L'AVANA, 9 aprile 2004 (IPS) – Come ogni anno, i paesi latinoamericani voteranno all’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) un documento sulla situazione dei diritti umani a Cuba. Una votazione che, in genere, finisce per bloccare il processo d’integrazione dell’isola nella regione
Il governo cubano interpreta come gesto non amichevole – e di cedimento alle pressioni esterne – qualsiasi voto favorevole a una risoluzione che proponga alla Commissione per i diritti umani dell’Onu di censurare il suo resoconto in ambito umanitario.
La reazione s’infiamma quando sono uno o più paesi latinoamericani ad appoggiare la mozione, che secondo Cuba viene redatta immancabilmente dagli Stati Uniti, suo principale rivale politico e ideologico.
“L’America Latina oggi è una regione molto debole e disgregata”, ha affermato il cancelliere cubano Felipe Pérez Roque, subito dopo aver annunciato che il governo dell’Honduras di Ricardo Maduro presenterà quest’anno una nuova risoluzione su Cuba.
Secondo Pérez Roque, tale decisione contribuisce a mantenere il cosiddetto “tema Cuba” nell’agenda della Commissione sui diritti umani del Foro Mondiale, nonché a “costituire il pretesto di cui hanno bisogno gli Usa per giustificare la loro politica aggressiva” nei confronti dell’Avana.
La posizione dell’Honduras non influirà sulla cooperazione di Cuba con questo paese centroamericano, ma colpirà invece i rapporti bilaterali. “Sfortunatamente la decisione del presidente Maduro ci pone su un percorso di confronto”, ha detto il cancelliere cubano.
“I 700 giovani dell’Honduras che studiano gratuitamente nelle nostre università hanno potuto esercitare il loro diritto all’educazione solo nel nostro paese, e Cuba non vuol colpire il popolo honduregno per le decisioni del suo governo”.
Il mese scorso, il capo della diplomazia cubana ha consegnato alla stampa estera un testo in inglese che, ha spiegato, è stato distribuito a Washington ad un “gruppo scelto” di paesi membri della Commissione sui diritti umani dell’Onu, che terrà la sua sessione annuale da marzo ad aprile a Ginevra.
Questo testo di risoluzione chiede all’Avana di cooperare con Christinne Chanet, rappresentante speciale per Cuba presso l’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani, il cui ingresso nell’isola caraibica è stato finora rifiutato dal governo di Fidel Castro.
Sollecita inoltre il governo cubano a favorire la “transizione verso un dialogo fecondo”, con “tutte le correnti di pensiero e i gruppi politici organizzati” della società cubana, per promuovere lo sviluppo delle istituzioni democratiche e delle libertà civili.
Fonti diplomatiche hanno osservato che si tratta di una mozione moderata, simile a quella dell’anno scorso, e che probabilmente verrà accettata dai 53 paesi membri della Commissione, 11 dei quali latinoamericani e il cui parere può risultare determinante.
Pérez Roque ha però negato che si tratti di un “testo morbido”, che cerca la cooperazione, e ha ribadito l’accusa che Washington faccia uso del “tema delle presunte violazioni dei diritti umani a Cuba” per giustificare la politica ostile nei confronti dell’isola.
La Commissione dei diritti umani dell’Onu, che si riunisce annualmente a Ginevra, continua ad approvare le censure contro Cuba dall’inizio degli anni ’90, fatta eccezione per il 1998, anno in cui la mozione fu respinta per 19 voti, contro i 16 a favore e 18 astensioni.
In quell’occasione, solo l’Argentina e El Salvador votarono a favore della risoluzione di condanna, mentre Cile e Uruguay cambiarono il voto d’appoggio in un’astensione, per un esito strettamente collegato all’impatto della visita del Papa Giovanni Paolo II a gennaio di quell’anno.
Ma Cuba tornò sul banco degli imputati l’anno successivo, con l’approvazione – grazie al voto di 21 paesi – di un progetto di risoluzione in tal senso presentato da Ungheria e Repubblica Ceca, due ex associati al disintegrato blocco socialista capeggiato dall’Unione Sovietica anch’essa scomparsa.
Nel 2003, 24 paesi decisero di censurare Cuba, tra cui Cile, Costa Rica, Guatemala, Messico, Paraguay, Perù e Uruguay. Dei 20 voti contrari, solo due erano latinoamericani: la stessa Cuba e il Venezuela.
La mozione approvata allora era stata promossa da Costa Rica, Perù e Uruguay e aveva suscitato le ire dell’Avana, in particolare nei confronti dell’Uruguay, accusato di “scambiare l’onore per carne”.
Agli incontri di quest’anno parteciperanno Argentina, Brasile, Cile, Costa Rica, Cuba, Guatemala, Messico, Paraguay, Perù e i “debuttanti” Honduras e Repubblica Domenicana. Fino ad oggi, le uniche astensioni annunciate ufficialmente solo quelle di Argentina e Brasile.
Il voto cileno, dal canto suo, è condizionato da aspri dibattiti interni e sembra che la Cancelleria di questo paese stia osservando attentamente la posizione dei suoi vicini di Buenos Aires e Brasilia, oltre a quella del Messico, per prendere una decisione.
Il governo messicano di Vicente Fox ha modificato il tradizionale astensionismo di questo paese a Ginevra e negli ultimi due anni si è pronunciato a favore della censura a Cuba, tra le forti tensioni bilaterali.
Su questo tema, Pérez Roque ha dichiarato di non avere informazioni circa le decisioni prese dalle autorità messicane. “Sappiamo che il governo del Messico non ha una sola ragione per giustificare un voto contro Cuba nella Commissione dei diritti umani”, ha osservato.
A suo parere, la votazione di quest’anno sarà “chiusa, poiché l’esercizio è stato screditato”, e gli Stati Uniti “non possono, nonostante il loro enorme peso, imporre quel testo per un’ampia maggioranza”.
Secondo l’oppositore Manuel Cuesta, l’esito “sarà deciso in America Latina”, poiché “si dà per scontato che (il voto dei paesi europei) sarà favorevole ad una condanna”, mentre gli africani normalmente si astengono o si allineano con Cuba.