BAM, 17 febbraio (IPS) – I sopravvissuti al terremoto del 26 dicembre del 2003, nel quale almeno 50.000 persone hanno perso la vita, affermano di non avere ancora visto i milioni di dollari arrivati subito dopo il terremoto
Un volontario ha detto a giornalisti e operatori umanitari: “È giusto che il mondo sappia che noi, i terremotati di Bam, non abbiamo ricevuto praticamente nulla degli aiuti stranieri arrivati negli aeroporti di Teheran, Bam e Kerman”. Molti tra gli oltre 90.000 residenti senza tetto della città condividono la stessa opinione.
Dalla tenda della sua famiglia sulla quale sventola l’emblema della Mezza Luna Rossa Iraniana, un uomo ci chiede: “Guardatevi intorno. Vedete forse una sola tenda russa, statunitense o anche saudita o kuwaitiana'”.
I residenti danno la colpa alle politiche dell’anno elettorale.
Hamid Pourhamidi, 34 anni, ex commerciante, ha dichiarato: “Entrambi gli schieramenti (governo e opposizione) sono occupati nelle lotte di potere e mostrano di interessarsi a noi solo nei media locali”.
La famiglia di Hamid è sopravvissuta ed ora sua moglie Niyer Dehgan, 30 anni, gestisce un asilo d’infanzia provvisorio in una tenda. Gli unici aiuti che ha ricevuto sono state matite e quaderni dall’UNICEF. Niyer ha affermato che “i bambini e le loro famiglie vivono in condizioni sanitarie spaventose. Tra due settimane quest’area diventerà molto calda e soggetta a malattie contagiose”.
Un’insegnante in pensione, Maryam Asadi di 56 anni, ha detto che gli amministratori locali hanno rifiutato la richiesta di uniformi colorate, suggerite per risollevare lo spirito dei bambini. Molti bambini dipingono le tende delle loro famiglie per divertimento, ripensando agli incubi delle macerie del terremoto.
Ad alimentare questi discorsi sono le scosse di assestamento, per lo più notturne.
Una donna ha affermato: “Non penso torneremo alle nostre case, anche se ricostruite, né ora né mai”.
Suo marito, Akbar Englizi, un ex insegnante d’inglese di una sessantina d’anni che prima del terremoto gestiva un’accogliente pensione, sembra più ottimista anche se non sa spiegare perché.
“Non ho nessun motivo reale per essere fiducioso. Ma il mio istinto mi dice che la città di Bam riconquisterà la sua fama internazionale e sarà ricostruita”.
Forse. I geologi locali hanno messo in guardia su ulteriori terremoti a causa del movimento tettonico nella regione. Nelle carte sismiche, la linea di faglia ha la forma di un enorme ferro di cavallo che circonda la città come ad abbracciarla.
Secondo i media locali, tra cui radio Omid (parola che significa “speranza”) non c’è accordo tra amministratori e urbanisti su cosa fare: ricostruire la città dov’era, spostare alcuni quartieri di qualche chilometro in un modo o in un altro, o riposizionare tutta la città”.
Il disorientamento degli amministratori si traduce in ulteriore smarrimento per gli abitanti delle tendopoli.
“Tra l’oggi e un futuro incerto, dobbiamo cogliere l’attimo e cercare solo il piacere sul pavimento delle nostre tende”, ha affermato Ahmad Assani, un forte consumatore di oppio di 48 anni, mentre è accovacciato nella sua tenda con altri oppiomani.
“Il terremoto si è portato via mia moglie e i miei figli”, ha detto con un sospiro e le lacrime agli occhi. “Non ho motivo di cercare lavoro”.
Alok Kulserashta, un medico generico dell’ospedale da campo allestito e gestito da 63 addetti di nazionalità indiana a sud-ovest della città, sembra capire la tragedia di Ahmad.
“Più della metà dei pazienti che vengono da noi ogni giorno, vogliono alleviare il dolore. Hanno bisogno di parlare per sentirsi meglio, non riescono a sopportare questa sofferenza da soli”.
Alok ha aggiunto: “Purtroppo, la lingua è un grande ostacolo e abbiamo richiesto psicologi che parlino il Farsi per fornire un sostegno”.
Altri abitanti, invece, credono che i tossicodipendenti, principalmente consumatori di oppio, si siano arresi alla droga perché Bam è stata a lungo una importante tappa del traffico di stupefacenti tra i confinanti Afghanistan e Pakistan. “Tutti gli uomini migliori e in salute sono morti sotto le macerie e sono rimasti solo vagabondi, sciacalli e drogati. I saccheggiatori sono arrivati dal Narmashire e da altre città limitrofe; si sono precipitati qui facendo credere di essere anch’essi vittime, per rubare i mobili fingendo di recuperarli”, ha detto Kobra Dehghan, una madre e casalinga di 40 anni che nel terremoto ha perso fratelli, sorelle, genitori e nipoti – in tutto 36 parenti.
E ha aggiunto: “Finché le autorità non ripuliranno le tendopoli, non ci sarà futuro per la popolazione”.
Per molti, trovare un alloggio rimare il problema più urgente.
Gli amministratori hanno dichiarato che più di 800 case prefabbricate, garantite dalla Turchia, stanno per essere equipaggiate con bagni, docce e servizi. La Iranian Housing Fondation, coadiuvata dal Ministero della Difesa, si è posta come obiettivo la costruzione di più di 12.000 case prefabbricate in meno di due mesi.
Secondo i funzionari, la comunità internazionale si è impegnata a fornire le rimanenti 8.000 unità abitative necessarie.
Eppure, i progressi finora sono stati lenti.
All’approssimarsi della festa nazionale dell’11 febbraio, Ali Jebeli, un tecnico del progetto abitativo per la parte est della città, ha affermato: “Avrebbero dovuto costruire entro una settimana 244 prefabbricati con le pareti interne in polistirolo, racchiuse da reti metalliche coperte da cemento, con lo scheletro in acciaio e solide fondamenta in calcestruzzo, da inaugurare nell’anniversario della rivoluzione, ma come vedi ne sono state completate solo una ventina”.