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AMBIENTE: Occhio ai transgenici

CITTA’ DEL MESSICO, 5 aprile 2004 (IPS) – Il PNUMA (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) avverte che le colture transgeniche possono essere dannose per la biodiversità e la salute umana, e raccomanda ad America Latina e Caraibi di muoversi con cautela prima di adottarli Questa posizione capovolge, in parte, quella sostenuta nel 2001 da un’altra agenzia dell’Onu, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD), che ha giudicato i transgenici una valida alternativa per combattere la fame.

La posizione del PNUMA sulla ricerca e lo sviluppo di organismi geneticamente modificati è stata espressa nel suo rapporto GEO 2003, presentato il 3 marzo a Città del Messico tra l’acclamazione entusiasta degli ambientalisti.

“Il PNUMA ha un punto di vista alquanto sorprendente e noi lo condividiamo”, ha dichiarato all’IPS Silvia Ribeiro dell’organizzazione non governativa (Ong) Action Group on Erosion, Technology and Concentration (ETC), con sede in Canada.

Anche Maria Colín, di Greenpeace Messico, ha segnalato che “bisognerebbe celebrare” il pronunciamento dell’agenzia dell’Onu, giacché rappresenta una “importante presa di posizione”.

Secondo il rapporto GEO, preparato dall’ufficio del PNUMA per America Latina e Carabi, l’uso della biotecnologia per l’incrocio dei geni di diverse specie animali e vegetali può mettere a rischio la diversità naturale.

All’“inquinamento transgenico” sono dedicate solo due pagine delle 281 che compongono l’intero documento, un’ampia ricerca sulla salute generale dell’ambiente nella regione, realizzata con il patrocinio e il coordinamento del PNUMA.

Ciononostante, gli ambientalisti le ritengono assai significative, poiché riguardano un settore della ricerca con fini commerciali, in cui le grandi multinazionali spendono e guadagnano milioni di dollari l’anno, e contro cui gli attivisti si battono con tenacia.

“La possibilità che i geni modificati passino in modo incontrollato da una specie all’altra è un rischio reale”, che metterebbe in pericolo la “biodiversità, fondamentale per la sicurezza alimentare dell’umanità”, avverte GEO.

IL PNUMA segnala che nel dibattito sui transgenici “si sovrappongono posizioni polarizzate e grandi interessi commerciali, per cui bisognerebbe applicare come regola fondamentale un principio precauzionale, finché non ci sia un consenso scientifico sul tema”.

Il principio precauzionale è consacrato nel Protocollo di Cartagena, il primo accordo internazionale che regola il trasferimento, la manipolazione e l’uso di organismi viventi modificati, entrato in vigore l’11 settembre 2003.

Tale principio stabilisce che i governi hanno il diritto di effettuare una valutazione del rischio di tutti gli organismi geneticamente modificati, prima di adottare decisioni sulla loro importazione o di stabilire norme per il loro utilizzo all’interno della propria giurisdizione.

I portavoce di ETC e Greenpeace concordano sul segnalare che la posizione adottata dal PNUMA favorisce la loro battaglia, poiché utilizza argomenti affini in relazione ai transgenici.

L’area seminata con semi transgenici in tutto il mondo ha raggiunto i 67,7 milioni di ettari nel 2003, nove milioni in più rispetto al 2002, secondo i dati del Servizio Internazionale per l’Acquisizione di Applicazioni Agrobiotecnologiche, una Ong che promuove l’uso dei transgenici.

Le varietà agricole commerciali di soia, mais, cotone e colza, sono controllate da appena cinque imprese multinazionali del Nord industriale, proprietarie dei brevetti, e più del 90 per cento dell’area seminata si trova in Argentina, Canada e Stati Uniti, sebbene cominci ad avanzare verso altri paesi.

In America del Sud, per esempio, la soia transgenica ha varcato le frontiere argentine, e si coltiva abbondantemente nel sud del Brasile, ma anche in Paraguay e Uruguay.

Nel 2001, il rapporto sullo sviluppo umano del PNUD ha osservato che i transgenici possono essere un elemento chiave per combattere la fame nel mondo e che non bisogna disdegnare questa tecnologia, il che ha scatenato le ire degli ambientalisti.

Secondo l’agenzia dell’Onu, l’impatto ambientale degli organismi geneticamente modificati non è dimostrato. La cosa certa è che nel mondo ci sono 850 milioni di persone che soffrono la fame e che potrebbero sostentarsi con questo tipo di coltivazioni, ha affermato ancora il PNUD.

Ribeiro è convinto che la posizione del PNUMA “ridia valore al sistema-Onu”.

Si tratta di una decisione coraggiosa, “poiché contraddice Washington e le imprese di biotecnologia secondo cui i transgenici sarebbero la formula per mettere fine alla fame nel mondo”, ha proseguito.

I transgenici sono varietà geneticamente modificate in laboratorio mediante l’introduzione di geni di altre specie, animali o vegetali, e l’uso di virus o batteri “disattivati”, come agenti vettori.

Lo scopo in agricoltura è migliorare il rendimento del raccolto, o le sue caratteristiche generali, come la resistenza a fattori climatici, gli erbicidi, ecc.

Ma gli attivisti ritengono che questo metta in pericolo la salute umana e dell’ambiente, e crei una dipendenza totale degli agricoltori nei confronti delle multinazionali che vendono i semi.

Monsanto, Dupont, Syngenta, Aventis e Dow, leader in materia e con un’importante presenza nell’industria farmaceutica e degli investimenti agrochimici, rispondono che i transgenici non comportano alcun rischio e che il loro unico interesse è combattere la fame.

Secondo la politica delle multinazionali, ai contadini che fanno uso di semi modificati viene impedito per contratto a riutilizzare parte dei semi che ricavano dai raccolti, e questo costringerebbe a interrompere la selezione di sementi che tradizionalmente compiono i contadini di tutto il mondo, e che è la pratica più antica di ottimizzazione delle colture.

Inoltre, i semi transgenici possono arrivare senza autorizzazione a mescolarsi con specie silvestri, com’è successo per il mais del Messico, terra d’origine di questa graminacea, un tema affrontato nel rapporto del PNUMA.

L’agenzia Onu segnala che il caso del mais messicano “è un buon esempio delle preoccupazioni riguardo l’introduzione di geni modificati nelle varietà domestiche”.

“Speriamo che i governi di America Latina e Carabi tengano in considerazione il punto di vista del PNUMA sui transgenici e adottino posizioni meno permissive nei confronti delle imprese che li promuovono”, ha concluso Colín di Greenpeace. (FINE/2004)