio una soluzione onorevole”.