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SUDAN: Un colpo di stato contro la pace

PRETORIA, 19 aprile 2004 (IPS) – L’arresto in Sudan di alcuni ufficiali dell’esercito (accusati di aver tentato di deporre il presidente Omar Hassan al Bashir) ha causato un’ondata di panico sul futuro dei negoziati di pace in corso nel vicino Kenya

Il leader dell’opposizione islamica Hassan Abdullah al Turabi è stato arrestato nei giorni scorsi insieme a dieci ufficiali, con il sospetto di aver orchestrato un piano per rovesciare il governo.

Il tentato colpo di stato, guidato da un colonnello, giunge nel momento in cui il governo sudanese e i ribelli del Esercito di liberazione del popolo sudanese (SPLA) stanno per arrivare a un accordo per porre fine al conflitto in corso nel paese da vent’anni.

Nonostante la diffusa preoccupazione tra i sudanesi, l’esercito di liberazione non crede che un colpo di stato o un cambio di governo muterà il corso dei negoziati di pace.

“Il processo di pace è irreversibile. Abbiamo raggiunto il punto di non ritorno. Molti paesi sono coinvolti. Un gruppo di sovversivi non può stravolgere il corso dei negoziati”, ha dichiarato all’IPS a Pretoria, Barnabas Marial Benjamin, esponente dello SPLA in sud Africa.

Questa settimana, Benjamin era in visita nella capitale del Sudafrica insieme ad altri tre membri dell’esercito di liberazione per incontrare i rappresentanti di Stati Uniti, Inghilterra e Norvegia, che premono perché si raggiunga quanto prima un accordo.

David Deng, responsabile dello SPLA per l’amministrazione pubblica, ha detto all’IPS che “un cambio di governo a Khartoum, non influirebbe sui risultati ottenuti in Kenya. Abbiamo già firmato insieme al governo alcuni protocolli che riguardano sanità e sicurezza. Questi non verranno toccati. Nessun abitante del sud è disposto a ridiscutere i protocolli”.

Secondo le associazioni per i diritti umani, sono morte più di due milioni di persone soprattutto civili, da quando il movimento ribelle, nel maggio del 1983, ha preso le armi per ottenere l’autonomia e l’indipendenza del popolo del sud.

La polizia ha fermato il leader settantaduenne islamico Turabi mercoledì 31 marzo, solo tre giorni dopo l’arresto dei dieci ufficiali. Il governo afferma che i cospiratori provengono dalla tormentata regione occidentale del Darfur, dove l’anno scorso due gruppi ribelli hanno iniziato la guerriglia contro il governo.

Secondo le Nazioni Unite, più di 5000 persone, per la maggior parte africani, sono state uccise, circa 800.000 sono profughi interni e 110.000 hanno attraversato a piedi il confine con il Ciad.

Il conflitto etnico nel Darfur, un regno indipendente annesso al Sudan nel 1917, iniziò negli anni ’70 quando gli immigrati nomadi arabi e i locali contadini africani si contesero le terre da pascolo dell’arida regione. Dallo scorso anno, la tensione si è trasformata in guerra civile.

Il mese scorso, Turabi ha criticato la politica del governo. Secondo il leader islamico, il problema del Darfur deve rientrare negli sforzi di Khartoum per porre fine alla guerra nel sud del paese.

Turabi, la mente del colpo di stato del 1989 che ha portato al potere Bashir, non è più in buoni rapporti con il leader sudanese. Turabi è stato liberato nell’ottobre del 2003 dopo tre anni di arresti domiciliari.

Nonostante gli ultimi arresti, alcuni abitanti del sud non credono al presunto colpo di stato.

In un documento diffuso nel sud del paese, Elias Nyamlell Wakoson, professore di letteratura al Grayson College del Texas, ha affermato: “Non c’è mai stato un tentativo militare di colpo di stato capeggiato da ufficiali provenienti dal Darfur. Gli ufficiali sanno che non tutti nell’esercito li appoggerebbero, se non fossero coinvolti anche gli arabi del nord”.

“Dall’inasprimento del conflitto armato nella regione occidentale, il governo Bashir avrebbe messo sotto stretta sorveglianza tutti gli ufficiali del Darfur, soprattutto i sostenitori di al Turabi”, afferma Wakoson nel documento pervenuto anche all’IPS.

Wakoson, nato nel sud del Sudan, pensa che Khartoum cerchi solo un pretesto per interferire nei negoziati.

“Il regime Bashir ne ha abbastanza del movimento di liberazione SPLA e intende scavalcare i negoziati inscenando un colpo di stato. Il governo che succederà all’attuale proporrà la sua agenda e richiederà che i negoziati con i ribelli ripartano da zero”.

“Se questo non succederà, allora si tratta di un ennesimo gioco politico per distogliere l’attenzione dell’elettorato dai negoziati di pace in Kenya e concentrarla sulla situazione nel Darfur. Ovviamente, è un pretesto per intensificare il genocidio in quella regione”, ha scritto Wakoson.

Mukesh Kapila, coordinatore uscente dell’ONU per gli affari umanitari, ha definito il conflitto nel Darfur ‘pulizia etnica’, paragonandolo al genocidio in Ruanda del 1994.

“L’unica differenza tra il Ruanda e il Darfur è il numero delle persone coinvolte”, ha detto il 22 marzo all’agenzia delle Nazioni Unite IRIN (Integrated Regional Information Networks). Kapila si trovava in Ruanda nel 1994, quando quasi un milione di Tutsi e Hutu moderati furono massacrati dalla milizia Hutu, conosciuta come Interahamwe, o letteralmente ‘coloro che combattono insieme’, in lingua Kinyarwanda.

L’esercito sudanese non è contento della clausola che stabilisce il diritto di secessione per il sud, dopo un periodo transitorio di sei anni a partire dalla firma dell’accordo di pace.

Anche l’Egitto è preoccupato. Secondo Helami Sharawy, direttore dell’Arab and African Centre del Cairo, il Sudan dovrebbe rimanere unito: “Avviare un processo economico da zero, appare difficile. Il sud avrà maggiori benefici se rimarrà all’interno di un Sudan unito”, ha detto all’IPS la scorsa settimana.

L’Egitto è allarmato per il Nilo, risorsa vitale che attraversa anche il Sudan e non vuole interferenze sulla gestione delle acque, soprattutto da paesi sui quali non ha alcun controllo e influenza.

Alcuni esperti adottano un approccio più pragmatico su una possibile divisione del Sudan. Taju el-Din Abdel Rahim, segretario generale del Movimento panafricano, ha detto all’IPS: “Se il popolo del sud decide di votare per l’indipendenza, così deve essere. Personalmente credo in una scelta volontaria. Se una persona non vuole vivere con te non puoi certo costringerla”.

Ma l’esercito sudanese potrebbe pensarla diversamente. Dai tempi dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, nel 1956, ha sempre organizzato colpi di stato per intervenire in ogni disputa politica.