IPS Inter Press Service Agenzia Stampa

SALUTE: Sudafrica, assistenza alla procreazione

JOHANNESBURG, 26 marzo 2004 (IPS) – In occasione della giornata mondiale della
donna, in Sudafrica un gruppo di donne si sono interrogate sugli eventuali
benefici riscontrati dopo dieci anni di democrazia, in particolare
sull’importante tema della riproduzione

“Le donne hanno diversi livelli di accesso ai servizi sanitari per la procreazione”, ha affermato Martha Molete, funzionario per la comunicazione presso l’Associazione per la genitorialità pianificata del Sudafrica (PPASA). Molete ha dichiarato all’IPS che le donne nelle aree urbane hanno generalmente un maggiore accesso alle cure sanitarie rispetto alle donne delle zone rurali. Queste ultime, tuttavia, sono certamente più consapevoli, rispetto a dieci anni fa, delle diverse possibilità dei metodi contraccettivi.

“Nelle scuole ha proseguito Molete è stata introdotta l’educazione alla sessualità e alla procreazione e il Ministero della Sanità, insieme ad alcune Ong (organizzazioni non governative), ha organizzato diverse campagne, con esiti positivi, sull’attività sanitaria legata a queste tematiche”.

Allo stesso modo, il PPASA coordina un programma che prevede la presenza di operatori sanitari itineranti che forniscono, di villaggio in villaggio, consigli e servizi sulla contraccezione, persino nelle zone più remote.

Martha Molete ricorda che il Sudafrica ha dovuto affrontare il problema importante della scarsa disponibilità di profilattici per le donne. Questo metodo anticoncezionale offre alle donne la possibilità di controllare la procreazione in modo determinante, poiché può essere applicato alcune ore prima dell’attività sessuale ed è più efficace del preservativo maschile. L’impatto sociale ed economico dell’Hiv/Aids ha avuto inoltre serie ripercussioni sulle infrastrutture e i fondi disponibili per l’assistenza sanitaria.

Molete ha inoltre espresso timore riguardo ciò che definisce uno spostamento internazionale verso destra nell’ambito dei diritti sulla procreazione. Gli Stati Uniti in particolare, attaccano le organizzazioni favorevoli alla libertà di scelta, puntando sull’astinenza piuttosto che su una maggiore educazione sessuale. È attualmente in vigore una norma restrittiva che impedisce agli enti statunitensi di assistenza alla pianificazione familiare nei paesi stranieri di ricorrere a qualsiasi organizzazione che offra servizi d’interruzione della gravidanza.

“Il Sudafrica è uno dei pochi paesi africani ad aver legalizzato l’aborto. In Africa muoiono ogni anno migliaia di donne a seguito di aborti clandestini e per le complicazioni che ne derivano”, segnala Molete.

Il Sudafrica ha riformato sette anni fa la propria legislazione per fornire il servizio d’interruzione di gravidanza gratuitamente presso le strutture statali. In alcune zone, tuttavia, la sua attuazione è piuttosto in ritardo rispetto alla legge.

Lucky Barnabas, che è affetto da Aids e lavora come consulente legale per le comunità nella provincia di KwaZulu Natal, sostiene che quasi nessuna donna sa che l’aborto è accessibile legalmente. Chi decide di rivolgersi agli ospedali, spesso deve affrontare procedure non propriamente efficienti.

“Ho conosciuto molte donne che hanno cercato di abortire ma il cui intervento è stato rimandato, solo a causa delle lunghe liste d’attesa. Così, entrando nel secondo trimestre di gravidanza, l’operazione diventa troppo pericolosa”, osserva Barnabas.

Il rapporto dello studioso Anso Thom preparato per l’Ipas, una Ong internazionale che si occupa della salute della donna, segnala che la legge sudafricana del 1997 per l’interruzione della gravidanza (TOP) stabilisce che i servizi per l’aborto devono essere resi accessibili alle donne, solo se richiesti, entro i primi tre mesi di gravidanza.

L’aborto effettuato nel corso del secondo trimestre è contemplato solo se chi pratica l’operazione ritiene che la gravidanza metterebbe a rischio la salute fisica, mentale o sociale della donna, oppure sia il risultato di violenza o incesto.

Barnabas ha dichiarato all’IPS che alcune donne colpite da Hiv che intendono ricorrere all’aborto sono state sterilizzate, senza il loro consenso. “Queste giovani donne vengono sterilizzate anche se è disponibile la nevirapina”. (Si tratta di un farmaco che impedisce al virus dell’Hiv, causa dell’Aids, di trasmettersi di madre in figlio).

In un rapporto presentato dall’Ipas nel 2002 si osserva: “Anche la discriminazione delle donne affette da Hiv/Aids, e da qui la convinzione che non dovrebbero avere figli, pone seri ostacoli. Ad esempio, le donne rischiano di essere stigmatizzate quando si rivolgono ai servizi sanitari di diversi paesi per richiedere l’assistenza legata alla gravidanza e all’aborto”.

Nel documento si sottolinea inoltre che le donne colpite dall’Hiv/Aids devono affrontare numerosi ostacoli nella prevenzione delle gravidanze indesiderate, come la scarsa informazione sui metodi anticoncezionali più adeguati.

Tuttavia prosegue il rapporto , “è stata fatta pochissima ricerca sull’impatto degli aborti a rischio nelle donne malate di Hiv/Aids, in rapporto alle donne risultate negative all’Hiv, sebbene nel loro caso gli esiti dannosi per la salute possano essere addirittura peggiori”. La relazione, intitolata “La scelta nella procreazione e le donne affette da Hiv/Aids”, era basata su ricerche e inchieste condotte in Australia, India, Kenya, Sudafrica e Tailandia.

Secondo Thom, oltre un quarto delle donne sudafricane ha avuto accesso all’aborto dopo l’introduzione della legge TOP. Esistono ancora enormi lacune, tuttavia, quanto alla sensibilizzazione e alla standardizzazione dei servizi in tutto il paese, soprattutto nelle aree rurali.

Da parte sua, il PPASA ritiene che un elemento decisivo per una buona attuazione della legge TOP sia la presenza di partner maschili favorevoli all’uso dei servizi per l’interruzione di gravidanza. L’organizzazione ha lanciato infatti un’iniziativa dal nome “Gli uomini come partner”, che utilizza programmi di educazione e formazione per evidenziare il ruolo dell’uomo nelle questioni legate al tema della procreazione.

“Il programma spiega ancora Molete prevede studi e analisi sulle conoscenze legate alla procreazione, tra cui sessualità, genere, salute sessuale maschile e femminile, rapporti, violenza sessuale e domestica”. Fino ad oggi, il progetto ha avuto successo nelle carceri, negli ostelli e in diverse comunità.