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ECONOMIA: Caso Parmalat: il nome non era una garanzia

ROMA, gen (IPS) – “Non dormo più tranquillo. Se, come me, hai investito la liquidazione per avere un futuro più sicuro sei disperato. Soprattutto se ti sei affidato a persone di cui ti fidavi”, spiega un signore sulla sessantina che preferisce non essere identificato. È uno dei tanti “risparmiatori truffati” del caso Parmalat.

Ma quanti sono e chi sono questi risparmiatori coinvolti nel crack Parmalat'

Alla Procura di Milano, che indaga sui reati di aggiotaggio e truffa aggravata in merito alla vicenda Parmalat, sono già arrivate 25.000 denunce da parte dei risparmiatori italiani.

“Si tratta di persone che hanno investito per arrotondare la pensione, per mettere da parte soldi in vista della casa da comprare per sé o per i figli, che avevano 10-20-50mila euro al massimo, magari la liquidazione o una piccola eredità”, spiega Antonio Longo, presidente del Movimento Difesa del Cittadino. “Di età sui 45/60 anni, hanno visto nei bond Parmalat una forma di risparmio dalla remunerazione allettante, molto più alta dei titoli del debito pubblico, l’8 per cento contro il 2-3 per cento”.

I bond, o obbligazioni, sono forme particolari di finanziamento delle imprese attraverso il mercato: permettono alle aziende di ottenere liquidità a tassi favorevoli, e ai cittadini di investire in titoli considerati meno rischiosi delle azioni e più remunerativi dei titoli statali.

Il 65 per cento dei risparmiatori Parmalat possiede obbligazioni, conferma una statistica di Altroconsumo, associazione indipendente che raggruppa 300.000 consumatori. Il 30 per cento dei cittadini che si sono rivolti all’associazione ha dichiarato di aver investito nei titoli Parmalat tutto o una parte consistente del loro risparmio e oltre il 99 per cento ha scelto le Parmalat fidandosi del consiglio degli esperti.

E ancora: il 70 per cento vive al nord, e la regione Lombardia, da dove Parmalat è partita, sarebbe la più colpita; il 18 per cento al sud, mentre solo il 9 per cento nel centro Italia, secondo Consumatori Indipendenti.

In Italia si contano quattordici principali associazioni di tutela dei consumatori, che confluiscono nel Consiglio Nazionale dei Consumatori e degli Utenti (CNCU) istituito presso il Ministero delle Attività Produttive. Ulteriori sottogruppi sono l’Intesa dei Consumatori e Consumatori Indipendenti, che riunisce cinque associazioni che insieme contano più di 176.000 iscritti. Altroconsumo invece è autonoma e stando ai numeri è la più rappresentativa. Tutte si sono mobilitate per il caso Parmalat.

Settima azienda italiana, una multinazionale presente nei cinque continenti, quotata in Borsa e inclusa nel Mib30: un titolo che era una garanzia. Parmalat impiega 36.356 dipendenti in 139 stabilimenti nel mondo (dati 2003), con un fratturato cresciuto vertiginosamente da 0.1 milioni di euro del 1962 ai 7.590 del 2002.

Ma il successo della Parmalat si basava su una serie di falsificazioni e truffe.

La rapida caduta del gruppo alimentare di Collecchio risale all’inizio di dicembre 2003, con la scoperta dell’insolvenza di un primo bond di 150 milioni di euro. I controlli successivi hanno portato alla luce truffe miliardarie.

La falsità dei conti Parmalat, certificata dalla Consob, l’autorità di vigilanza sulla Borsa, nonostante le garanzie dei revisori dei conti – rispettivamente Grant Thornton e, dal 1999, Deloitte & Touche – interessa quindi le migliaia di piccoli risparmiatori che ne avevano comperato azioni ed obbligazioni: l’azienda aveva complessivamente emesso obbligazioni per 6 miliardi di euro. Ora è stata dichiarata insolvente.

Di fronte all’insolvenza di quel primo bond l’8 dicembre 2003, una lettera firmata da Bank of America aveva garantito l’esistenza di un deposito di 4 miliardi di euro a nome Bonlat, società del gruppo Parmalat con sede alla isole Cayman.

In seguito però la stessa banca ha annunciato che il documento era stato falsificato: semplicemente quei soldi non esistevano. Si è aperta quindi una falla miliardaria nell’azienda, aprendo la via ai controlli che ne hanno rivelato le truffe e lo stato di insolvenza.

Il governo italiano è intervenuto per salvare l’azienda. Il Ministro delle Attività Produttive Antonio Marzano ha chiesto all’Unione Europea lo stato di crisi per il settore lattiero-caseario e ha approntato un decreto legge definito “salva-Parmalat”: consente all’azienda di continuare a produrre, sotto la guida di un commissario speciale (è stato scelto Enrico Bondi), per consentirne il risanamento e salvaguardare i posti di lavoro.

Paiono dunque salvi per ora i prodotti Parmalat sugli scaffali dei supermercati. Nel breve periodo non ci saranno ripercussioni nell’offerta agli utenti. Anche se “nel medio-lungo periodo occorrerà capire chi rileverà Parmalat e come: in blocco o con la formula ‘spezzatino’' A seconda dei casi ci saranno evoluzioni diverse che influiranno anche sul prodotto”, ha spiegato Alessandro Miano dell’Osservatorio Credito&Finanza del Movimento Consumatori.

I giudizi sul decreto legge Marzano da parte delle associazioni dei consumatori non sono però sempre favorevoli. “Accogliamo la legge con grande preoccupazione perché la logica con cui il decreto guarda alla Parmalat mantiene in piedi il tessuto produttivo ma non salvaguarda azionisti e obbligazionisti”, spiega Vincenzo Somma di Altroconsumo.

Più positivo invece il giudizio dell’Unione Nazionale Consumatori: “E’ una soluzione valida perché interviene sulla situazione particolare di un’azienda che ha un prodotto che continua a vendere”, spiega l’avvocato dell’associazione Maria Cristina Baldassarri.

La crisi dei bond Parmalat giunge dopo i simili crack di Cirio e Giacomelli e il caso dei bond statali argentini. Ed evidenzia una “crisi di fiducia dei risparmiatori”, ha spiegato Vincenzo Somma, responsabile degli Studi economico-giuridici di Altroconsumo. “Siamo sull’orlo del baratro, i cittadini sono provati dallo scoppio della bolla speculativa e hanno pagato molto”.

Secondo il Sindacato Italiano Tutela Investimento e risparmio (Siti), le perdite previste per gli obbligazionisti Parmalat sono stimate nell’80 per cento del capitale investito.

Se lo scoppio della crisi Parmalat si deve al rifiuto delle banche di finanziarie ulteriormente un’azienda in grave crisi finanziaria, le truffe ventennali scoperte nei conti di Parmalat sono stati possibili solo grazie alla connivenza di alcuni istituti di credito locali e internazionali.

Tra i finanziatori del gruppo, le americane Bank of America e Citigroup, l’olandese Abm Amro, la tedesca Deutsche Bank e le italiane Capitalia, Banca Intesa e Unicredit.

“Le banche sono gravemente responsabili di questo disastro: devono quindi pagarne i costi”, accusa Antonio Longo di Movimento Difesa del Cittadino.

L’Associazione Bancaria Italiana (Abi) difende la categoria e respinge gli attacchi: “ E’ una vicenda in cui le stesse banche possono considerarsi parte lesa e che viene invece strumentalmente utilizzata contro di loro”, dice in un comunicato stampa il gruppo, associazione volontaria senza finalità di lucro, che rappresenta in sede internazionale il sistema creditizio e finanziario italiano nella sua totalità.

Alcune banche hanno annunciato misure di indennizzo per proteggere i risparmiatori che hanno investito in obbligazioni emesse dai gruppi industriali italiani. Ma “la disponibilità rimane ancora da concretizzare”, ha sottolineato Somma.

Capitalia, gruppo bancario che riunisce alcuni tra i maggiori istituti di credito italiani, ha approntato un piano di indennizzo, stanziando 41 milioni di euro per far fronte all’esposizione con Parmalat, Cirio e Giacomelli.

Ma “niente rimborsi a chi conosceva i rischi”. Attraverso il presidente Maurizio Sella, l’Abi fa sapere che gli investitori adeguatamente informati non avranno accesso all’indennizzo dei bond.

Lo stadio avanzato della crisi di Parmalat evidenzia la scarsa trasparenza del sistema di controllo italiano, chiamando in causa gli organismi di vigilanza e il ruolo delle finanziarie nel convogliare i risparmi dei piccoli investitori. “Dalla vicenda emerge un intreccio di controllori e controllati che occorre modificare per evitare problemi simili in futuro”, spiega Paolo Landi dell’Adiconsum.

“Le risposte alla crisi devono essere politiche”, chiede l’avvocato Baldassarri dell’Unione Nazionale Consumatori. “Servono leggi molto più severe”.

Adiconsum, Consumatori Indipendenti e Lega Consumatori si sono unite nel reclamare pene più pesanti per il reato di falso in bilancio, il risarcimento dei risparmiatori e il rafforzamento dei controlli, con la creazione di un’Autorità sul risparmio comunitaria che vigili sui risparmiatori dell’Unione Europea.

Altroconsumo sollecita l’istituzione di un fondo interbancario di garanzia che possa finanziare eventuali risarcimenti ai risparmiatori.

Le associazioni del CNCU hanno dichiarato battaglia a chi vuole mandare sul lastrico i piccoli risparmiatori. Invitano gli obbligazionisti e azionisti Parmalat a presentare un esposto alla Procura di Milano, e valutano la possibilità di cause penali e civili collettive, una volta accertate le responsabilità nel crack. I tempi sono però inevitabilmente lunghi, e le sorti dei consumatori incerte.

L’Intesa dei consumatori, che riunisce Adoc, Adusbef, Condacons e Federconsumatori, propone un boicottaggio e una campagna contro gli istituti di credito “se le banche non daranno risposte adeguate alla richieste dei piccoli consumatori”.

“Ci si organizzi già da ora per uno sciopero degli utenti: bisogna disertare come clienti quelle banche che non si dichiarino disposte alla trattative, minacciando di ritirare i propri risparmi.

Occorre inoltre realizzare delle banche di tipo cooperativo e mutualistico che possano sostituire quelle tradizionali”, dice Francesco Loquenzi, presidente onorario della Confconsumatori.